
Con l’estate arriva il rito. Più ancora del caldo, più ancora delle zanzare, più ancora di quella vaga sensazione che in Italia tutto debba essere “valorizzato” purché resti identico a sé stesso. Arrivano i Festival Jazz Italiani, e con loro il piccolo grande miracolo della prevedibilità: gli stessi volti, gli stessi nomi, gli stessi comunicati stampa scritti come se l’ufficio promozione avesse appena scoperto l’aggettivo “imprescindibile” e intendesse usarlo fino alla pensione.
Ci sono loro. Sempre loro. Quelli che hanno inciso decine di dischi, ricevuto premi, attraversato televisioni, radio, supplementi culturali e magari anche qualche pagina di giornale locale, con quell’aria da istituzioni mobili che il sistema italiano adora più dei santi patroni. Una volta entrati nel pantheon, vi restano con la tenacia del marmo di Carrara. Il tempo, per costoro, diventa una faccenda secondaria. Può pure accadere che l’ultimo album suoni come un’eco stanca del precedente, o che il concerto replichi la scaletta di ventisette anni prima con la precisione di un orologio svizzero invecchiato male. Il pubblico, comunque, li ritroverà lì. Seduti sul trono della credibilità acquisita per sempre, che è una forma di immortalità molto italiana: assai meno faticosa del merito, assai più redditizia della curiosità.
Il punto, del resto, è che il jazz — almeno sulla carta, e persino sulla carta patinata dei programmi estivi — dovrebbe essere il regno dell’imprevisto. Musica dell’attrito, dell’ascolto reciproco, della frizione creativa. Un linguaggio che vive di rischio, di errore fertile, di incontro improvviso. Ma nei festival italiani il jazz si è trasformato in una liturgia della riconferma. Si improvvisa, sì: nell’ordine dei nomi in cartellone. Per il resto, si procede con la rassicurante metodologia del “già visto”, che è anche il vero marchio di qualità dell’estate culturale nazionale.
Il direttore artistico, spesso musicista egli stesso, oppure amico di scuola di un musicista, oppure allievo, oppure cugino spirituale di un altro ancora, chiama chi conosce. E chi conosce? I colleghi. I colleghi di chi? Dei colleghi. Ecco dunque il capolavoro: una filiera elegante, autoalimentata, ermetica, nella quale l’ossigeno entra solo sotto forma di relazioni consolidate. Dentro, l’aria di trent’anni fa. Fuori, una marea di musicisti italiani che studiano, suonano, compongono, insegnano, faticano, inventano, e poi guardano il cartellone come si guarda una vetrina splendidamente chiusa. La domanda, in questi casi, è sempre la stessa: cosa avranno sbagliato?
La risposta, per una volta, è sorprendentemente semplice: quasi nulla. Hanno solo commesso l’errore di nascere nel posto sbagliato, di studiare con la persona sbagliata, di non frequentare il tavolo giusto a cena, di non possedere il biglietto d’ingresso per quella piccola aristocrazia informale che nel jazz italiano decide più di quanto si ammetta in pubblico. Altro che talento. Altro che ricerca. Altro che rischiare. Qui conta l’appartenenza, quella vera, fatta di inviti, strette di mano, consuetudini, cortesie e pranzi di lavoro. L’avanguardia, a queste latitudini, spesso comincia e finisce con la distanza tra due tavoli ben apparecchiati.
E poi arrivano i comunicati stampa. Ah, i comunicati stampa: un sottogenere letterario che meriterebbe una cattedra universitaria tutta sua, possibilmente finanziata da chi li scrive. Ogni artista viene presentato come “maestro”, “pioniere”, “riferimento imprescindibile”, “voce autentica”, “interprete raffinato”, “figura centrale”. C’è una precisione quasi commovente in questa inflazione lessicale: aggettivi solenni appiccicati a qualunque nome con la stessa disinvoltura con cui si distribuiscono le patenti di nobiltà in una provincia che sogna il salotto buono. Eppure basta ascoltare: a volte il “maestro” ripete il proprio lessico sonoro da anni; il “pioniere” esplora da tempo sempre gli stessi tre sentieri; la “voce autentica” sembra piuttosto un messaggio lasciato su una segreteria telefonica rimasta accesa troppo a lungo.
