Generazione sfiga

A group therapy session with people sitting in a circle and talking, a therapist leads the discussion

Confesso: Zerocalcare non mi piace. E lo dico senza il bisogno di farne una crociata personale, perché il talento gli appartiene eccome. Ha una cosa che molti fumettisti italiani non hanno mai avuto: la capacità di prendere l’ironia amara, impastarla con cultura pop, frustrazione civile e autocoscienza generazionale, e trasformarla in un linguaggio immediatamente riconoscibile. È bravo, punto. Ma proprio qui sta il problema: la sua forza coincide con il suo limite più evidente. Tutto poggia su un generazionalismo così insistito da diventare una gabbia.

Il punto non è l’autobiografismo in sé. Quello, anzi, può essere uno strumento formidabile. Il punto è quando l’autobiografia smette di essere un mezzo e diventa il fine, quando il racconto non apre più una finestra sull’umano ma si ripiega su una sola fascia d’età, su un solo codice emotivo, su una sola liturgia di ferite condivise. Ed è lì che, almeno per me, l’operazione si inceppa. Perché quell’eterno indugiare sui traumi, sulle ansie, sui sensi di colpa e sulle nevrosi di una specifica generazione finisce per assomigliare a un condominio dell’ombelico: tutti dentro, tutti a raccontarsi quanto sia difficile essere loro, tutti perfettamente consapevoli della propria fragilità. Il problema è che, se non condividi quel lessico preciso di nostalgie anni ’90, di autocoscienza compiaciuta e di autoflagellazione collettiva, resti fuori dalla porta come un estraneo capitato per sbaglio a una seduta di terapia di gruppo.

E qui si arriva al mio vero fastidio: l’idea consolatoria della “stessa barca scassata”. Una formula che, detta così, suona persino nobile. Siamo tutti messi male, siamo tutti precari, siamo tutti spaesati, siamo tutti figli di un’epoca confusa. Molto bene. Ma dopo il quinto giro di giostra, il meccanismo rischia di diventare un’autogiustificazione permanente. Non una diagnosi, ma una carezza reciproca. Non una disamina del reale, ma un rito di riconoscimento tra disillusi. La generazione diventa una tribù, e la tribù diventa il limite del racconto.

Io, molto più banalmente e molto meno terapeuticamente, preferisco la grande letteratura satirica. Quella che non ti dice: “tranquillo, siamo nella stessa melma”. Ti dice: “guarda la melma per quella che è, e soprattutto guarda te stesso mentre ci stai dentro”. Dorothy Parker, per esempio, aveva il talento crudele di smontare i tic sociali senza chiedere il permesso a nessuno. Sinclair Lewis, con la sua satira contro il conformismo provinciale, non costruiva un recinto identitario: faceva saltare il recinto. Lì non contano l’anno di nascita, i riferimenti condivisi, la nostalgia generazionale o il diritto di tribù a sentirsi compresa. Contano le storture eterne dell’animo umano: vanità, ipocrisia, mediocrità, paura del giudizio, bisogno di appartenenza. Roba che non invecchia mai, e che quindi non ha bisogno di hashtag anagrafici per esistere.

Lo stesso vale nel fumetto quando si alza il livello e si smette di fare terapia di comunità. Daniel Clowes e Chris Ware, per dire, non cercano la complicità affettiva del lettore con la formula “anche tu sei uno di noi”. No. Ti prendono per il colletto e ti piazzano davanti un essere umano scombinato, socialmente goffo, spesso triste, quasi sempre prigioniero di sé stesso. In opere come Wilson o Jimmy Corrigan, la solitudine non è un gadget emotivo da condividere in gruppo, e l’ipocrisia sociale non è un pretesto per dire “capitemi”. È materia da laboratorio. È un corpo da sezionare. Il fumetto diventa uno strumento di analisi: osserva, scompone e restituisce al lettore un’immagine spesso sgradevole di sé stesso.

Ed è proprio qui che Zerocalcare, per me, resta al di sotto di quella soglia. Non perché sia scarso. Anzi, ripeto: è bravo. Ma il suo sguardo, per quanto lucido e spesso efficacissimo, tende troppo spesso a chiudersi dentro una comunità emotiva definita, riconoscibile, quasi protetta. È una narrativa che chiede appartenenza, o almeno familiarità. Ti dice: “se hai vissuto questo, se hai ascoltato questi gruppi, se hai assorbito questo immaginario, allora ci capiamo”. Tutto legittimo. Ma la letteratura — anche quella disegnata — dovrebbe aspirare a qualcosa di più ambizioso della semplice identificazione. Dovrebbe colpire anche chi non è del giro, chi non ha la stessa playlist, chi non è cresciuto nella stessa ansia di generazione, chi non vuole per forza riconoscersi in un cimitero di riferimenti condivisi.

Per questo, alla lunga, preferisco un autore che non mi chieda di aderire a una comunità del malessere, ma che sappia smontare il comportamento umano con freddezza, ironia e precisione. Preferisco chi non mi consola, ma mi mette a nudo. Chi non mi dice “siamo tutti uguali nel nostro trauma”, ma “guardati: sei ridicolo, contraddittorio, fragile, e infatti sei umano”. Che è molto più interessante. E soprattutto molto meno provinciale.

