Il vero prezzo delle fragole

Mentre i talk show si impastano nella solita fiera dell’irrilevante e i social divorano il giorno a colpi di polemiche stantie — Erri De Luca, Zerocalcare, Garlasco parte venticinque, il festival del vuoto travestito da dibattito — in Calabria è andato in scena un orrore che meriterebbe la prima pagina per settimane, non una scrollata di spalle e poi via, come se nulla fosse. Il primo giugno, ad Amendolara, quattro braccianti giovanissimi, tre afghani e un pakistano, sono rimasti intrappolati in un minivan e sono stati bruciati vivi. Una vendetta feroce, la ricostruzione parla di due caporali. La loro colpa, se così vogliamo chiamarla senza svuotare le parole del loro peso, è stata quella di chiedere la paga dopo un mese di lavoro nero e turni massacranti nei campi di fragole.

La verità, che fa male perché è limpida, è che questo non è un episodio marginale, una deviazione patologica dentro un sistema sostanzialmente sano. È una delle fondamenta del nostro modello agricolo. L’Italia non può delocalizzare la terra, come fanno altri con le fabbriche; allora importa qui le condizioni di sfruttamento che altrove chiameremmo schiavitù e qui, con una colla linguistica indecente, continuiamo a definire “stagionalità”, “flessibilità”, “competitività”. Il meccanismo è sempre lo stesso: schiacciare il costo del lavoro fino all’osso, in modo da garantire alla grande distribuzione prezzi stracciati e al consumatore la consolazione del pomodoro a novanta centesimi. Dietro quel prezzo ridicolo non c’è efficienza. C’è sangue umano. C’è un bilancio costruito sopra corpi resi invisibili.

Dentro questo inferno, poi, si consuma il secondo scandalo, quello che la coscienza pubblica trova quasi sempre più comodo ignorare: la gerarchia interna del dominio. Spesso i caporali più brutali sono ex braccianti, stranieri arrivati prima, uomini che hanno conosciuto la miseria sulla propria pelle e che, per sottrarsi alla medesima fame, scelgono di trasformarsi nei sorveglianti dei propri connazionali. È una tragedia morale prima ancora che sociale. La solidarietà viene erosa fino all’ultimo granello, sostituita da una logica feroce di sopravvivenza e potere minimo, umiliante, miserabile. Il sistema non ha bisogno soltanto di sfruttati: ha bisogno di intermediari del cinismo, di piccoli aguzzini che tengano in piedi l’ingranaggio.

E il peggio è che non si tratta affatto della prima volta. Da Jerry Masslo a Soumaila Sacko, la lista di morti e di violenze è lunga, lunga da far vergognare un Paese che si riempie la bocca di civiltà, ma poi tollera nei campi condizioni che altrove verrebbero chiamate, senza imbarazzi lessicali, sfruttamento brutale. Ogni volta la stessa recita: il cordoglio, l’indignazione di routine, il minuto di attenzione, poi il riflusso. E la filiera agricola, nella sua versione più spietata, continua a comportarsi come se quei corpi fossero un costo accessorio, una perdita fisiologica, un incidente di percorso da mettere a bilancio. Come se la vita dei lavoratori fosse un dettaglio negoziabile, mentre il prezzo sullo scaffale fosse l’unico dio da venerare.

E allora viene da chiederselo, con una rabbia che ormai somiglia alla stanchezza: che razza di paese è quello che si commuove a corrente alternata? Che razza di opinione pubblica è quella che si accende per le baruffe da salotto e poi abbassa gli occhi davanti a un rogo umano nelle campagne del Sud? Se quelle quattro persone fossero state studenti italiani o turisti europei, oggi avremmo sirene, cerimonie, retorica istituzionale, lutto nazionale, editoriali in serie e facce contrite davanti alle telecamere. Invece erano invisibili. Erano braccianti stranieri. Erano, nella grammatica indecente del nostro tempo, sacrificabili. E la coscienza collettiva ha già archiviato tutto con la formula più infame di tutte: poveracci, avanti il prossimo.

Per questo scrivo. Perché la nostra attenzione pubblica si consuma troppo spesso in dispute che definire insulse è quasi un complimento. Perché mentre si litiga per il personaggio del giorno, nelle campagne italiane si continua a morire o a essere piegati come bestiame. E perché un Paese serio dovrebbe avere il coraggio di dire una cosa semplice, brutale, definitiva: un’economia che si regge sul sangue e sulla schiavitù non merita di essere difesa. Merita di essere rifondata dalle fondamenta. E chi continua a far finta di niente, per interesse, per paura o per comodità, porta una responsabilità che non si lava con nessun comunicato, nessuna passerella, nessuna ipocrisia da prima serata.

(Roberto De Santis)

Prompt:

Intro: Mentre i talk show e i social si accapigliano su una serie di idiozie imbarazzanti — Erri De Luca, Zerocalcare, Garlasco parte 25 — in Calabria si è consumato un orrore indicibile che abbiamo già archiviato con una scrollata di spalle. Il 1° giugno ad Amendolara, quattro braccianti giovanissimi (tre afghani e un pakistano) sono stati bloccati dentro un minivan e bruciati vivi. È stata l'esecuzione spietata di due caporali. La colpa di questi ragazzi: Aver osato chiedere la paga dopo un mese di lavoro in nero e turni massacranti nei campi di fragole.

parte 1: La verità è che questo non è "semplice" crimine: è un pilastro della nostra economia. L'agricoltura italiana non può delocalizzare la terra nei paesi poveri, e allora fa il contrario: importa le condizioni del terzo mondo direttamente a casa nostra. Spreme l'unica variabile possibile — il costo del lavoro — per garantire alla Grande Distribuzione prezzi stracciati e a noi i pomodori a 90 centesimi al supermercato.

parte 2: Ma la cosa più allucinante è la "carriera" interna a questo inferno: spesso i caporali più spietati sono ex braccianti, stranieri arrivati prima, che per scampare alla miseria si trasformano nei kapò dei propri connazionali, azzerando ogni solidarietà in cambio di un pezzo di potere.

parte 3: E la cosa peggiore è che non è affatto la prima volta. Da Soumaila Sacko a Jerry Masslo, la lista dei lavoratori massacrati nell'indifferenza generale è lunghissima. Di fondo, a questo sistema interessa poco o nulla della loro vita. Anzi, queste tragedie vengono quasi trattate come un "effetto collaterale" inevitabile, un macabro sacrificio che la filiera agricola deve accollarsi per poterci dare le fragole e i pomodori a prezzi concorrenziali sui banconi dei supermercati. Ma un'economia che si regge sul sangue e sulla schiavitù non merita di essere salvata. Se per stare sul mercato dovete bruciare vive le persone, allora che falliate tutti!

parte 4: Se quelle quattro persone bloccate nel rogo fossero state studenti italiani o turisti europei, oggi avremmo i funerali di Stato e il lutto nazionale. Invece erano "solo" quattro invisibili delle campagne. E la nostra coscienza collettiva ha già deciso: "Poveracci, avanti il prossimo".

parte 5: perché scrivo tutto questo? Perché stiamo troppo tempo a fare polemica per questioni che definire insulse è un complimento. La prossima volta che vedo volare stracci per cazzate come Erri De Luca, Nicole Minetti, la Flottilla, il cold case di Garlasco, Zerocalcare vi vengo sotto casa e vi brucio la macchina. Se sono in buona.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

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