I giovani, in questo teatro, hanno il ruolo che le commedie di provincia assegnano ai camerieri: entrano, portano qualcosa, sorridono, escono. Sono la “linfa nuova”, espressione che di solito indica due cose opposte e ugualmente imbarazzanti: o che il festival vuole darsi una patina di freschezza, oppure che ha bisogno di un nome meno costoso per riempire il pomeriggio di un giorno feriale, alle 17, quando il termometro segna 35 gradi e il pubblico è composto da parenti, organizzatori, un fotografo stanco e tre turisti entrati per errore. A suonare in una metro di Londra avrebbero raccolto più ascoltatori e, con tutta probabilità, anche più soldi. Ma lì, si sa, manca il vino in calice, il cortile medievale, la masseria, il buffet di prodotti tipici e soprattutto l’illusione che il jazz diventi automaticamente nobile se accompagnato da una porzione di focaccia.
Il vero capolavoro, però, è la critica musicale, quella che dovrebbe vigilare e invece spesso benedice. Una funzione delicatissima: evitare il disturbo. Quando un disco è debole, si parla di “lavoro interlocutorio e ricco di possibilità”, formula geniale che serve a dire: è poco riuscito, ma non vogliamo farci odiare. Quando è mediocre, diventa “meditazione sull’essenziale”, espressione che ha il pregio di far sembrare profonda anche una camminata in tondo. Quando è la copia del disco precedente, ecco arrivare l’inevitabile “all’insegna della coerenza”, che in musica è spesso il modo elegante per dire che la fantasia ha preso ferie lunghe.
I musicisti fuori circuito, se mai qualcuno si degna di notarli, ricevono di solito elogi che suonano già come un avviso funebre: “uno dei talenti più interessanti della scena indipendente”. “Indipendente”, in questo contesto, è una parola che ha perso quasi tutto il suo significato originario e ne ha guadagnato uno solo, molto concreto: fuori dal giro, fuori dai festival, fuori dai pranzi giusti. È il marchio di chi produce musica vera ma non partecipa alla liturgia delle relazioni consolidate. E allora resta lì, in quell’anticamera dove il merito viene sempre applaudito a distanza, come si fa con gli acrobati dietro il vetro di un acquario.
I festival italiani, insomma, diventano spesso una forma di conservatorismo elegante. Una ripetizione ben vestita. Una rete di protezioni che si presenta come comunità, ma assomiglia molto a una conventio ad excludendum con il sax in mano. E l’aspetto più notevole è che tutto questo viene raccontato come se fosse naturale, perfino virtuoso. Come se la continuità coincidesse sempre con il valore. Come se la memoria giustificasse automaticamente l’abitudine. Come se il passato, da solo, fosse un certificato di qualità permanente.
Poi c’è il pubblico. Il pubblico merita rispetto, sempre. Ma merita anche di essere osservato senza troppi inchini. Applaude, sorride, beve. È educato, magari sincero, e spesso si gode davvero l’atmosfera. Il vino era buono, la brezza giusta, la location da cartolina. In fondo ha trascorso una piacevole serata estiva tra una bruschetta e una tromba che, a tratti, pareva quasi un unicorno. Racconterà agli amici di aver ascoltato jazz in una masseria, sotto le stelle, con un artista “straordinario” presentato da un comunicato “molto interessante”. E va bene così, per carità. La cultura in Italia vive anche di convivialità, e nessuno pretende che ogni ascoltatore entri in sala con il taccuino del censore.
Ma se il jazz diventa soltanto un pretesto elegante per confermare il medesimo circuito di nomi, allora il problema non è il gusto del pubblico. Il problema è l’uso strumentale della parola jazz. Perché chiamare jazz una routine protetta, un calendario chiuso, una confraternita ben oliata, significa svuotare il termine del suo contenuto più vitale. Il jazz, per definizione, dovrebbe scombinare gli equilibri. Qui, invece, li consolida. Dovrebbe rischiare. Qui rassicura. Dovrebbe lasciare spazio all’ascolto del nuovo. Qui spesso offre il nuovo solo come decorazione, giusto per non far dire che il re è nudo.
E allora sì, si può applaudire il tramonto, il bicchiere, il cortile e il profilo storico del paese. Si può perfino applaudire il musicista di passaggio, purché non si pretenda che la ritualità basti a fare sistema culturale. Perché un festival che continua a riprodurre sempre gli stessi nomi, gli stessi meccanismi, gli stessi ammiccamenti, finisce per assomigliare a una vecchia automobile tenuta in vita con grande amore e scarsissima immaginazione. Parte ancora, certo. Ma ogni estate ci ricorda che la manutenzione dell’abitudine, da sola, non produce futuro.
