Verboten!

La settimana scorsa, a cena con amici, arriva la domanda che in teoria dovrebbe aprire una conversazione e in pratica spalanca il baratro: “Che ne pensi di De Gregori?”. Io, povera ingenua, ho creduto si parlasse di musica. Ho detto, con la serenità di chi sta per innocuamente esprimere un gusto: “Mi annoia, non lo ascolto”. Fine. Macché. Non avevo capito che si stava entrando nel sancta sanctorum del dramma contemporaneo, quello del “OMG il tal personaggio famoso non la pensa come me”, la telenovela morale che intasa l’aria social e che, possibilmente, dovrebbe estinguersi da sola per asfissia. Invece no: prolifera. E, come tutte le specie invasive, pretende pure di essere discussa con rispetto.

Per chi non lo sapesse, Francesco De Gregori ha detto che prova imbarazzo per i musicisti che dal palco si mettono a parlare di vicende di attualità, soprattutto quando sono faccende enormi, complesse, lacerate, quelle cose che già fai fatica a contenere in un dibattito serio e figurati fra una canzone e l’altra, con il microfono in mano e il pubblico che voleva sentire un concerto, non una lezione accelerata di geopolitica sentimentale. La reazione, naturalmente, è stata immediata: persone che si sentono tradite come se il cantante in questione avesse infranto un contratto non scritto, una specie di patto sacro tra pubblico e cantautore, secondo il quale il famoso dovrebbe sempre confermare esattamente ciò che il fan pensa già. Una noia mortale, oltre che una forma di infantilismo travestita da impegno civile.

La difesa del diritto al silenzio degli artisti sui temi della politica internazionale non nasce dal nulla. Dietro l’allergia di De Gregori ai comizi pop e alle lezioni morali da palcoscenico c’è una ferita storica che non è un dettaglio biografico, ma una specie di incisione sul marmo della musica italiana. Perché in Italia, quando un artista prova a fare l’artista, c’è sempre qualcuno che arriva a dirgli che in realtà dovrebbe fare il tribuno, il pedagogista, l’ambasciatore del Bene o il custode del Pensiero Corretto. È un vizio antico, l’idea che il palco sia un pulpito e il cantante un sacerdote. Solo che i sacerdoti, di solito, hanno almeno la grazia della liturgia. Qui spesso abbiamo soltanto la prosopopea.

Bisogna tornare al 2 aprile del 1976, in un’Italia sospesa in un clima violentissimo, con gli Anni di Piombo già pronti a trasformare tutto in tribunale, in tesi, in colpa. Al Palalido di Milano, durante un concerto, un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare irrompe sul palco e blocca la musica. Non è una contestazione, è un processo in diretta, con la differenza che qui l’imputato non ha nemmeno la consolazione di una toga, soltanto un microfono e l’umiliazione addosso. Lo accusano di essere un privilegiato, di arricchirsi sulle spalle dei proletari, di non voler devolvere l’incasso alla causa. Il tutto con quella sublime capacità tutta ideologica di trasformare la violenza in purezza morale. La frase “suicidati come Majakovskij” è diventata il sigillo dell’orrore di quella serata: non soltanto perché è brutale, ma perché rivela il modo in cui certe tribune sanno mascherarsi da coscienza collettiva mentre esercitano semplicemente sopraffazione. De Gregori ne uscì devastato, smise di esibirsi per un periodo, e ci volle tempo, e il tour con Lucio Dalla, per restituirlo al suo mestiere e per liberare un po’ di aria nei concerti italiani. Si può capire la sua diffidenza. Anzi, si può capire fin troppo bene. Se un essere umano viene sottoposto a un pubblico linciaggio da parte di gente convinta di stare facendo la rivoluzione, poi magari sviluppa una certa sensibilità allergica verso gli idioti che salgono sul palco per fare prediche.

Ma detto questo, possiamo anche smettere con la psicopolizia? Ormai il meccanismo è sempre quello, e ormai è persino stucchevole nella sua prevedibilità. Il personaggio famoso dice X. Il pubblico, o una sua porzione particolarmente affezionata alla propria immagine di purezza, reagisce come se quel X fosse un attentato personale. Se non coincide con il proprio credo, scatta la richiesta di scuse, precisazioni, chiarimenti, smentite, abiure, possibilmente in orario di pranzo. È una forma di possessività che non ha nulla di adulto: non vuole ascoltare un’opinione, vuole possedere la persona che l’ha espressa. Come se il cantante, lo scrittore, l’attore o il regista fossero lì per custodire il nostro riflesso nello specchio. Ma che miseria. Io adoro gli Slayer, Tom Araya ha opinioni politiche diversissime dalle mie, e francamente non vedo il dramma cosmico. Non ci devo andare a cena, non ci devo fondare una repubblica, non ci devo costruire un catechismo. E anche se capitasse di cenarci, scommetterei che entrambi avremmo abbastanza neuroni residui per non sbranarci perché uno dei due pensa male di un partito e l’altro ascolta troppo rumore e troppo poco buon senso.

