
I recenti risultati del test d’ingresso al corso di Medicina – il cosiddetto “semestre filtro” – hanno acceso un campanello d’allarme che non possiamo permetterci di ignorare. Una percentuale sorprendentemente alta di aspiranti medici non ha raggiunto la sufficienza in una prova basata su conoscenze elementari di chimica, fisica e matematica. È un dato che preoccupa non solo chi lavora nella formazione, ma chiunque abbia a cuore il futuro della nostra sanità.
A volte tendiamo a relegare queste materie in un angolo polveroso della memoria, come se fossero solo ostacoli da superare durante la scuola superiore. Ma la verità è che la scienza – quella di base, quella apparentemente “piccola” – è l’ossatura della medicina. E questa prova lo ha ricordato con crudezza.
Quando le basi mancano
Le domande del test non chiedevano nulla di straordinario.
Si parlava della formula del sale da cucina (NaCl), delle conversioni tra unità di misura, del calcolo del pH. Temi che ogni studente incontra più volte nel percorso scolastico. Non si trattava di esami avanzati di biochimica o termodinamica: erano le fondamenta.
E proprio per questo il risultato suona così forte.
Se una parte consistente di giovani che aspirano a diventare medici fatica a rispondere correttamente a quesiti elementari, significa che la preparazione di base, da qualche parte, si è sfilacciata.
Un problema che nasce prima dell’università – ma non si ferma lì
La questione, a mio avviso, è duplice.
Da un lato, interroga la scuola superiore: stiamo davvero fornendo agli studenti gli strumenti scientifici indispensabili? Non parlo solo di formule imparate a memoria, ma di una comprensione solida, capace di durare nel tempo. La scienza non può essere un accumulo di nozioni: è un linguaggio, e come ogni lingua va parlata con continuità.
Dall’altro lato, però, la responsabilità non può ricadere interamente sulle scuole.
Stiamo parlando di studenti che hanno appena concluso un semestre universitario: sei mesi in cui avrebbero dovuto consolidare – se non rafforzare – quei concetti fondamentali. Il fatto che questo non sia accaduto indica una difficoltà più profonda: forse non stiamo accompagnando i ragazzi nel modo giusto nel passaggio dalla scuola all’università, forse stiamo dando per scontate competenze che non sono affatto scontate.
Tra pochi anni, saranno i medici a cui affideremo la nostra salute
E qui la questione diventa ancora più delicata.
Chi oggi sbaglia un calcolo di pH, domani dovrà valutare un’emogasanalisi.
Chi fatica a ricordare una formula chimica, dopodomani dovrà prescrivere un farmaco in un contesto complesso.
La precisione non è un dettaglio secondario nella pratica clinica: è un dovere etico.
Pensiamo al dosaggio di un farmaco pediatrico, che può cambiare radicalmente in base al peso corporeo; o alla diluizione corretta di un chemioterapico, dove un errore anche minimo può avere conseguenze serie. Sono operazioni che richiedono competenza, ma soprattutto familiarità con i fondamenti della scienza.
Ed è proprio questo che preoccupa: non l’errore in sé, ma ciò che esso suggerisce sulla preparazione complessiva.
La soluzione non è “abbassare l’asticella”
C’è chi, davanti a risultati così scoraggianti, propone di rivedere il sistema dei test, di renderlo più semplice, meno selettivo.
Ma questo sarebbe un grave errore.
Abbassare l’asticella significherebbe tradire la fiducia dei cittadini, che hanno il diritto di essere curati da professionisti preparati, consapevoli, rigorosi.
Significherebbe svalutare la stessa professione medica, trasformandola in qualcosa che chiunque può intraprendere senza uno zoccolo duro di competenze.
Serve invece una riflessione collettiva, coraggiosa e strutturata:
- Come rafforzare l’insegnamento delle materie STEM nella scuola superiore?
Non con più carico di nozioni, ma con un approccio diverso: laboratoriale, esperienziale, continuativo. - Come sostenere gli studenti nel passaggio all’università?
Magari con corsi introduttivi reali, non formali; con tutoraggio; con un sistema che non presupponga, ma verifichi e rafforzi. - Come costruire percorsi di recupero efficaci e non punitivi?
Perché non si tratta di colpevolizzare, ma di colmare lacune prima che diventino voragini.