E il futuro, in musica, arriva sempre da qualcuno che oggi sta suonando da solo in una stanza, in un club semivuoto o in un locale dove nessuno dei soliti noti ha ancora deciso di farsi vedere. Il resto è cronaca estiva, con il cachet fisso.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: Con l'estate arrivano i Festival Jazz Italiani. Sapete di cosa parlo: quella sensazione, detta anche "certezza" di rivedere sempre gli stessi musicisti. Lidio al flicorno, Alamo (o Alàmo) al piano, Giuseppe al koto (lo ha studiato su YouTube con un maestro giapponese durante l'inverno). Estate dopo estate, dal Trentino alla Sicilia, nei cortili medievali come nei tendoni montati in fretta nei parcheggi comunali. Sempre. Come le rondini, ma con un cachet fisso.
parte 1: Ci sono Loro. Hanno inciso decine di album, hanno vinto premi, compaiono in televisione, alla radio, sui media generalisti. E da allora siedono sul trono inamovibile della credibilità acquisita per sempre. Non importa cosa abbiano fatto negli ultimi vent'anni. Non importa se l'ultimo album è una fotocopia sbiadita. Non importa se suoneranno gli stessi brani del 1997, con la stessa scaletta. Loro ci sono. E questo basta.
parte 2: Il direttore artistico del festival – spesso lui stesso un musicista del pantheon, o comunque un amico d'infanzia di qualcuno del pantheon – chiama chi conosce. E chi conosce? I colleghi. I colleghi di chi? Dei colleghi. Il risultato è un sistema chiuso, ermetico, impermeabile. Dentro c'è l'aria di trent'anni fa. Fuori ci sono centinaia di musicisti italiani, giovani e meno giovani, che guardano attraverso il vetro e si chiedono cosa abbiano sbagliato. La risposta? Niente. Hanno solo sbagliato quando nascere, dove studiare, e soprattutto con chi andare a cena. Gli americani? Pfff... volete mettere col Jazz Italiano Che Ormai E' Il Migliore del Mondo?
parte 3: Poi ci sono i comunicati stampa. Un genere letterario a sé. Ognuno di Loro viene descritto con aggettivi roboanti che non significano più niente: "maestro", "pioniere", "riferimento imprescindibile", "voce autentica". Nessuno di questi aggettivi si riferisce a qualcosa di verificabile. E nessuno di questi aggettivi è mai stato applicato a qualcuno che ha meno di sessant'anni e che non sia già figlio, nipote o allievo prediletto di qualcuno di Loro. I giovani talenti? Un nome per cartellone, infilato in un pomeriggio feriale alle 17 con 35 gradi all'ombra, davanti a undici persone di cui sei sono parenti. A suonare per strada nella metro di Londra facevano più pubblico e pure più soldi. Il comunicato li chiama "la linfa nuova del jazz italiano". Poi tornano nell'oscurità.
parte 4: I critici svolgono un ruolo fondamentale: non disturbare. Quando il disco è brutto, scrivono "lavoro interlocutorio e ricco di possibilità". Quando è mediocre, "meditazione sull'essenziale". Quando è uguale al precedente, "all'insegna della coerenza adamantina". I musicisti fuori circuito, se recensiti, vengono descritti con entusiasmo che sa già di epitaffio: "uno dei talenti più interessanti della scena indipendente". Dove "indipendente" è un eufemismo per "senza speranza".
parte 5: Il paradosso è che il jazz è musica dell'improvvisazione, del rischio, dell'incontro imprevisto. È nato dalla rottura degli schemi. Il jazz italiano dei festival è invece musica della ripetizione, della certezza, della rete costruita con cura e difesa con la violenza. È nato dall'agenda telefonica giusta e dal pranzo con il direttore artistico. La conventio ad excludendum, la consorteria, tutti quei meccanismi clientelari tipici dell'Italia sono replicati con zelo e professionalità esemplari.
parte 6: ah già. Il pubblico applaude, perché è educato, perché la brezza era giusta e il vino decente. E pure le vivande magari. E racconterà agli amici di aver sentito il jazz sorseggiando ottimo vino alla masseria. C'era uno che suonava una specie di tromba, com'era, l'unicorno?
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
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