Il futuro non aspetta i nostri sorrisetti

Venerdì scorso SpaceX si è finalmente affacciata sul mercato americano dopo ventiquattro anni di vita industriale, e l’attenzione si è subito concentrata sul nome più facile da trasformare in poster: Elon Musk. Il primo uomo a superare quota mille miliardi di patrimonio personale, dicono i titoli più compiaciuti o più indignati, a seconda dell’umore del lettore. Ma fermarsi al personaggio significa fare, come al solito, il gioco del riduzionismo. Il punto vero non è il patrimonio di un individuo, né la sua capacità di irritare mezza opinione pubblica occidentale: il punto è che siamo dentro una rivoluzione industriale che molti osservano come si guarda un temporale dalla finestra, con un misto di curiosità e sufficienza, salvo poi scoprire che il tetto perde.

L’IPO di SpaceX non va letta come una semplice operazione finanziaria. Gli esperti di mercato, con il loro consueto talento per l’acqua tiepida, osservano che un prezzo “scommettibile” dell’azione starebbe intorno ai 100 dollari, il che renderebbe il livello attuale piuttosto gonfiato. Può darsi. Per il piccolo risparmiatore, del resto, inseguire un titolo del genere come se fosse il biglietto della lotteria tecnologica non è mai una grande idea, a meno di inserirlo in un portafoglio davvero diversificato. Ma fissarsi su questo dettaglio è come discutere del colore dei coprisedili mentre l’aereo decolla. Il cuore della faccenda sono i 75 miliardi di dollari freschi raccolti, destinati a trasformarsi in fabbriche, lanci, satelliti, infrastrutture, ricerca e, soprattutto, potere industriale. Il denaro, quando entra in un ciclo produttivo credibile, smette di essere un feticcio e diventa acceleratore.

L’Europa, come spesso accade quando qualcuno fa qualcosa di grande senza chiedere permesso, ha reagito nel modo più prevedibile: tra derisione e ostilità. Nel 2011, quando Musk parlò di razzi riutilizzabili, molti esperti del continente lo considerarono poco meno che un visionario fuori posto. Dopo il successo del Falcon 9, arrivarono le rassicurazioni solenni: sì, interessante, ma non conveniente; sì, brillante, ma la domanda di lanci è troppo bassa; sì, una curiosità americana, ma niente di strutturale. Una sequenza di valutazioni che oggi fa sorridere. Con il senno di poi, certo, è facile. Ma qui il problema non è il senno di poi: è l’incapacità cronica di riconoscere che abbattendo i costi di accesso allo spazio di cinque o dieci volte non si “sposta” soltanto una tecnologia, si crea un mercato che prima non esisteva.

Ed è proprio questo il passaggio decisivo. SpaceX non si è limitata a servire una domanda già presente: l’ha fatta nascere. Starlink ne è stata la prova più evidente. Quando la connettività satellitare è diventata economicamente accessibile su scala reale, è emerso un bacino di utenti che nessuno aveva davvero prezzato in precedenza. Oggi il sistema genera oltre quattro miliardi di profitti con circa nove milioni di abbonati: non una curiosità da laboratorio, ma una macchina industriale con logica propria. Questo è il punto che molti faticano ad accettare, soprattutto da noi: l’innovazione non è solo un miglioramento incrementale di ciò che già c’è. A volte sposta il perimetro del possibile, e costringe il mondo a ripensare la propria domanda.

Ora il copione sembra ripetersi con Starship. Se il salto promesso sarà davvero quello di abbattere ulteriormente i costi di lancio di un fattore dieci, allora ci troviamo davanti a una piattaforma capace di aprire spazi economici ancora più vasti. Per un periodo non breve, chi controlla quella filiera potrebbe godere di un vantaggio quasi incolmabile. E la domanda, come sempre, non è accademica: come si crea abbastanza utilizzo per una capacità così enorme? Musk, che ai suoi detrattori appare spesso come un mostro mitologico con la tastiera in mano, ha già offerto la sua risposta: i datacenter orbitali per l’intelligenza artificiale.

Qui il ragionamento diventa davvero interessante. Portare i server nello spazio significa sottrarli, almeno in teoria, ai tre vincoli che oggi frenano l’espansione dei grandi centri di calcolo: il consumo di suolo, il fabbisogno energetico e lo smaltimento del calore. In orbita, l’idea è vendere pura capacità computazionale, senza le stesse strozzature che gravano a terra. I primi test sono indicati per il 2028, con l’ambizione di offrire qualcosa che oggi appare quasi fantascienza industriale e domani, forse, sarà la normale architettura della potenza digitale. E, a quanto si dice, i grandi nomi del settore sarebbero già pronti a blindare contratti miliardari per assicurarsi posto a bordo. Del resto, quando un’infrastruttura può fare la differenza tra restare nel mercato e restarne fuori, l’idealismo si riduce in fretta a contabilità.

Il paradosso è che le proteste contro i datacenter terrestri, spesso assolutamente comprensibili, rischiano di accelerare proprio la soluzione orbitale. In molte aree del mondo gli investimenti sono bloccati o rallentati da resistenze locali, timori ambientali, burocrazie e conflitti territoriali. Tutto legittimo, per carità: nessuno dovrebbe fingere che l’espansione dell’infrastruttura digitale sia priva di costi. Ma ogni veto moltiplicato a terra rende più attraente l’alternativa fuori dalla Terra. E così i movimenti anti-datacenter, senza volerlo, stanno diventando i migliori alleati commerciali di SpaceX. L’ironia è talmente elegante che pare scritta da un consulente del destino.

