
Negli ultimi giorni ha fatto parecchio rumore il cosiddetto “manifesto di Palantir”, un documento in 22 punti che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe riassumere il libro del suo CEO. Nella pratica, però, è sembrato a molti molto di più: non un semplice riassunto, ma una specie di catechismo per tempi di guerra, una piccola liturgia della nuova destra tecnologica, dove l’intelligenza artificiale non è uno strumento da usare con prudenza, ma un’arma da liberare senza troppi sensi di colpa. Dentro ci troviamo un mondo in cui la deterrenza nucleare sarebbe ormai un vecchio arnese da museo, la Silicon Valley dovrebbe farsi carico della difesa dell’Occidente e l’etica, come al solito, viene trattata come un lusso da tempi pigri. Nel frattempo, si invoca il servizio militare obbligatorio, si spinge per la fine della smilitarizzazione di Germania e Giappone e si accompagna tutto con quel lessico da crociata che ama dividere il pianeta in popoli “sani” e culture “disfunzionali”. Non è sorprendente che qualcuno abbia risposto parlando di “vaneggiamenti da supercriminale” e che filosofi come Mark Coeckelbergh abbiano visto in quelle pagine un odore fin troppo familiare di tecno-fascismo. Difficile dar loro torto
Eppure, per capire davvero Palantir, bisogna togliere un po’ di patina ideologica e guardare il motore economico che sta sotto la scenografia. Perché il punto, alla fine, è meno astratto di quanto sembri. L’intelligenza artificiale generativa, quella che riempie i feed di demo spettacolari, chatbot sorridenti e immagini prodotte a raffica, è ancora lontana dall’essere una macchina del profitto stabile. I costi di addestramento sono enormi, quelli di gestione pure, e gli abbonamenti individuali non bastano a trasformare il sogno in una rendita robusta. Si spendono miliardi, si promette il futuro, si raccolgono applausi. Poi arriva il conto, e il conto non torna.
Ed è qui che entra in scena il vecchio amico dello sviluppo tecnologico occidentale: lo Stato. O meglio, lo Stato quando si veste da committente militare. Perché se il mercato consumer non premia abbastanza, c’è sempre la possibilità di cambiare campo da gioco e bussare alla porta di chi non chiede un ritorno immediato, ma supremazia, sicurezza, controllo, vantaggio strategico. Insomma: il cliente perfetto per un settore che ha bisogno di giustificare investimenti colossali. Le commesse pubbliche, soprattutto quelle belliche, hanno una qualità quasi mistica per le aziende di questo tipo: non domandano davvero se il prodotto sia utile a migliorare la vita delle persone, ma se consenta di vincere, prevenire, sorvegliare, anticipare. E se per farlo serve un budget smisurato, tanto meglio.
Palantir questo lo sa benissimo. Non è un principiante che sogna di conquistare il mondo con una startup nel garage. È già immersa fino al collo nei rapporti con intelligence, polizia, sistemi sanitari pubblici e apparati governativi, con contratti da centinaia di milioni. La logica è abbastanza trasparente da risultare quasi offensiva: se l’IA non genera abbastanza profitto come prodotto civile, la si riconfigura come infrastruttura di guerra e controllo. E allora il manifesto diventa meno una provocazione e più un manuale di legittimazione politica. Non si vende solo software: si vende la necessità storica del software. E, quando serve, si vende anche la paura.
A rendere il tutto ancora più interessante, e un filo più inquietante, arrivano poi le dichiarazioni del CEO Alex Karp, che hanno il sapore di quelle frasi pronunciate da chi non considera affatto il disordine come un problema, ma come un acceleratore. Karp ha spiegato in più occasioni che l’IA toglierà potere economico a una certa classe di elettori: istruiti, spesso donne, largamente orientati verso il Partito Democratico. In compenso, secondo la sua visione, il baricentro si sposterà verso gli uomini della classe operaia con formazione professionale. Già qui si intravede il piccolo capolavoro retorico: non un’analisi sociale, ma una redistribuzione del valore in chiave tribale, quasi da ingegneria elettorale travestita da profezia economica.
