
È un pezzo che non parlo di Russia e Ucraina. Un silenzio colpevole, lo so. Nel frattempo il conflitto è continuato, gli eserciti hanno continuato a spararsi addosso, i droni hanno continuato a ridefinire la guerra moderna e una quantità impressionante di analisti da social network ha continuato a sbagliare previsioni con una sicurezza che farebbe invidia agli astrologi.
Per recuperare, conviene partire dalla situazione interna russa. Perché il quadro che emerge oggi è molto meno solido di quanto la propaganda del Cremlino voglia far credere. La guerra d’invasione dell’Ucraina non ha prodotto i risultati strategici promessi e il prezzo viene ormai pagato dalla popolazione. Inflazione persistente, pressione fiscale crescente, salari che inseguono senza raggiungerlo il costo della vita, investimenti drenati verso lo sforzo bellico e un’economia che continua a dipendere da entrate energetiche sempre meno sufficienti a coprire le ambizioni imperiali del regime.
Per anni Putin ha potuto presentarsi come l’uomo della stabilità. Oggi quella narrazione mostra crepe sempre più visibili. Non parliamo soltanto delle difficoltà economiche. Parliamo di consenso. Secondo il centro indipendente Levada, l’approvazione di Putin è passata dall’85% dell’ottobre 2025 all’80% del marzo 2026. Numeri che farebbero ancora sognare qualsiasi leader occidentale, certo. Ma in un sistema costruito sulla percezione dell’invulnerabilità anche una flessione relativamente modesta assume un significato rilevante.
Le critiche, inoltre, arrivano da ambienti che fino a poco tempo fa sarebbero stati impensabili. Influencer patriottici, commentatori vicini al sistema, figure che non appartengono certo all’opposizione liberale. Il Cremlino reagisce in modo apparentemente schizofrenico. Blocca Telegram. Emette decreti segreti. Rafforza la repressione. Ma contemporaneamente tollera critiche che, in altri momenti, sarebbero costate molto care ai loro autori. Non è una contraddizione. È il comportamento tipico di un potere che sente crescere la pressione e cerca disperatamente di evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di più pericoloso. La repressione resta, ma viene calibrata. Il controllo continua, ma non è più assoluto come vorrebbe apparire.
La questione più interessante, però, è un’altra. La Russia sembra aver smarrito il proprio orizzonte. L’Unione Sovietica aveva un’ideologia. La Russia post-sovietica aveva almeno una promessa di modernizzazione. La Russia di Putin oggi vive soprattutto di nostalgia, risentimento e mobilitazione permanente. Non offre un modello alternativo al mondo occidentale. Non propone una visione credibile del futuro. Chiede semplicemente ai propri cittadini di sopportare sacrifici in nome di una guerra che doveva durare settimane e che invece continua a divorare uomini, risorse e prospettive.
La guerra procede così su due fronti paralleli. Uno attraversa le trincee del Donbass. L’altro attraversa la società russa. Nessuno parla seriamente di un imminente collasso del regime. Chi lo fa spesso confonde i desideri con l’analisi. Ma è altrettanto evidente che il Cremlino si trova dentro un vicolo cieco strategico dal quale non esiste un’uscita indolore. E l’attrito, ormai, è diventato sistemico.
A questo punto vale la pena allargare leggermente l’inquadratura e osservare un fenomeno che in questi anni ha assunto contorni quasi grotteschi.
Dall’inizio dell’invasione, nel 2022, a sperare davvero in un intervento diretto della NATO contro la Russia non sono stati i falchi occidentali. Non sono stati gli interventisti professionisti. Non sono stati i sostenitori delle guerre preventive.
No.
I più ansiosi sostenitori inconsapevoli dell’escalation sono stati proprio molti degli ambienti che si autodefinivano “equidistanti”. Quelli del “né con Putin né con la NATO”. Quelli che spiegavano che l’Ucraina era soltanto una pedina americana. Quelli che interpretavano qualsiasi evento attraverso la lente esclusiva dell’antiamericanismo.
Per quattro anni hanno raccontato una storia molto precisa. Kiev sarebbe crollata in pochi giorni. Lo Stato ucraino sarebbe imploso. La popolazione avrebbe accolto i russi come liberatori. L’Occidente si sarebbe stancato rapidamente di sostenere la resistenza. La Russia avrebbe dimostrato una superiorità militare schiacciante.
È andata male.
Molto male.
L’Ucraina non è caduta. Le istituzioni hanno resistito. La società ha mostrato una capacità di mobilitazione che pochi avevano previsto. E soprattutto la Russia si è rivelata molto diversa dall’immagine romantica costruita da certi suoi tifosi occidentali. Non una fortezza antimperialista, ma una potenza autoritaria che intrattiene rapporti sempre più stretti con movimenti nazionalisti ed estremisti di mezzo mondo.
A questo punto emerge un problema psicologico prima ancora che politico.
Come si fa ad ammettere di aver sbagliato praticamente ogni previsione?