Una questione culturale che va oltre le competenze tecniche
Infine, non posso non soffermarmi su un problema più profondo:
la scarsa considerazione per il sapere scientifico nella cultura italiana.
In molti contesti, la scienza è vista come qualcosa di difficile, “per pochi”, o peggio ancora come un’opinione tra le tante. Questa marginalizzazione culturale si riflette nella scuola, nella politica, nella comunicazione. E alla lunga produce esattamente questi risultati: studenti che non riconoscono il valore delle basi, adulti che diffidano della competenza, una società che non investe nella conoscenza.
Ma la scienza non è un lusso: è un bene comune.
E come ogni bene comune va difeso, alimentato, rispettato.
Tiriamo le somme
I risultati del semestre filtro non sono un semplice episodio: sono un sintomo.
E ogni sintomo, per chi si occupa di scienza e salute, è un invito a indagare, a comprendere, ad agire.
Non per punire, non per scoraggiare, ma per costruire un percorso più solido e – soprattutto – più giusto.
Perché la medicina del futuro ha bisogno di professionisti preparati, certo.
Ma ha anche bisogno di una società che creda davvero nella forza della conoscenza.
(Giulia Remedi)
Prompt:
intro: I recenti e preoccupanti risultati del test di ingresso al corso di medicina, il cosiddetto "semestre filtro", hanno riacceso un dibattito necessario. Una percentuale molto alta di aspiranti medici non ha raggiunto la sufficienza in una prova che verteva su conoscenze di base di chimica, fisica e matematica.
parte 1: Le domande riguardavano concetti fondamentali, come la formula del sale comune, le conversioni tra unità di misura o il calcolo del pH, argomenti che si studiano normalmente nel percorso scolastico secondario. Questo dato non può e non deve essere ignorato.
parte 2: Il problema, a mio avviso, è duplice. Da un lato, ci interroga sulla solidità della preparazione scientifica offerta dalle scuole superiori. Dall'altro, pone una seria questione su come studenti che hanno appena frequentato un semestre universitario possano mostrare tali lacune su nozioni che avrebbero dovuto sia ripassare sia approfondire.
parte 3: La questione diventa ancor più grave se pensiamo al contesto. Questi ragazzi, tra qualche anno, saranno i medici su cui dovremo contare. La precisione, la capacità di calcolo e la comprensione dei principi scientifici sono alla base della pratica clinica, dal dosaggio di un farmaco all'interpretazione di un esame.
parte 4: La soluzione non può essere abbassare l'asticella o eliminare le selezioni. Sarebbe un tradimento della fiducia dei cittadini e uno svilimento della professione. Serve invece una riflessione seria e collettiva: Come rafforzare l'insegnamento delle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) nella scuola? Come garantire che il passaggio all'università sia sostenuto da basi solide? Come strutturare percorsi di recupero efficaci per chi ha dei debiti formativi?
parte 5: il problema rimane aperto, e la bassa considerazione riservata al sapere scientifico in Italia certo non promette bene.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.
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Per qualche motivo, la professione medica e gli studenti di medicina sono tradizionalmente molto in difficoltà con la matematica.
Credo che abbia qualcosa a che vedere con il grande prestigio della professione medica e l’infimo prestigio delle scienze matematiche e adiacenti.
Basti pensare che nel 1994 un nutrizionista ha reinventato il metodo dei trapezi, ha sottoposto il paper a una rivista dall’impact factor mica male, e TUTTI i reviewer NON si sono accorti della, ehm, mancanza di novelty del risultato: https://en.wikipedia.org/wiki/Tai%27s_model
Hanno anche problemi enormi con Bayes: come sappiamo P(Malato|Positivo) va interpretato alla luce del peso del denominatore nel caso di un test positivo per una malattia a bassissima prevalenza, sia pure con un test ad altissima sensibilità.
Ai tempi di Statistica e Probabilità 1 il docente ci raccontava che si divertiva a confondere amici e conoscenti nella professione medica, che giuravano che un test positivo, alle condizioni di cui sopra, volesse praticamente dire “morte certa”, che cavarsela sarebbe stato come vincere il superenalotto.
Beh, non ci credevo finché non ho provato anch’io: funziona.Nel 100% dei casi.E purtroppo questo test ha sensibilità e specificità 1 per scovare chi è una capra in matematica 🙂
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