
La sensazione, uscendo da una libreria contemporanea, non è di semplice fastidio. È qualcosa di più clinico, quasi dermatologico: una lieve irritazione dell’anima accompagnata dalla percezione nitidissima di un gigantesco equivoco culturale che dura da decenni. Troppi. Non scandalizza l’esistenza dei libri brutti — quelli ci sono sempre stati e, anzi, spesso sono anche divertenti — ma il fatto che l’intero sistema abbia rinunciato all’idea stessa di selezione, rischio, stile. Ormai le librerie sembrano versioni appena più educate del reparto libri dell’Esselunga: stessa atmosfera da consumo veloce, stessa promessa implicita di conforto digeribile, stesso sospetto che da qualche parte ci sia una promozione sui mirtilli e sulle emozioni autentiche. Una filiera editoriale completamente impazzita che pubblica chiunque abbia un volto televisivo, una riconoscibilità algoritmica o un trauma convertibile in storytelling, accompagnando il tutto con una legittimazione culturale talmente caricaturale da sembrare una televendita di yogurt proteici per il benessere interiore.
Poi apri questi libri e incontri il nulla pneumatico perfetto per i semicolti contemporanei. Scritture costruite con caratteri giganteschi e margini così ampi da sembrare progettati da un interior designer minimalista, utili a simulare una leggibilità che nasconde dialoghi intercambiabili, frasi aforistiche da tazza Instagram e emozioni prefabbricate come slogan motivazionali per HR tossici. Penso alla prosa di Matteo Bussola, al cui confronto la Pimpa — massimo rispetto, davvero — assume improvvisamente la statura stilistica di Tommaso Landolfi. Oppure all’autofiction di Christian Raimo, che riesce nel prodigio di trasformare i post Facebook di un fuorisede insonne in poetica civile, venendo pure premiato da un ambiente culturale che evidentemente ha deciso di considerare l’assenza di forma come forma suprema.
Naturalmente tutto questo non è casuale. È un meccanismo perfettamente riconoscibile, già individuato negli anni ’50 da Dwight Macdonald quando parlava di Masscult e Midcult. Personalmente il Masscult mi è persino simpatico. Richiede mestiere, disciplina, capacità tecnica. Un cinepanettone fatto bene ha più dignità estetica di moltissimi romanzi “importanti” usciti negli ultimi anni. Il Masscult almeno non bara: vuole intrattenerti, sedurti, venderti qualcosa. Fine. Il vero orrore è il Midcult, la mezza cultura, il grande pantano tiepido del “vorrei ma non posso”. Il Midcult aspira all’altezza spirituale senza possedere né lingua né struttura né tragedia. È letteratura con l’ansia di essere considerata profonda. E qui arriviamo al monumento nazionale del fenomeno: Erri De Luca. Una prosa lirica ed essenziale che mima la grande letteratura come un residence romagnolo mima un monastero zen. Tutto è rarefatto, morale, evocativo, pronto per essere sottolineato col lapis da lettori che vogliono sentirsi migliori senza attraversare la minima esperienza destabilizzante. Le sue parabole etiche riducono dilemmi complessi in formule aforistiche già digerite, rassicurando il lettore progressista nella propria sensibilità senza mai gettarlo nell’angoscia del dubbio, che sarebbe poi l’unica funzione seria della letteratura (forse).
Poi accade inevitabilmente il cortocircuito. Erri De Luca osa esprimere un’opinione sul derby permanente Israele-Palestina e il suo pubblico digitale esplode come una pentola a pressione piena di hummus morale. Arrivano i commenti indignati, le accuse, le reinterpretazioni isteriche, il tribunale social composto da persone che leggono tre libri all’anno ma pretendono pure la rettitudine ideologica dell’autore. E lui puntualizza, chiarisce, corregge, sfuma, spiega-che-non-veramente. Probabilmente, a un certo punto, ha pure intravisto davanti agli occhi il foglio Excel delle vendite del prossimo libro. Ed è qui che il Midcult raggiunge la sua forma perfetta: autore ostaggio del proprio pubblico, sacerdote imprigionato nella parrocchia che si è costruito da solo. Una roba che nemmeno il wrestling degli anni territoriali, quando il villain doveva davvero nascondersi all’uscita dell’arena per evitare che gli tirassero le monetine.
Nel frattempo, le stesse persone pronte a bruciare in piazza i libri di Erri De Luca — nell’impossibilità pratica di bruciare direttamente Erri De Luca himself — sostengono contemporaneamente che l’intelligenza artificiale sarebbe una grande democratizzazione dell’arte. “Così anche chi non ha talento può esprimersi”. Perfetto. Esattamente ciò di cui sentivamo il bisogno: moltiplicare industrialmente la produzione di roba irrilevante. Perché si produce già una quantità mostruosa di merda culturale, ma evidentemente non bastava. Serviva l’automazione. Io ormai aspetto solo il ritorno di una ferrea aristocrazia medievale della produzione artistica. Voglio gli sgherri all’ingresso delle case editrici. Voglio le alabarde. Voglio un monaco certosino che controlla i manoscritti dicendo: “No, tu non puoi pubblicare. Torna a zappare e contempla il silenzio”. Altro che democratizzazione. La cultura di massa contemporanea è un open bar cognitivo dove tutti parlano e nessuno ha più niente da dire.
