Il Funerale del PD Riformista

Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico. Già questo, di per sé, dovrebbe bastare a provocare una discussione seria dentro quello che resta del principale partito della sinistra italiana. Invece temo che accadrà il contrario: qualche insulto sui social, qualche accusa di tradimento e poi il ritorno alla normale liturgia dell’autocompiacimento collettivo.

Eppure la lettera con cui Picierno ha salutato il PD assomiglia a una diagnosi impietosa più che a un congedo. Parla di un partito diventato irriconoscibile, di una comunità che ha smarrito la propria missione originaria, di una deriva che ha progressivamente allontanato quell’elettorato moderato, riformista ed europeista che avrebbe dovuto costituirne la spina dorsale. Soprattutto, parla della morte del progetto nato al Lingotto, l’ultimo tentativo serio di costruire in Italia una grande forza progressista capace di parlare a tutto il Paese e non soltanto a una minoranza ideologica.

La cosa più interessante è che queste parole non arrivano da una nostalgica conservatrice o da una transfuga di destra. Arrivano da una donna che nel Partito Democratico è cresciuta, ha combattuto battaglie importanti, ha rappresentato le istituzioni europee e ha sempre difeso con convinzione i valori dell’europeismo e dell’atlantismo. Arrivano da una dirigente che nessuno potrebbe accusare di aver coltivato simpatie reazionarie.

Per questo il suo addio pesa come un macigno.

Quando una figura come Picierno denuncia che il partito si lascia dettare l’agenda dalle piazze, dai movimenti identitari e dalle campagne simboliche anziché affrontare i problemi concreti dei cittadini, non siamo davanti a uno sfogo personale. Siamo davanti a un campanello d’allarme che riguarda il futuro stesso della sinistra italiana.

Da anni osservo con crescente amarezza il progressivo allontanamento del PD dalla cultura riformista che aveva ispirato le sue origini. Una cultura fatta di governo, di mediazione, di pragmatismo, di attenzione ai lavoratori, ai professionisti, al ceto medio, ai cattolici democratici. Una cultura che considerava il consenso uno strumento per cambiare la società e non una colpa da espiare.

Con la segreteria Schlein si è invece affermata una convinzione curiosa: recuperare gli astensionisti rincorrendo le parole d’ordine più radicali. L’idea sembra essere quella di conquistare milioni di giovani disillusi attraverso una continua esibizione di bandiere, slogan e identità. Il risultato, però, appare sotto gli occhi di tutti. Mentre si cerca di sedurre chi da anni diserta le urne, si allontanano coloro che alle urne ci andavano davvero.

La parola magica è diventata “inclusività”. Viene ripetuta ovunque, spesso svuotata di qualsiasi significato concreto. Inclusività verso tutto e verso tutti, persino verso chi manifesta indulgenza per il terrorismo o considera legittimo trasformare l’odio ideologico in militanza. Ma una società aperta non può sopravvivere se rinuncia a distinguere tra pluralismo e fanatismo. L’inclusione è una virtù democratica; l’assenza di criteri è semplicemente confusione.

La storia delle democrazie occidentali insegna una lezione elementare: le elezioni si vincono conquistando il centro della società, non abbandonandolo. Si vincono parlando a chi lavora, a chi paga le tasse, a chi manda i figli a scuola, a chi cerca sicurezza economica e prospettive per il futuro. Si vincono costruendo maggioranze. Invece il PD sembra sempre più interessato a presidiare nicchie ideologiche e sempre meno a rappresentare il Paese reale.

L’uscita di Picierno certifica proprio questo fallimento.

Ancora più inquietante è la gestione del dissenso interno. Chiunque osi discostarsi dalla linea dominante viene trasformato in un problema da neutralizzare. È accaduto a Picierno. È accaduto ad altre figure che hanno espresso posizioni difformi sulla politica estera, sull’Ucraina, sul rapporto con Israele. Una forza autenticamente democratica vive di confronto, perfino di conflitto interno. Una comunità che espelle simbolicamente ogni voce critica finisce invece per assomigliare a una setta autoreferenziale.