Consideratemi schierata, allora. Sempre dalla parte opposta alla vostra. Non per sport, non per posa, non perché mi diverta fare la bastian contrario di professione, ma perché l’idea che ogni dissenso debba trasformarsi in scandalo mi sembra il sintomo più triste di un’epoca che ha perso il gusto della complessità e si è innamorata della propria indignazione. De Gregori non vi deve l’ortodossia. Il cantante non è un commesso viaggiatore delle vostre certezze. E se un artista vi irrita perché non vi restituisce la fotografia morale che vi aspettavate, forse il problema non è lui. Forse è l’aspettativa. Quanto a me, resto qui, elegantemente insofferente, a registrare il mio disaccordo con la vostra esigenza infantile di concordanza universale. Non vi sopporto. E, per una volta, mi pare un punto di vista perfettamente ragionevole.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: la settimana scorsa, a cena con amici, arriva la domanda: "che ne pensi di De Gregori?" Credendo si parlasse di musica, ho detto qualcosa tipo: "mi annoia, non lo ascolto". Invece no. Mi ero persa l'inizio del dramma "OMG IL TAL PERSONAGGIO FAMOSO NON LA PENSA COME ME" che sta intasando l'aria social, anche se mi auguro che possa finire rapidamente.

parte 1: per chi non lo sapesse: Francesco De Gregori ha detto che prova imbarazzo per i musicisti che parlano dal palco di vicende di attualitù, pure assai complesse e poco adatte ad essere discusse fra una canzone e l'altra.

parte 2: questa difesa del "diritto al silenzio" degli artisti sui temi di attualità non nasce dal nulla. Dietro l'allergia di De Gregori ai comizi pop e alle lezioni morali da palcoscenico c’è una ferita profonda, un trauma storico che risale a cinquant'anni fa e che ha cambiato per sempre la storia della musica italiana.

parte 3: Bisogna tornare al 2 aprile del 1976, in un’Italia sospesa nel clima violentissimo degli Anni di Piombo. Quella sera, al Palalido di Milano, De Gregori sta tenendo un concerto quando un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare decide di fare irruzione sul palco. Non è una semplice contestazione, ma un vero e proprio processo in diretta. Armati di megafoni, i contestatori bloccano la musica e costringono il cantautore romano a subire un surreale interrogatorio davanti a migliaia di persone. L'accusa è quella di essere un privilegiato, di arricchirsi sulle spalle dei proletari e di non voler devolvere l'incasso della serata alla causa operaia. L'umiliazione subita quella sera, culminata con la celebre e agghiacciante frase "suicidati come Majakovskij", segna uno spartiacque. Sconvolto dall'odio di quella piazza, De Gregori decide di abbandonare le scene, dichiarando che non avrebbe mai più cantato. Ci vorranno più di due anni di silenzio e il tour con Lucio Dalla per restituirlo al suo pubblico e per liberare i concerti italiani dal sequestro ideologico della politica. Si può anche capire la posizione di De Gregori, e diciamocelo, la sua allergia agli idioti che salgono sul palco.

parte 4: ma a parte questo, la finiamo con questa psicopolizia? Ormai è sempre così, il Personaggio Famoso dice X, il pubblico può essere d'accordo o meno, e nel secondo caso va in crisi, sbava, pretende scuse e spiegazioni. Non è accettabile che la celebrità abbia un parere e che questo parere possa essere diverso dal proprio? Io adoro gli Slayer, Tom Araya ha opinioni politiche leggermente diverse dalle mie, ciononostante chi se ne frega, non ci devo andare a cena, e se anche dovessi, credo che entrambi saremmo abbastanza adulti da accettare il fatto che possiamo anche non andare d'accordo al 101% su tutto.

parte 5: Consideratemi schierata. Sempre dalla parte opposta alla vostra. Non vi sopporto.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.

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Un commento

  1. Io dico che Scacchi e Tarocchi è un bel disco, e che la cosa migliore di De Gregori è Il Panorama di Betlemme, sul tardo album Pezzi, che ha solo il difetto di essere musicalmente un clone di Hurricane di Dylan.

    Sempre avuto, del resto, una certa simpatia per De Gregori e per il suo sodale Venditti, specie il tardo Venditti, assolutamente lontano dall’Impegno con la I maiuscola, più degno della mensa di Mauro Repetto che del desco di De Andrè.

    Per sapere come la penso su Repetto, si veda il pezzo del 2007 su Orrore a 33 Giri che lo riabilitò overnight; mai capito invece lo status leggendario di De André, specialmente tra quegli stessi ceffi che aggredirono De Gregori al Palalido.

    A me De Andrè fa sempre venire l’orticaria, non ce la faccio, non saprei nemmeno dire perché, mi sento Alex De Large legato alla poltrona del cinema, però presumo che mi sentirei ancora peggio se fossi un Proletario Sfruttato e dovessi pagare cinquemilalire dell’epoca le banalità del figlio del presidente dell’Eridania.

    A mio personalissimo avviso, un noioso, annoiato, affettato cialtrone senza particolari talenti a parte sapersi scegliere saggiamente i co-autori, affascinato dalla povertà più che dai poveri, come le studentesse del DAMS che vanno ai mercatini vintage cercando materiale per travestirsi da straccione per andare alle autogestioni.

    Ah, aspetta, ora che ci penso una certa coerenza c’è…

    E comunque il nuovo dei Social Distortion è caruccio.

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