La parte più rivelatrice, però, è il modo in cui la classe media istruita viene raccontata come un problema da superare, una massa “disfunzionale” e “regressiva” che andrebbe in qualche modo archiviata. È il lessico di chi non parla di conflitti reali, ma di categorie umane da ottimizzare o declassare. E quando Karp ammette che il passaggio sarà traumatico, che molte persone avranno lavori peggiori e meno interessanti, lo fa con la serenità di chi considera il trauma un costo marginale, quasi una tassa fisiologica del progresso. Un dettaglio, non un dramma.
Qui si vede bene la vera natura del progetto: non c’è alcuna nostalgia per un’epoca più umana, né una seria preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale. C’è piuttosto una freddezza manageriale che si traveste da realismo. Il danno collaterale non è un incidente: è parte del modello. E quando si parla della classe operaia come destinataria del nuovo ordine, il quadro si fa ancora più chiaro. Non si tratta di emancipazione, ma di ricollocazione dentro un sistema di sorveglianza più sofisticato. Posti di lavoro, sì. Ma dentro un perimetro controllato, monitorato, tracciato. La promessa del riscatto, così, somiglia molto a una gabbia verniciata con colori patriottici.
Se mettiamo insieme il manifesto bellicista, la necessità di trovare nella spesa statale la vera benzina per l’IA e la visione sociale di Karp, il mosaico smette di essere confuso e diventa francamente sinistro. Non stiamo osservando una semplice azienda che vuole vendere strumenti al Pentagono. Stiamo guardando a una visione del mondo che immagina il futuro come più militarizzato, più gerarchico, più sorvegliato. Un futuro in cui la tecnologia non libera energie, ma le incanala; non amplia la cittadinanza, ma la separa; non riduce le distanze sociali, ma le consolida con la precisione di un algoritmo ben addestrato.
La parte più elegante di questa operazione, se così la si vuole chiamare, è il suo talento nel presentarsi come inevitabile. È sempre così con certi discorsi: prima si costruisce l’orizzonte della necessità, poi si chiede che qualcuno paghi il biglietto. Il passaggio da IA come prodotto consumer a IA come infrastruttura di sicurezza e guerra non viene raccontato come una scelta politica, ma come una conseguenza naturale delle cose. E quando qualcosa viene descritto come inevitabile, di solito significa che qualcuno ha lavorato parecchio per renderlo tale.
La Silicon Valley, del resto, ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il potere. Nasce come tempio dell’innovazione, si racconta come laboratorio del futuro, ma alla prova dei fatti torna spesso a cercare la sicurezza dell’appalto, del contratto pubblico, della commessa difensiva. È un vecchio vizio vestito da modernità: dire che si sta costruendo il domani mentre si chiede allo Stato di finanziare il presente più cupo. E in questo passaggio si consuma una piccola frode narrativa: la tecnologia non è più ciò che si sottopone alla democrazia, ma ciò che pretende di ridefinirne i limiti.
Palantir, in fondo, non si limita a prevedere questo futuro. Ci lavora sopra. Lo rifinisce. Lo rende presentabile. E il manifesto, letto senza ingenuità, è una dichiarazione d’intenti con il lessico di un trattato industriale e l’anima di un appello al potere: finanziateci, legittimateci, lasciateci fare. Il resto, compresa la democrazia, verrà dopo. O forse non verrà affatto
Vale allora la pena leggere queste pagine non come un documento tecnico, ma come una piccola confessione politica. Non il racconto neutro di un’azienda che si occupa di dati, bensì la radiografia di un modello in cui la sopravvivenza del business passa attraverso l’armatura dello Stato e il riordino autoritario della società. È qui che il sorriso della Silicon Valley si incrina e lascia intravedere il volto più antico del potere: quello che parla di efficienza mentre organizza il controllo, di progresso mentre normalizza la gerarchia, di innovazione mentre prepara la guerra.