La distinzione tra letteratura di ricerca e letteratura di consumo esiste da secoli. Non è questo il punto. Il punto sono i numeri deliranti della produzione contemporanea, la quantità industriale di libri destinati a evaporare nel giro di sei settimane, come yogurt in scadenza emotiva. E allora che fare? Francamente, l’unica reazione sana è non prendersela troppo. Rinunciare definitivamente all’idea di ottenere fama o riconoscimento attraverso la scrittura e praticare un sano surf personale nel mondo delle Lettere. Seguire i propri venti, i propri demoni, le proprie ossessioni. Non abbiamo nulla da vendere né da comprare in questo mercato dissennato. Meglio continuare a scavare, da lettori-talpa quali siamo, i nostri piccoli cunicoli sotterranei di letture personali, gettando ogni tanto uno sguardo demopsicologico nel grande calderone della massa con la serenità un po’ crudele di chi sa benissimo che il legno storto dell’umanità non si raddrizza. Anche perché oggi il sistema non ha semplicemente abbassato il livello dei libri: ha degradato l’idea stessa di cosa un libro debba essere.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: la sensazione, uscendo da una libreria contemporanea, non è di semplice fastidio. È qualcosa di più clinico: la percezione chiarissima di un gigantesco equivoco culturale che dura da decenni. Troppi. Non scandalizza il fatto che esistano libri brutti, ma che l’intero sistema abbia rinunciato all’idea stessa di selezione, rischio e stile. Ormai le librerie sembrano versioni appena più educate del reparto libri dell'Esselunga. Una filiera impazzita che pubblica chiunque abbia un volto televisivo o una riconoscibilità algoritmica, accompagnando il tutto con un tono di legittimazione culturale ridicolo, manco si trattasse di promuovere l'ultimo yogurt proteico.
parte 1: Se si aprono questi libri, si incontra il nulla pneumatico perfetto per i semicolti. Scritture costruite con caratteri enormi e margini ipertrofici per simulare una leggibilità che nasconde dialoghi intercambiabili ed emozioni prefabbricate come slogan. Penso alla prosa di Matteo Bussola, al cui confronto la Pimpa (massimo rispetto) diventa Tommaso Landolfi, o all'autofiction di Christian Raimo, che trasforma i post di Facebook in poetica e viene pure premiato.
parte 2: Tutto questo non è casuale, ma risponde a logiche precise che il critico Dwight Macdonald individuava già negli anni '50, parlando di Masscult e Midcult. Personalmente rispetto molto il Masscult: richiede professionalità, dedizione, padronanza del mezzo, e in fondo non ha pretese. Il vero pericolo è il Midcult, la mezza cultura. Il Midcult è il trionfo del "vorrei ma non posso", l'aspirazione a una sfera alta dello spirito in totale carenza di mezzi espressivi. L'archetipo perfetto di questo meccanismo è Erri De Luca: una prosa lirica ed essenziale che mima la grande letteratura e offre al ceto medio semicolto una gratificante sensazione di elevazione intellettuale. Le sue parabole offrono dilemmi etici complessi ridotti in formule aforistiche già digerite, rassicurando il lettore nella propria sensibilità progressista senza mai gettarlo nell'angoscia del dubbio.
parte 3: Erri De Luca, lo sapete tutti, ha osato dire nel corso di un'intervista cosa ne pensa del derby Israele-Palestina. E' arrivata la pioggia di commenti incazzosi e incazzati su ogni social. Erri De Luca ha sentito il dovere di puntualizzare, spiegare, dire-che-non-veramente. Probabilmente ha pensato all'effetto della shitstorm sul suo prossimo libro. Autore Midcult ostaggio del proprio pubblico social: cosa ci può essere di peggio?
parte 4: nel frattempo, le persone pronte a bruciare in piazza i libri di Erri De Luca nell'impossibilità di bruciare Erri De Luca himself, sostengono che l'IA sarebbe una grande democratizzazione dell'arte, permettendo pure a chi non ha le qualità di cimentarsi. No ragazzi, così non va bene. Si produce già troppa merda, dobbiamo pure moltiplicarla con l'IA? Quando arrivano gli sgherri a blindare gli accessi ai mezzi di produzione artistica, ripristinando una ferrea gerarchia feudale?
parte 5: Questa divisione tra letteratura di ricerca e di consumo esiste da secoli, ma oggi a impressionare sono i numeri di una produzione industriale delirante. Che fare, allora? L'unica reazione sana è non prendersela troppo, rinunciare a ogni forma di fama tramite la scrittura e praticare del sano surf seguendo i propri venti nel mondo delle Lettere. Non abbiamo nulla da vendere o da comprare in questo mercato dissennato. Meglio continuare a scavare, da lettori-talpe quali siamo, i nostri cunicoli di letture personali, buttando ogni tanto uno sguardo demopsicologico nel calderone della massa con l'animo sereno di chi sa che il legno storto dell'umanità non si raddrizza. Consapevoli del fatto che oggi il sistema non ha soltanto abbassato il livello dei libri, ma ha degradato l'idea stessa di cosa un libro debba essere.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
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