Nicole Minetti e la Repubblica della Gogna

Nicole Minetti ha ottenuto la grazia dal Presidente della Repubblica nel febbraio del 2024. Una decisione che non è piovuta dal cielo né è stata presa in una stanza chiusa tra amici e conoscenti. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva espresso parere favorevole, la Procura di Milano aveva svolto le verifiche previste e gli elementi presi in considerazione erano quelli che la legge richiede: la necessità di assistere un figlio adottivo disabile e la dimostrazione di un concreto percorso di cambiamento personale. Una procedura ordinaria, documentata e passata attraverso tutti i controlli del caso.

A quel punto, però, è entrata in scena quella particolare categoria di giornalismo che vive più di suggestioni che di fatti. Fatto Quotidiano e Report hanno confezionato un racconto dai contorni foschi e scandalistici. Si è parlato di un’adozione irregolare, di feste sfrenate in Uruguay, di rapporti opachi e addirittura della presenza dello stesso Nordio a presunti party sudamericani. Materiale perfetto per accendere l’indignazione social, riempire talk show e alimentare il consueto circo mediatico. C’era soltanto un piccolo problema: le prove.

Nessuna fotografia compromettente. Nessun documento. Nessuna denuncia. Nessuna testimonianza verificata. Nulla che potesse trasformare le insinuazioni in fatti. Eppure, nel nostro tempo, il sospetto gode di uno status privilegiato. Basta suggerire, alludere, ammiccare. Il resto lo fanno il pregiudizio e la predisposizione del pubblico a credere alla versione più scandalosa possibile.

La realtà, che ha il brutto vizio di arrivare dopo il clamore, si è incaricata di riportare la vicenda su un terreno meno fantasioso. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha chiarito che sull’adozione non esiste alcuna irregolarità. Nessuna segnalazione di reato. Nessun elemento che giustifichi l’apertura di procedimenti. Quanto ai presunti festini uruguaiani, non è emersa alcuna prova concreta a sostegno delle accuse. Tradotto dal burocratese giudiziario all’italiano corrente: la storia raccontata dai professionisti dello scandalo semplicemente non regge.

Naturalmente la smentita non ha goduto della stessa fortuna delle accuse. È una regola non scritta del giornalismo contemporaneo. L’accusa conquista le aperture dei giornali, i titoli cubitali, le condivisioni compulsive e le discussioni da bar. La rettifica arriva dopo, in tono minore, quasi fosse un dettaglio marginale. Quando la verità bussa alla porta, il processo mediatico si è già celebrato e la sentenza è stata emessa da una giuria composta da opinionisti, influencer e commentatori professionisti.

Il punto, del resto, va ben oltre la figura di Nicole Minetti. Che piaccia o meno è irrilevante. Il vero tema riguarda una parte dell’informazione italiana che da anni sembra aver sostituito il garantismo con la pulsione punitiva. Una stampa che spesso non cerca di capire cosa sia accaduto, ma individua il colpevole ideale e costruisce il racconto attorno a lui. Il giornalista smette di essere un osservatore e diventa un pubblico ministero senza vincoli processuali, senza obbligo di prova e senza responsabilità per gli errori commessi.

È un fenomeno antico quanto pericoloso. Le società civili si fondano sul principio che siano i fatti a produrre le accuse. Le società isteriche fanno il contrario: scelgono prima il bersaglio e poi vanno alla ricerca di qualunque elemento utile a giustificare la condanna. Quando l’elemento non si trova, si ricorre all’insinuazione. Quando l’insinuazione crolla, si passa oltre. La macchina deve continuare a macinare vittime.

Ecco perché questa vicenda merita attenzione. Non per il destino di Nicole Minetti, che possiede certamente gli strumenti per difendersi, ma per il metodo che rivela. Un metodo che trasforma il giornalismo in una forma di intrattenimento giudiziario. Un gigantesco reality show della morale pubblica, nel quale l’obiettivo non è informare ma eccitare il pubblico attraverso la promessa di uno scandalo sempre nuovo.

Più che informazione, siamo davanti a una forma di spazzatura destinata a consumatori affamati di indignazione permanente. Voyeurismo morale travestito da impegno civico. Un prodotto confezionato per chi prova piacere nell’assistere alle esecuzioni pubbliche, purché avvengano davanti a uno schermo e sotto la nobile etichetta della ricerca della verità.

In un Paese normale, dopo una smentita così netta, qualcuno farebbe autocritica. Qualcuno si chiederebbe se il desiderio di colpire abbia prevalso sul dovere di verificare. Qualcuno riconoscerebbe di aver sbagliato. Ma siamo nella Repubblica della gogna, dove l’errore non si ammette mai e la memoria collettiva dura meno di una storia su Instagram.

Del resto, gli specialisti dell’indignazione sono già al lavoro. Hanno archiviato la pratica Minetti e stanno probabilmente cercando un nuovo colpevole da esibire sulla pubblica piazza. Perché il problema della gogna non è trovare la verità. È evitare che manchi il prossimo condannato.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Nicole Minetti ha ottenuto la grazia dal Presidente della Repubblica nel febbraio 2024. Il ministro Nordio si era detto favorevole e la Procura di Milano aveva verificato due cose: la necessità di prendersi cura del figlio adottivo disabile e il suo effettivo cambio di vita. Tutto regolare, tutto seguito passo dopo passo.

parte 1: Poi sono arrivate le inchieste di Fatto Quotidiano e Report. Accuse pesantissime: adozione irregolare, festini e bagordi in Uruguay, perfino la presenza di Nordio a quei party. Peccato che non sia stato portato un solo riscontro concreto. Montagne di fumo, zero prove.

parte 2: A fare chiarezza ci ha pensato la Procura generale di Milano. La procuratrice Francesca Nanni ha smentito tutto: nessuna irregolarità sull'adozione, nessuna segnalazione di reato, nessuna prova dei presunti festini. Le notizie sono false.

parte 3: Eppure il meccanismo del linciaggio mediatico aveva già funzionato. Per giorni abbiamo assistito all'ennesimo festival del giornalismo forcaiolo: insinuazioni spacciate per inchieste, sospetti elevati a prove. Il problema non è, ovviamente, Nicole Minetti, ma una certa stampa che scambia il pregiudizio per verità e l'ossessione punitiva per senso della giustizia.

parte 4: Ora che la realtà ha smentito tutto, nessuna autocritica. L'accusa occupa le prime pagine, la smentita finisce nelle note a piè di pagina. La gogna mediatica vive di questa regola non scritta. E intanto qualcuno ha già scelto la prossima vittima.

parte 5: Più che informazione, questa è spazzatura per cani idrofobi. Voyeurismo morale travestito da impegno civico. Se questo fosse un paese normale, chi scrive certe bufale dovrebbe riflettere sui propri errori. Ma tanto lo sappiamo: non succederà.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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