La pace dei dilettanti

Person walking tightrope holding pole labeled peace and unity, surrounded by angry crowds with signs of chaos, discord, fight, and conflict

Hanno fatto una tregua e l’hanno chiamata pace. Esattamente come a Gaza, il risultato è lo stretto necessario per permettere a qualcuno di presentarsi davanti alle telecamere e dichiarare solennemente finita la faccenda. I “vincitori” di questa partita sono pochi, cinici e tristemente prevedibili: le milizie filo-iraniane che evitano il massacro all’ultimo secondo, il governo USA che può finalmente timbrare il cartellino dell’idillio diplomatico, Benjamin Netanyahu che mantiene il suo stato d’emergenza perenne – l’ossigeno di cui si nutre – e si prepara a riprendere le danze non appena il vento cambierà, e infine le economie asiatiche ed europee che tirano un sospiro di sollievo vedendo scendere il prezzo del greggio. Tutti felici? Nemmeno per idea. Questa è una pax apparente, un’operazione di maquillage internazionale che non risolve i nodi, ma si limita a nasconderli sotto il tappeto mediatico.

A rimetterci, come sempre, è una platea decisamente più affollata. La popolazione iraniana, anziché intravedere uno spiraglio di libertà, si ritrova sul collo il fiato di un regime incattivito e, se possibile, ancora più pieno di tagliagole d’importazione, pronti a essere rinforzati dai reduci disoccupati di Hezbollah. Nel frattempo, la credibilità strategica di Washington esce a pezzi proprio in quell’area cruciale dove un tempo un battito di ciglia della Casa Bianca spostava i destini delle nazioni. I paesi arabi del Golfo – escluso il Qatar, che ha interpretato con la solita flemma il ruolo di maggiordomo di lusso dei negoziati – si sono presi i missili sulla testa e la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma proprio da questo trauma potrebbero veder nascere bizzarre, inedite alleanze di convenienza con Israele, la Cina e persino l’Ucraina. Chi invece piange lacrime amare è la Russia: Mosca perde la tanto sperata finestra di rialzo dei prezzi del petrolio, un dettaglio contabile che renderà i droni ucraini ancora più fastidiosi e letali per le già provate casse del Cremlino.

Ma il vero punto di svolta, quello che i megafoni della propaganda evitano accuratamente di menzionare, è un altro. Con il Memorandum firmato tra Stati Uniti e Iran, Washington ha siglato ufficialmente l’esaurimento della sua leadership politica e militare nella regione. Dal 1956, da quando cioè Dwight Eisenhower bloccò l’anacronistica offensiva anglo-francese a Suez per decretare la fine del vecchio colonialismo, gli Stati Uniti avevano assunto il ruolo di gendarme decisivo e indiscutibile. Oggi la parabola si chiude con un mezzo fallimento: gli USA non hanno liberato Hormuz, non hanno catturato Kharg, ma si sono seduti docilmente al tavolo con una media potenza regionale accettando concessioni che somigliano pericolosamente a un riscatto. Dodici miliardi di dollari sbloccati subito, altri dodici in arrivo, sanzioni rimosse e il pedaggio sulle navi lasciato generosamente in mano a Teheran per chissà quanto tempo. Il regime teocratico che l’Occidente avrebbe dovuto isolare e far cadere viene ora lautamente finanziato da chi, fino a ieri, ne predicava la cancellazione dai libri di storia. L’incoerenza, d’altronde, è il pilastro su cui poggia la diplomazia moderna.

In tutto questo, Israele è stato tenuto fuori dalla porta come il parente povero e imbarazzante, apprendendo l’esito dei negoziati a cose fatte, direttamente dai lanci d’agenzia. È la logica, inevitabile conseguenza dell’appoggio incondizionato e quasi fideistico che Netanyahu ha garantito a Donald Trump. Il premier israeliano non ha voluto capire che per l’inquilino della Casa Bianca non esistono alleati storici o partner strategici, ma solo subordinati temporanei utili alla narrazione del momento. Ora Gerusalemme si trova in un frangente problematico – con l’alleato fondamentale che rema apertamente contro – ma la situazione potrebbe rivelarsi paradossalmente salutare. È lo schiaffo che serve per risvegliarsi dal torpore: Israele può e deve rafforzare la propria autonomia militare e la propria sovranità, smettendola di dipendere dagli umori di Washington. Nel frattempo, c’è da scommettere che Trump farà pressione su Netanyahu – ironicamente per conto dell’Iran – perché ceda territori in Libano. E Dio solo sa cos’altro sarà disposto a barattare sull’altare del suo ego.