Tutto questo, naturalmente, non assolve Musk. La figura è repellente sotto molti aspetti, e non solo per la ricchezza. Usa la piattaforma X come un’arma di ingerenza continua, alimenta correnti e movimenti di estrema destra in Europa e altrove, coltiva una visione del mondo che considera l’empatia una debolezza e il conflitto un ingrediente naturale dell’ordine sociale. Non è un benefattore dell’umanità, né un filantropo incompreso: è un uomo di potere che ha capito quanto sia utile intrecciare industria, narrazione e influenza. Separare l’analisi economica da quella culturale, in questo caso, sarebbe una sciocchezza. Musk non vende soltanto razzi o satelliti; vende anche una concezione del mondo, e lo fa con la brutalità di chi non ha alcun interesse a sembrare simpatico.

Ed è proprio per questo che l’Europa dovrebbe smettere di limitarsi alla caricatura. Possiamo continuare a deriderlo, invocare il solito intervento pubblico salvifico, rimpiangere un passato industriale che non tornerà per decreto e poi lamentarci del fatto che i treni passano mentre noi discutiamo della forma della banchina. Oppure possiamo trarre una lezione meno gradevole ma più utile: il modello americano di promozione dei privati, quando trova contesti favorevoli, produce risultati che il nostro statalismo difensivo raramente riesce anche solo a sfiorare. Questo non significa adorare ogni miliardario con ambizioni cosmiche. Significa capire che bloccare chi innova perché ci sta antipatico è il modo più rapido per restare indietro.

La questione, allora, non è avere o non avere Musk. La questione è costruire in Europa un ecosistema capace di generare più Musk, ma in concorrenza fra loro, senza monopoli morali né rendite di posizione mascherate da prudenza pubblica. Servono capitali, sì. Servono regole intelligenti, anche. Ma serve soprattutto il coraggio di lasciare che il merito industriale si misuri sul campo e non nei salotti della nostalgia. Perché mentre noi continuiamo a discutere se l’uomo sia simpatico o odioso, altrove si stanno già progettando le infrastrutture che definiranno i prossimi vent’anni.

E questa, per quanto poco rassicurante, è la vera notizia.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Venerdì scorso SpaceX si è finalmente quotata sul mercato americano a 24 anni dalla sua fondazione. I riflettori si sono subito accesi su Elon Musk, diventato il primo uomo della storia a superare i 1000 miliardi di patrimonio personale. Ma fermarsi a questo significa ignorare la parte più importante: la rivoluzione industriale in atto.

parte 1: Gli esperti di finanza fanno notare che un valore "scommettibile" per l'azione SpaceX si aggira intorno ai 100 dollari, il che rende il prezzo attuale decisamente gonfiato. Per il piccolo risparmiatore non ha senso correre questo rischio specifico, a meno che non si compri un indice diversificato. Ma il punto non è la finanza: il punto sono i 75 miliardi di dollari freschi raccolti, che verranno usati per scopi industriali.

parte 2: In Europa le reazioni a Musk oscillano tra l'odio e la derisione. Nel 2011, quando Musk parlò per la prima volta di razzi riutilizzabili (il Falcon 9), la comunità spaziale europea lo derise. Anche dopo il successo del 2015, i vertici dell'ESA continuavano a dire che non era conveniente perché "la domanda di lanci era troppo bassa". Un errore macroscopico: abbattendo i costi di lancio di 5-10 volte, SpaceX ha abbassato i prezzi e ha creato una domanda enorme che prima non esisteva. È così che è nata Starlink, che oggi genera oltre 4 miliardi di profitti con 9 milioni di abbonati.

parte 3: Ora il processo si ripete con Starship, un lanciatore che abbatterà i costi di un ulteriore fattore 10, creando un monopolio quasi incolmabile per i prossimi 15-20 anni. Come creare abbastanza domanda per questo gigante? Musk ha già la risposta: i datacenter orbitali per l'Intelligenza Artificiale. Mandare i server nello spazio risolve alla radice i problemi terrestri di spazio, energia e smaltimento del calore. I primi test partiranno nel 2028, con l'obiettivo di vendere pura capacità di calcolo. E colossi come Google e Anthropic hanno già firmato contratti miliardari per assicurarsi questi server nello spazio.

parte 4: Mentre sulla Terra crescono le legittime e comprensibilissime proteste contro la costruzione di nuovi datacenter (con miliardi di investimenti bloccati), queste stesse proteste diventano una manna dal cielo per SpaceX. Bloccando i server a terra, si rende l'opzione orbitale di Musk ancora più competitiva e l'unica alternativa possibile sul mercato. Un'ironia profonda: i movimenti anti-datacenter stanno diventando i migliori alleati commerciali di SpaceX.

parte 5: È innegabile che la figura di Elon Musk susciti forti antipatie, e non solo per i soldi. Parliamo di un uomo spregevole, repellente, che usa la piattaforma X per ingerenze politiche costanti, che sostiene movimenti di estrema destra in Europa e nel mondo, che definisce l'empatia una "debolezza" e che propone una visione del mondo cinica e distopica. Separare l'analisi economica da quella politica è impossibile, perché lui stesso ha un approccio olistico al potere.

parte 6: noi europei possiamo continuare a deridere Musk, a invocare improbabili interventi statali e a lamentarci con le braccia incrociate mentre il treno passa. Oppure possiamo fare l'unica cosa sensata: prendere atto che la strategia americana di promozione dei privati funziona meglio del nostro statalismo. Non dobbiamo bloccare chi innova perché politicamente non ci piace; dobbiamo invece creare le condizioni per avere "più Musk" in Europa, ma in concorrenza tra loro. Solo così potremo colmare il nostro ritardo tecnologico e rispondere alla sua propaganda.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.

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