Giustificare l’Ingiustificabile

Nel novembre del 1937, Lord Halifax andò a trovare Hitler e tornò indietro con la rassicurante illusione di chi ha deciso, prima ancora dell’incontro, cosa voler vedere. Vide un uomo trattabile, quasi utile, un argine contro il bolscevismo, e credette che le istituzioni, il cerimoniale, la rispettabilità dell’Europa potessero addomesticare l’abisso. È una scena che mette i brividi non per il suo valore storico in sé, ma per la sua ostinazione simbolica: quando un’élite decide che il pericolo va comunque tollerato purché serva a battere il nemico giusto, il disastro comincia molto prima delle guerre e dei roghi. Comincia nel linguaggio, nella compiacenza, nella menzogna ben educata.

Ed è qui che la storia smette di essere solo memoria e diventa specchio. Guardando certa stampa di destra italiana, il riflesso è inquietante. Cambiano i decenni, cambiano i costumi, cambiano i lessici, ma la struttura mentale resta la stessa: l’idea che un leader autoritario possa essere perdonato, perfino esaltato, se promette di schiacciare il nemico ideologico del momento. Allora era il bolscevismo; oggi è il “wokeismo”, il globalismo, la decadenza, l’Europa burocratica trasformata in spauracchio, la modernità ridotta a caricatura. In mezzo, come sempre, il vero problema sparisce: non la forza in sé, ma l’uso politico della forza contro le regole comuni.

Proprio come Halifax si lasciò sedurre dalla promessa di un ordine imposto con il manganello e benedetto con le parole nobili, testate come La Verità, Libero, e spesso anche altre firme più o meno rispettabili del conservatorismo italiano, hanno costruito su Donald Trump una narrazione da salvatore imperfetto ma necessario. Necessario contro chi? Contro tutto ciò che disturba la loro idea di Occidente: il pluralismo, i diritti civili, il conflitto democratico, la complessità sociale, persino il dubbio. E allora ecco la liturgia: Trump come unico scudo, Trump come uomo del fare, Trump come incarnazione della reazione salutare, Trump come antidoto al disordine prodotto proprio da quelle culture politiche che la destra non sa più contrastare se non brandendo la nostalgia. Il calcolo è trasparente, e per questo ancora più triste: accettare l’instabilità del leader pur di fermare il nemico ideologico.

Qui si apre il grande teatro della normalizzazione. Quando Trump aggredisce la magistratura, insulta i giudici, minaccia ritorsioni, delegittima il voto e trasforma ogni freno istituzionale in un complotto personale, una parte della stampa italiana si mette all’opera con zelo quasi burocratico. Non descrive il fatto; lo sterilizza. Non interpreta il segnale di allarme; lo traduce in un lessico da marketing. Non dice “pericolo per la democrazia”, ma “stile non convenzionale”. Non dice “attacco allo Stato di diritto”, ma “strategia da deal-maker”. Ecco il trucco: si prende un gesto di rottura e lo si ripulisce fino a renderlo presentabile al salotto buono del sovranismo. È un’operazione culturale, prima ancora che giornalistica, e come tutte le operazioni culturali riesce solo quando il pubblico accetta di sospendere il giudizio.

Ma la sospensione del giudizio, in questo caso, è già una presa di posizione. Non c’è nulla di innocente nel raccontare come “energia” ciò che ha il sapore dell’arbitrio, né nel confondere la brutalità verbale con la lucidità. La destra sovranista adora presentare Trump come l’uomo che “dice quello che pensa”, formula tanto comoda quanto vigliacca, perché serve a assolvere l’indicibile senza mai doverne rispondere davvero. Se un leader umilia le istituzioni, si dice che è diretto. Se mente, si dice che rompe gli schemi. Se incendia il dibattito pubblico, si dice che scuote il conformismo. È sempre la stessa recita, vecchia come il mondo: chiamare coraggio la provocazione, e chiamare realismo la resa morale.

Il parallelo si fa ancora più stringente quando entra in scena il mito della forza. Halifax ammirava la capacità del regime tedesco di restituire “orgoglio” alla nazione. L’argomento era seducente perché semplice, quasi elementare: un popolo umiliato ha bisogno di sentirsi di nuovo forte; dunque, bene chi alza la voce, chi marchia il nemico, chi promette confini e identità. Oggi la retorica è identica, solo più volgare e più televisiva. Trump viene celebrato perché “prosciuga la palude”, formula che ha il pregio di suonare pulita mentre maschera il fango. Peccato che il prosciugamento, nella pratica, colpisca spesso le fondamenta stesse dello Stato di diritto: controlli, contrappesi, indipendenza delle istituzioni, affidabilità della parola pubblica. Si vuole salvare la casa, e si finisce per incendiarne le travi.