E forse il punto più amaro è proprio questo: il manifesto non scandalizza solo per quello che dice, ma perché dice ad alta voce una verità che molti preferirebbero tenere sottotraccia. Che una certa parte dell’industria tecnologica non sogna un mondo migliore. Sogna un mondo più armato, più dipendente, più sorvegliato. Un mondo in cui la parola “futuro” funziona come una tenda elegante tirata davanti a una stanza molto meno pulita.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere il cosiddetto "manifesto di Palantir", un documento in 22 punti pubblicato dall'azienda di analisi dati per riassumere il libro dei suoi CEO. Più che un riassunto, molti lo hanno letto come un vero e proprio programma politico che mescola intelligenza artificiale, guerra e un nuovo ruolo per la Silicon Valley. Palantir sostiene che l'era della deterrenza nucleare sia finita e che l'unica strada per l'Occidente sia costruire sistemi d'arma basati sull'IA, senza freni etici. Chiede anche un servizio militare obbligatorio e la fine della smilitarizzazione di Germania e Giappone, con un tono che critica apertamente le culture considerate "disfunzionali". Le reazioni non si sono fatte attendere: politici britannici hanno parlato di "vaneggiamenti da supercriminale", mentre filosofi come Mark Coeckelbergh hanno usato il termine "tecno-fascismo".
parte 1: Ma c'è un'analisi di fondo che rende questo manifesto molto più concreto di quanto sembri. L'IA generativa pura, quella dei chatbot e delle immagini, non è ancora redditizia: i costi di training e gestione sono enormi, gli abbonamenti non bastano e le aziende del settore bruciano miliardi senza un chiaro modello di business. Di fronte a questa bolla, la vera speranza per aziende come Palantir sono le commesse statali, in particolare militari. Lo Stato non chiede un ritorno economico immediato, ma sicurezza e supremazia tecnologica, ed è disposto a pagare cifre folli. In altre parole, il manifesto serve a legittimare il passaggio dall'IA come prodotto consumer all'IA come infrastruttura di guerra e controllo. Palantir già vende software a intelligence, polizia e sistemi sanitari pubblici, con contratti governativi per centinaia di milioni. La strategia è chiara: se il mercato non premia l'IA, si cambiano le regole del gioco facendo leva sullo Stato bellico.
parte 2: A completare il quadro arrivano le dichiarazioni del CEO Alex Karp, che aggiungono un elemento quasi sadico di compiacimento per l'indebolimento di intere categorie sociali. Karp ha spiegato in più interviste che l'IA toglierà potere economico agli "elettori altamente istruiti, spesso donne, che votano in larga parte Democratico" per trasferirlo agli "uomini della classe operaia con formazione professionale". La classe media istruita viene così descritta come "disfunzionale e regressiva", una zavorra da superare. Karp ammette che il cambiamento sarà traumatico – "dovremo spiegare alle persone che probabilmente avranno lavori meno buoni e meno interessanti" – ma lo fa con la freddezza di chi considera questo sconvolgimento non un problema, ma un vantaggio competitivo. L'offerta alla classe operaia, poi, si rivela una gabbia: i posti di lavoro che verranno creati saranno strettamente monitorati dai sistemi di sorveglianza di Palantir, trasformando la promessa di riscatto in una forma avanzata di controllo.
parte 3: Se mettiamo insieme questi tre pezzi – il manifesto bellicista, la necessità di commesse statali per rendere redditizia l'IA, e la visione sociale di Karp – il quadro che emerge è inquietante. Non stiamo solo parlando di un'azienda che vuole vendere software al Pentagono. Stiamo parlando di un progetto politico che immagina un futuro più militarizzato, più diseguale, dove la tecnologia non libera ma sorveglia, e dove la classe media istruita viene deliberatamente sacrificata sull'altare di un nuovo ordine tecnologico-militare.
parte 4: Palantir non si limita a prevedere questo futuro: sta attivamente lavorando per costruirlo, e il manifesto è la sua dichiarazione d'intenti. Vale la pena di leggerlo non come un documento tecnico, ma come ciò che realmente è: un appello al potere perché finanzi la propria sopravvivenza, a spese della democrazia e della coesione sociale.
Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.
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