Allargando lo sguardo, l’Iran esce temporaneamente rafforzato nella sua dimensione interna: sopravvivere a una guerra pericolosa consolida storicamente le dittature, offrendo al regime la scusa perfetta per stringere ancora di più le viti del controllo sociale. Internazionalmente, però, Teheran si è creata una schiera di nuovi nemici giurati. Tutti i paesi che ha bombardato o minacciato per bloccare lo Stretto non dimenticheranno lo sgarbo e, nel giro di qualche anno, si saranno riarmati fino ai denti, molti dei quali proprio grazie al know-how e alle tecnologie fornite dall’Ucraina. Il modello Putin-Trump, basato sulla forza militare esibita a casaccio e ben oltre le reali capacità strutturali dello Stato – fidandosi del fatto che “tanto poi ci pensa la narrazione sui social a raddrizzare le cose” – si riconferma un fallimento colossale. Putin continua la sua logorante guerra per il semplice fatto che non può ammettere di averla persa, a costo di infliggere danni infiniti ed economici alla Russia stessa. Trump, dal canto suo, ha fallito in Venezuela, ha fallito in Iran, e adesso farà tutto quello che Teheran gli chiederà pur di potersi vantare di un accordo qualsiasi davanti al suo elettorato. Perché l’unica cosa che conta davvero per lui è che i suoi fedelissimi credano alla favola del grande negoziatore, indipendentemente da quanta realtà venga sacrificata nel processo.

Ci troviamo di fronte a una pace che sa tanto di intervallo, una pausa per riprendere fiato prima del prossimo round. Ma se per gli attori locali si tratta dell’ennesimo capitolo di una faida infinita, per gli Stati Uniti questo Memorandum rappresenta probabilmente il tramonto definitivo di un ruolo cinquantennale. Per Israele, invece, comincia la stagione della solitudine: un isolamento forzato che, a seconda della lungimiranza della sua classe politica, potrebbe rivelarsi una condanna senza appello o la più grande opportunità della sua storia recente.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Hanno fatto una tregua e l'hanno chiamata pace. Esattamente come a Gaza, il risultato è lo stretto necessario per permettere a qualcuno di dichiarare finita la faccenda. I "vincitori" di questa partita sono pochi e prevedibili: le milizie filo-iraniane che evitano il massacro, il governo USA che può timbrare il cartellino, Netanyahu che mantiene lo stato d'emergenza perenne e si prepara a riprendere le danze, e le economie asiatiche ed europee che vedono scendere il prezzo del petrolio. Tutti contenti? Macché.

parte 1: A rimetterci sono in parecchi. La popolazione iraniana si ritrova un regime incattivito e pieno di tagliagole d'importazione, presto rinforzato da Hezbollah disoccupati. La credibilità strategica degli USA esce a pezzi proprio nell'area cruciale per i loro interessi. I paesi arabi del Golfo, escluso il Qatar che ha fatto da maggiordomo, si sono presi missili e chiusura di Hormuz, ma da loro potrebbero nascere nuove alleanze con Israele, Cina e Ucraina. E la Russia perde la finestra di rialzo dei prezzi del petrolio, rendendo i droni ucraini ancora più dannosi.

parte 2: Ma il vero punto è un altro. Con il Memorandum firmato tra USA e Iran, Washington sigla l'esaurimento del suo ruolo politico e militare in Medio Oriente. Dal 1956, con Eisenhower che bloccò l'offensiva anglo-francese a Suez, gli USA avevano assunto un ruolo decisivo nella regione. Oggi, invece, non hanno liberato Hormuz, non hanno catturato Kharg, si sono seduti al tavolo con una media potenza regionale e hanno fatto concessioni: 12 miliardi di dollari sbloccati (e altri 12 in arrivo), sanzioni rimosse, pedaggio sulle navi lasciato all'Iran per chissà quanto. Il regime che avrebbe dovuto cadere viene ora finanziato da chi ne predicava la cancellazione.

parte 3: Israele è stato tenuto fuori dai negoziati come il parente povero, e ha appreso l'esito a cose fatte. Questa è la conseguenza dell'incondizionato appoggio di Netanyahu a Trump. Il premier israeliano non ha capito che per Trump non esistono alleati, solo subordinati. Ora Israele si trova in un frangente problematico – l'alleato fondamentale rema contro – ma potenzialmente salutare: può (e deve) rafforzare la propria autonomia militare e sovranità. Nel frattempo, Trump farà pressione su Netanyahu – per conto dell'Iran – perché ceda territori in Libano. E Dio sa cos'altro.

parte 4: Internamente, l'Iran esce rafforzato come regime (sopravvivere a una guerra pericolosa consolida le dittature). Internazionalmente, si è fatto nuovi nemici: tutti quelli che ha bombardato per bloccare lo Stretto, e che nel giro di qualche anno si saranno riarmati fino ai denti, molti con l'aiuto dell'Ucraina. Il modello Putin/Trump, basato sulla forza militare usata a caso ben oltre le capacità reali ("tanto poi ci pensa la narrazione sui social"), si riconferma fallimentare sotto ogni punto di vista. Putin continua la guerra per non ammettere di averla persa, a costo di danni infiniti alla Russia. Trump ha fallito in Venezuela, ha fallito in Iran, e adesso farà tutto quello che l'Iran gli chiederà solo per potersi vantare di qualunque cosa gli lascino. Perché l'unica cosa che conta per lui è che i suoi fedelissimi credano alla sua narrazione.

parte 5: Insomma, una pace che sa tanto di pausa di rifiatare – ma che per gli USA è probabilmente il tramonto di un ruolo cinquantennale, e per Israele l'inizio di una solitudine che potrebbe rivelarsi un'opportunità o una condanna.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.


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