Ed è qui che la complicità giornalistica diventa davvero intollerabile. Perché non si tratta soltanto di simpatie ideologiche, che pure sarebbero già discutibili. Si tratta di una scelta narrativa consapevole: preferire il fascino del caos alla fatica delle regole democratiche. Preferire il leader che urla a quello che media. Preferire il gesto muscolare alla pazienza istituzionale. Preferire l’eccezione permanente alla normale complessità della convivenza civile. La destra italiana che indulge in questo esercizio non sta semplicemente tifando per un presidente americano; sta confessando, senza dirlo apertamente, il proprio disagio profondo verso la democrazia liberale, che è fatta di limiti, di tempi lunghi, di compromessi, di pesi e contrappesi. Tutto ciò che il populismo detesta perché non si lascia ridurre a slogan.

La differenza con Halifax, però, è decisiva. Halifax viveva nell’angoscia del 1937, dentro un continente ancora capace di coltivare illusioni tragiche. Noi viviamo dopo il 6 gennaio 2021, dopo anni di prove, documenti, immagini, dichiarazioni, assalti, menzogne ripetute fino allo sfinimento. Nessuno può più fingere di non sapere. Nessuno può ripetere l’alibi della buona fede con quella leggerezza aristocratica che servì a coprire tante complicità del Novecento. Oggi la scelta non è tra ingenuità e lucidità. È tra lucidità e convenienza. E la convenienza, quando entra nel giudizio, diventa una forma elegante di corruzione morale.

Per questo il punto non è se Trump piaccia o no, se la sua offensiva contro il sistema sia presentata con stile o con brutalità. Il punto è un altro, molto più serio e molto più semplice: è possibile sostenere un leader che attacca le basi della democrazia liberale e dirsi, nello stesso momento, “difensori dell’Occidente”? La risposta, per chiunque conservi un minimo di onestà intellettuale, è no. No, non si difende l’Occidente idolatrando chi ne consuma dall’interno le istituzioni. No, non si protegge la civiltà smantellando le regole che la rendono tale. No, non si fa politica seria quando si scambia il rumore per la forza e la prepotenza per la visione.

Il resto è una messinscena. Un pericoloso imbecille circondato da sicofanti con mezzo cervello può anche sembrare, per qualche tempo, una risposta ai timori della destra globale. Ma la storia insegna una lezione che non andrebbe mai archiviata: quando si pensa di cavalcare la tigre, quasi sempre è la tigre che decide il momento in cui sbranarti. E allora sì, la somiglianza con Halifax è più che un esercizio di memoria: è un avvertimento. Chi oggi applaude il caos in nome dell’ordine, domani potrà solo fingere di non aver capito. Ma la colpa, quella, resterà tutta sua.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Nel novembre del 1937, Lord Halifax, pilastro dell'establishment britannico, incontrava Adolf Hitler. Ne tornò convinto che il Führer fosse un uomo con cui si potesse trattare, un utile "baluardo dell'Occidente contro il bolscevismo". Halifax scambiò l’estremismo per pragmatismo, convinto che le istituzioni avrebbero "addomesticato" il leader radicale. Oggi, osservando certa stampa di destra italiana, la storia sembra fare rima in modo inquietante.

parte 1: Proprio come Halifax vedeva nei nazisti un argine ai russi, testate come "La Verità" di Belpietro o "Libero" dipingono Donald Trump come l'unico scudo contro il "wokeismo", il globalismo e la "decadenza" dei valori tradizionali. Il calcolo è lo stesso: accettare l'instabilità del leader pur di fermare il nemico ideologico.

parte 2: C’è uno sforzo mediatico costante nel normalizzare l’anomalia. Quando Trump attacca l’ordine giudiziario o minaccia ritorsioni, firme come quelle de "Il Giornale" o de "Il Tempo" si affannano a "tradurre" i suoi impulsi. Quello che appare come un pericolo per la democrazia viene ribattezzato "stile non convenzionale" o "strategia da deal-maker". Si cerca di dare logica a chi agisce per scardinare il sistema.

parte 3: Il parallelo si fa stringente sull'idea di forza. Halifax ammirava la capacità del regime tedesco di ridare "orgoglio" alla nazione. Oggi, molta stampa sovranista loda Trump per la sua capacità di "prosciugare la palude" (drain the swamp), ignorando di proposito che il prosciugamento spesso colpisce le fondamenta stesse dello Stato di diritto. Per questi giornali, il fine (difesa dei confini, protezionismo) giustifica i mezzi (retorica incendiaria, assalto alle istituzioni).

parte 4: La grande differenza è che Halifax viveva nell'ingenuità del 1937. Noi viviamo dopo il 6 gennaio 2021 e anni di fatti documentati. Se Halifax peccò di ottimismo tragico, la narrazione odierna di certa stampa sembra una scelta consapevole: preferire il carisma del "caos" alla noia delle regole democratiche, sperando — forse velleitariamente — di poter cavalcare la tigre senza finire morsi.

parte 5: è possibile sostenere un leader che attacca le basi della democrazia liberale e dirsi contemporaneamente "difensori dell'Occidente"? Un pericoloso imbecille circondato da sicofanti con mezzo cervello? Dubito. Anzi, sono sicurissimo: no.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.

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