Per alcuni la risposta è semplice: non si ammette.
Si aspetta l’apocalisse.
Si aspetta il grande incidente nei Baltici. Lo scontro in Polonia. L’errore di calcolo in Romania. Qualunque evento possa trascinare direttamente la NATO nel conflitto. Perché solo allora diventerebbe possibile riscrivere la storia e sostenere che, in fondo, avevano sempre avuto ragione. Che l’Ucraina era irrilevante. Che era tutto uno scontro tra imperialismi. Che il popolo ucraino non contava nulla.
È una forma di escatologia. Una versione ideologica del profeta di sventura che continua a prevedere la fine del mondo e, quando la data passa senza incidenti, si limita a spostarla al mese successivo.
La verità è molto meno epica e molto più umiliante.
Dal 2022 a oggi, gran parte di questi ambienti non ha compreso la natura del conflitto. Ha scambiato le proprie ossessioni antioccidentali per analisi. Ha letto il mondo attraverso categorie ereditate dal Novecento mentre il campo di battaglia stava già entrando nel futuro.
Quel futuro ha la forma di droni economici, produzione diffusa, innovazione rapida, adattamento continuo. Ha la forma di tecnologie che modificano la guerra più velocemente di quanto riescano a fare i generali.
E qui arriva la beffa finale.
Per anni Mosca ha coltivato l’immagine della modernità militare assoluta. Oggi si trova invece a rincorrere una rivoluzione tecnologica che ha contribuito a rendere inevitabile ma che non riesce a dominare completamente.
Il risultato è che una potenza che continua a ragionare, spesso, con categorie ereditate dal 1945 si trova costretta a combattere una guerra che assomiglia sempre più al 2045.
E questa, più di qualsiasi slogan o dichiarazione propagandistica, è probabilmente la vera notizia.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: E' un pezzo che non parlo di Russia e Ucraina. Un silenzio colpevole, lo so. Per recuperare, parto dalla situazione interna alla Russia. Il quadro che emerge è quello di un regime sotto pressione su tutti i fronti: economico, sociale e persino all'interno delle sue stesse élite. La guerra d'invasione dell'Ucraina non ha portato i risultati sperati e i costi, ormai insostenibili, si riversano sulla popolazione tra inflazione, tasse in aumento e un costo della vita alle stelle. Le entrate petrolifere non bastano più, e il malcontento cresce giorno dopo giorno.
parte 1: Non si tratta solo di umori popolari. Secondo il centro indipendente Levada, l'approvazione di Putin è scesa dall'85% dell'ottobre 2025 all'80% del marzo 2026. E le critiche arrivano ormai da figure inaspettate, come influencer e persino alcuni suoi fedelissimi. Il regime reagisce in modo apparentemente contraddittorio: da un lato blocca Telegram, emette decreti segreti e intensifica la repressione; dall'altro tollera critiche anche molto dure. Un comportamento tipico di chi è in difficoltà e cerca di serrare i ranghi senza però riuscire a controllare del tutto il dissenso.
parte 2: La Russia, insomma, non ha più un modello esterno da rifiutare né un'ideologia interna credibile per il futuro. La guerra procede su due linee parallele: al fronte e dentro la società. Nessuno parla ancora di una minaccia imminente al potere di Putin, ma è chiaro a tutti che il Cremlino è entrato in un vicolo cieco. E l'attrito, ormai, è sistemico.
parte 3: Ora allarghiamo leggermente la visuale. Dall'inizio della guerra, dal 2022, a sperare in un intervento militare diretto della NATO contro la Russia non sono i falchi atlantici, né i liberali interventisti, né i progressisti anti-imperialisti. Sono invece proprio quei marxisti filorussi, gli equidistanti, i lettori del Fatto Quotidiano e i teorici del "né con Putin né con la NATO".
parte 4: Costoro hanno sempre dipinto l'Ucraina come un regime nazista fantoccio degli Stati Uniti. Ma i fatti hanno sistematicamente smentito le loro previsioni: Kiev non è caduta in tre giorni, l'Ucraina ha mostrato una vitalità democratica inaspettata, e la Russia si è rivelata una potenza autoritaria e reazionaria, intrecciata con l'estrema destra internazionale. Ora, incapaci di ammettere i propri errori, questi ambienti attendono con ansia l'escalation definitiva: un incidente nei Baltici, in Polonia o in Romania che inneschi l'articolo 5 della NATO. Solo così potrebbero dire di aver sempre avuto ragione, cioè che era solo uno scontro tra imperialismi e che l'Ucraina non contava nulla.
parte 5: In realtà, questo delirio escatologico serve solo a non ammettere una verità molto più semplice e umiliante: dal 2022 a oggi, non ci hanno capito nulla, hanno solo scambiato le proprie ubbie antioccidentali con la realtà. Che ha risposto con droni economici capace di cambiare l'assetto bellico in qualcosa di mai visto prima, e a cui il dimetrodonte russo, fermo alla concezione di guerra del 1945, non è un grado di far fronte.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.
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