Osservo con dolore questa trasformazione perché appartengo a una generazione che aveva creduto davvero nella possibilità di una sinistra moderna, europea, riformista. Una sinistra capace di tenere insieme solidarietà e crescita economica, diritti e responsabilità, giustizia sociale e libertà individuale. Quella promessa oggi appare sepolta sotto una montagna di slogan, parole d’ordine e battaglie simboliche che spesso sostituiscono il confronto con la realtà.

Per questo, francamente, sono contento per Pina Picierno. Dopo mesi di insulti, delegittimazioni e isolamento, la sua scelta assomiglia alla liberazione da una relazione tossica. Le auguro di trovare uno spazio dove il merito, la competenza e la libertà di pensiero siano ancora considerati valori e non fastidiosi ostacoli all’unanimismo.

Al Partito Democratico auguro invece un momento di lucidità. Cinque minuti appena. Il tempo necessario per guardarsi allo specchio e riconoscere il percorso compiuto. Il tempo per capire come sia stato possibile sostituire il riformismo con il settarismo, l’analisi con il tifo, il governo con la testimonianza.

Temo però che quei cinque minuti non arriveranno. E allora la parabola continuerà: un partito sempre più convinto di avere ragione e sempre meno capace di convincere gli italiani.

La storia, purtroppo, è piena di movimenti che hanno preferito sentirsi moralmente superiori piuttosto che essere utili al proprio Paese. Nessuno di loro è finito bene.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico e la sua lettera d'addio è una doccia fredda per chi ancora credeva in un PD riformista. Picierno non se ne va in silenzio: parla di partito "irriconoscibile", di deriva che ha allontanato l'elettorato moderato, di un percorso che ha smarrito la vocazione originaria. Dice che il PD del Lingotto non esiste più. E lo dice una persona di sinistra, europeista, atlantica, che nel PD ha fatto carriera e battaglie istituzionali.

parte 1: Non è una conservatrice: è una che ha visto il suo partito farsi dettare la linea dalle piazze e dai movimenti, non dai problemi reali della gente. Le sue parole non sono uno sfogo ma una denuncia documentata, e il secondo partito italiano dovrebbe porsi delle domande serie. Perché se tutta l'area moderata – quella che dovrebbe essere l'elettorato naturale del PD – segnala problemi insormontabili, il rischio non è perdere le elezioni ma diventare del tutto irrilevanti.

parte 2: Il punto è semplice: il PD di Elly Schlein insegue gli astensionisti con slogan e bandiere, convinto di poter riportare al voto milioni di giovani disillusi e radicali, ma così facendo perde chi votava davvero – moderati, lavoratori, professionisti, cattolici. La strategia è "inclusività" a tutti i costi, ripetuta come un mantra senza contenuto, anche verso chi giustifica il terrorismo o brucia bandiere israeliane. Peccato che l'inclusività non significhi consegnare la casa a chi vuole demolirla. Il vecchio adagio dice che le elezioni si vincono al centro, non all'estrema sinistra né all'estrema destra. E invece il PD si sposta sempre più verso le piazze, verso i movimenti, verso il palestinismo. Insegue chi non vota e abbandona chi votava. È una strategia perdente, e l'addio di Picierno ne è la prova più evidente.

parte 3: La verità è che il PD non sa più fare politica. Si coalizza contro qualcuno – come già successo in alcune competizioni recenti – ma quando deve proporre qualcosa di costruttivo, un candidato, una legge, una politica, puntualmente fallisce. E chi osa dissentire, come Picierno o come Erri De Luca, viene attaccato e marginalizzato. Il partito erede della tradizione riformista europeista e atlantica non esiste più: è stato sostituito da una setta che ripete mantra, esclude il dissenso e si nutre di odio verso Israele.

parte 4: Io, francamente, sono felice per Pina Picierno. È finalmente uscita da una relazione tossica, dopo un anno di insulti e ghettizzazione. Le auguro di trovare una nuova forza politica seria, liberale, democratica e socialmente accettabile, che la tratti e la valorizzi come merita. Al PD auguro cinque minuti di lucidità – giusto il tempo di rendersi conto con chi si è impigliato: tra veterocomunisti e leccapiedi di Putin, teorie economiche senza senso, ecologismo scriteriato e politica estera incentrata sul servilismo al Cremlino. Ma dubito arriveranno. Nella vita, ognuno ha quel che si merita.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.

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