Henry Rollins contro i duri di cartone

Gira proprio in questo periodo un’intervista recentissima a Henry Rollins, registrata poche settimane fa, in cui l’ex frontman dei Black Flag demolisce con la consueta eleganza da bulldozer l’incapacità e il dilettantismo dell’amministrazione Trump. Fin qui nulla di sorprendente. Rollins ha sempre avuto l’abitudine di dire quello che pensa, spesso senza anestesia e raramente con il consenso preventivo del pubblico.

La parte davvero esilarante arriva leggendo i commenti. Sotto il video si è materializzata la solita processione di indignati: “Basta politica!”, “Torna a cantare!”, “Nessuno ti ha chiesto niente!”. Frasi che già farebbero sorridere per un semplice dettaglio tecnico: Rollins non canta in una band da anni e stava rispondendo alle domande di un giornalista durante un’intervista. Non si era presentato armato di megafono davanti a una concessionaria dell’Ohio per imporre le proprie opinioni alla popolazione locale. Gli è stata posta una domanda e lui ha risposto.

Dietro questa comicità involontaria si nasconde però qualcosa di molto più interessante. Esiste una curiosa asimmetria percettiva che ormai caratterizza gran parte del dibattito pubblico contemporaneo. La politica nell’arte diventa improvvisamente un problema soltanto quando esprime idee progressiste, liberali o genericamente incompatibili con quelle di chi ascolta. In quel momento scatta il riflesso condizionato: l’artista dovrebbe limitarsi a fare l’artista. Il musicista dovrebbe suonare. L’attore dovrebbe recitare. Il cantante dovrebbe cantare.

Quando invece le opinioni vanno nella direzione opposta, la musica cambia immediatamente. Se un artista esprime posizioni conservatrici, sovraniste o reazionarie, allora la sua libertà di parola diventa improvvisamente sacra e inviolabile. Chi lo critica viene accusato di censura, di intolleranza, di voler soffocare il pluralismo delle idee. Il principio resta identico, cambia soltanto il verso del vento.

A infastidire non è la politica. È la politica dell’altro. Il richiamo alla neutralità artistica è semplicemente una clava retorica utilizzata per colpire le opinioni sgradite senza dover entrare nel merito di ciò che viene detto.

L’aspetto più affascinante di questa vicenda è che spesso i protagonisti di queste indignazioni seriali appartengono alla stessa categoria che per anni ha dispensato lezioni di virilità emotiva al resto del pianeta. Sono quelli che hanno trasformato il termine “snowflake” in una filosofia di vita, accusando mezzo mondo di offendersi troppo facilmente. Quelli che sostenevano che la sinistra non sapesse accettare il dissenso. Quelli che si vantavano di possedere una scorza durissima.

Poi arriva un musicista che esprime un’opinione politica contraria alla loro e assistiamo a scene che ricordano un crollo strutturale. Commenti rabbiosi, richieste di boicottaggio, dichiarazioni di tradimento, drammi esistenziali degni dell’ultima puntata di una soap opera venezuelana. La realtà è che il problema non è mai stato l’eccessiva sensibilità degli altri. Il problema è sempre stato l’incapacità di tollerare idee che mettono in discussione le proprie convinzioni.

Tutta questa storia diventa ancora più divertente quando il bersaglio è Henry Rollins. Parliamo di un uomo che ha trascorso l’intera carriera a essere scomodo. Uno che proveniva dai Black Flag, una band che non nasceva per accompagnare aperitivi sulla riviera romagnola ma per sputare in faccia alle convenzioni. Chiedergli di evitare la politica significa dimostrare di non sapere assolutamente nulla né della sua storia né della cultura da cui proviene.

È come lamentarsi perché Frank Zappa faceva satira politica. O perché Joe Strummer parlava di conflitti sociali. O perché John Lennon aveva opinioni sul mondo. A questo punto viene da chiedersi cosa abbiano ascoltato per tutti questi anni certe persone.

Lo stesso fenomeno si osserva regolarmente nel metal. Ci sono individui che hanno passato tre decenni a pogare su …And Justice for All dei Metallica senza apparentemente accorgersi che il disco fosse una feroce critica politica e sociale. Altri hanno consumato i dischi dei Lamb of God come fossero semplici esercizi di ginnastica cervicale, salvo poi scandalizzarsi quando Randy Blythe esplicita in un’intervista esattamente gli stessi concetti che erano già presenti nei testi.

È una forma di analfabetismo culturale particolarmente curiosa: si ascoltano le parole senza sentirle, si leggono i testi senza comprenderli, si frequentano artisti ribelli sperando che rimangano decorazioni innocue. Come certi turisti che visitano il Louvre e fotografano le uscite di emergenza.

Alla fine la questione è molto più semplice di quanto sembri. Essere adulti significa accettare che gli artisti possano pensarla diversamente da noi. Significa riuscire ad apprezzare un grande disco anche quando non condividiamo ogni posizione politica del suo autore. Significa comprendere che il valore artistico e il consenso ideologico non coincidono necessariamente.

Una lezione che molti musicisti sembrano aver imparato meglio dei loro fan. Esiste infatti un dettaglio meraviglioso che i guerrieri della tastiera ignorano sistematicamente: Tom Morello, marxista dichiarato e volto simbolo dei Rage Against the Machine, e Ted Nugent, probabilmente uno degli uomini più conservatori mai passati per un amplificatore Marshall, sono da anni legati da un rapporto di reciproca stima e amicizia.

Pensateci. Due persone che su quasi tutto la vedono in modo opposto riescono a rispettarsi come esseri umani. Nel frattempo, sui social, qualcuno smette di ascoltare una band perché un cantante ha espresso un’opinione durante un’intervista. E questi sarebbero i duri?

Forse il vero problema non è che il rock sia diventato meno ribelle. Forse è che una parte del pubblico è diventata terribilmente incapace di convivere con il dissenso. E quando persino gli ex punk dimostrano più tolleranza dei loro ascoltatori, significa che il paradosso ha ormai completato il giro e si è trasformato in satira involontaria.

In fondo, il rock non ha mai promesso conforto. Ha sempre promesso attrito. Chi pretende che i musicisti si limitino a intrattenere probabilmente non cerca arte, ma arredamento sonoro. E l’arredamento, si sa, ha il grande vantaggio di non contraddirti mai.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Gira proprio in questo periodo, un'intervista recentissima rilasciata al massimo un mese fa, in cui Henry Rollins critica aspramente l'incapacità e il dilettantismo dell'amministrazione Trump. La cosa veramente esilarante, però, non sono le sue parole, ma la valanga di commenti inferociti sotto al post. Tra i vari "basta politica, torna a cantare!" e i piccati "ma chi ti ha chiesto niente?", si è palesato un cortocircuito logico e culturale memorabile. Fa ridere già il fatto che Rollins non canti più in una band da anni e che stesse semplicemente rispondendo alle domande di un giornalista che lo stava intervistando, ma il problema di fondo è molto più profondo e rivela un pattern sistematico che si ripete ogni volta.

parte 1: Esiste una bizzarra asimmetria percettiva per cui la "politica nell'arte" infastidisce solo quando esprime posizioni liberali o progressiste. In quel caso, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del purismo artistico e del divieto di esprimersi. Quando invece un artista sposa posizioni reazionarie, sovraniste o conservatrici, il medesimo pubblico si schiera a testuggine difendendone la sacrosanta libertà di espressione contro la presunta dittatura del politicamente corretto. La verità è che a queste persone non dà fastidio la politica in sé, ma il contenuto di quella politica, e usano il pretesto del disimpegno artistico solo come arma retorica per silenziare le opinioni sgradite.

parte 2: Tutto ciò mette a nudo l'ipocrisia di una categoria di commentatori che ha passato gli ultimi anni a etichettare come "snowflake" chiunque esprimesse sensibilità verso i diritti civili o l'ambiente, accusando il prossimo di essere troppo debole e piagnucolone. Poi, però, basta che un musicista esprima un'opinione contraria alla loro per farli piombare in una crisi isterica, dimostrando una suscettibilità e una pelle sottilissima. Questa totale incapacità di accettare la complessità e il dissenso mostra un'enorme fragilità emotiva: si riempiono la bocca di retorica contro chi si offende per tutto, ma poi dimostrano una permalosità senza pari non appena la loro bolla ideologica viene minimamente scossa da un punto di vista differente.

parte 3: La cosa più comica è che questa pretesa di neutralità viene rivolta a personaggi che hanno costruito la propria intera esistenza sull'essere scomodi e schierati. Chiedere a Henry Rollins, l'ex frontman dei Black Flag e colonna portante dell'hardcore punk, di non parlare di politica significa non avere la benché minima idea di chi sia l'uomo che si sta guardando. È lo stesso identico fenomeno per cui c'è gente che poga da trent'anni su pezzi feroci e ultra-politicizzati come quelli di ...And Justice For All dei Metallica, o che adora i Lamb of God di Randy Blythe, convinta che si tratti solo di riff pesanti e distorsione, per poi gridare al tradimento non appena gli stessi concetti vengono espressi chiaramente a parole. E costoro sarebbero i duri?

parte 4: Essere adulti e avere una mente aperta significa saper scindere l'arte dall'artista, saper godere di un pezzo rock pazzesco senza doverne condividere l'ideologia. Il paradosso definitivo è che persino un marxista convinto come Tom Morello dei Rage Against the Machine e un ultra-reazionario come Ted Nugent sono ottimi amici nella vita reale, uniti dal rispetto per la musica e per l'essere umano, mentre i leoni da tastiera smettono di ascoltare una band per un'intervista scomoda.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.

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