Insomma, è una questione di postura intellettuale. Da una parte c’è la consolazione terapeutica della generazione che si racconta e si assolve da sola. Dall’altra c’è la forza, decisamente più rara, di chi guarda l’umanità senza sconti, senza nostalgia e senza bisogno di una tessera del club. Questione di gusti, certamente. Ma io continuerò a scegliere il bisturi. La coperta di Linus, in letteratura, la lascio volentieri a chi ha ancora bisogno di sentirsi al centro di una piccola tribù.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: Confesso: Zerocalcare non mi piace. Riconosco assolutamente il suo talento di narratore e fumettista: la sua capacità di trasformare l’ironia amara in uno specchio collettivo e di mescolare cultura pop e impegno civile ha un valore indiscutibile nel panorama culturale contemporaneo. Tuttavia, c’è un elemento centrale della sua poetica che mi rende impossibile apprezzarlo, ed è il "generazionalismo" esasperato su cui poggia tutta la sua narrazione.

parte 1: Trovo intimamente irritante questo eterno indugiare sui traumi, sulle ansie e sui sensi di colpa di una specifica fascia anagrafica. Quell'idea di una "tribù" costantemente arroccata intorno alle proprie fragilità e alla nostalgia degli anni '90, per quanto mi riguarda, rischia di trasformarsi in un asfissiante zoom sul proprio ombelico. Se non si condivide quel preciso codice di autoflagellazione e quei riferimenti nostalgici, l'intera impalcatura crolla, lasciando fuori chi cerca qualcosa di diverso.

parte 2: Al racconto consolatorio della "stessa barca scassata", preferisco di gran lunga la dissezione chirurgica e universale della grande letteratura satirica. Penso allo sguardo cinico, affilato e privo di indulgenza di Dorothy Parker, o alla satira monumentale di Sinclair Lewis contro il conformismo provinciale. Lì non si parla di un'età o di un anno di nascita, ma delle storture eterne dell'animo umano, analizzate con distacco e lucidità spietata.

parte 3: È lo stesso approccio che si ritrova in maestri del fumetto d'oltreoceano come Daniel Clowes o Chris Ware. In opere come "Wilson" o "Jimmy Corrigan", l'ipocrisia sociale e la solitudine non sono scuse per fare gruppo, ma temi messi sotto il microscopio con una precisione clinica. Una narrazione che non chiede di essere compatita, ma che usa il fumetto come uno specchio deformante e accuratissimo dei nostri difetti universali.

parte 4: Insomma, è una questione di prospettive: da un lato la consolazione terapeutica di chi si piange addosso insieme alla propria generazione, dall'altro la forza liberatoria di chi sa guardare l'umanità per quello che è, senza sconti e senza nostalgie. Questione di gusti, certo, ma preferirò sempre un bisturi affilato a una coperta di Linus.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, descritte sopra nella chat, scrivi un Articolo; usa un tono brillante.

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2 commenti

  1. Ho scoperto il blog di ZeroCalcare tipo nel 2011.

    Faceva strisce sulla sua quotidianità di venticinquenne ed erano piuttosto divertenti, i riferimenti alla pop-culture erano una parte imprescindibile della sua grammatica e per quanto mi riguarda funziona(va)no eccome.

    A me questa striscia, per dire, fa ancora scompisciare, e Darth Vader che dice “guarda che sono tuo padre” è una parte importante del motivo: https://www.zerocalcare.net/storie-a-fumetti/i-vecchi-che-usano-il-pc/

    Si rivolge evidentemente a persone di una certa fascia di età, con un certo linguaggio, in un certo momento storico, e va benissimo.

    I problemi a mio avviso sono iniziati quando ha fatto “il successo”: il blogger ZeroCalcare si incastrava alla perfezione in una scatola già predisposta dal mercato editoriale che ne ha però impedito la crescita oltre le sue pareti, prosciugandone al contempo le risorse.

    Non credo che in partenza ZeroCalcare abbia mai avuto la capacità di reggere il formato lungo, ne un volume di produzione “industriale” senza una forte ripetitività.

    Va detto che il pervenire a quest’ultima è quasi sempre solo questione di tempo nel caso di fumetti altamente stilizzati e meta-mediatici: è chiaro che a una certa si esauriscono le (proprie) possibilità di manipolazione di un personaggio e di un’ambientazione, anche quando si è in possesso di una eccellente tecnica narrativa (è successo a Dylan Dog, è successo a Rat-Man, è successo ad autori Disney come Rodolfo Cimino).

    Quello che però pesa di più è che lo stereotipo su cui ha finito con convergere è uno stereotipo per cui TUTTI coloro che sono cresciuti guardando Ken il Guerriero sono ANCHE TUTTI squattrinati, TUTTI con un percorso educativo frammentario, TUTTI adiacenti al mondo dei centri sociali e dell’estrema sinistra, e naturalmente sono TUTTI de Roma.

    Anzichè rendere la sua narrazione universale (cosa che ne ha decretato il successo iniziale come blogger), col tempo ZeroCalcare l’ha resa sempre più particolare.

    Questo pare avere funzionato commercialmente, e forse continua a funzionare, con un certo tipo di fan: il fan che nessuno si merita.

    Auguro di cuore a ZeroCalcare di trovare il modo di uscire da questo meccanismo senza dover fare compromessi economici insostenibili.

  2. Effettivamente ai tempi del blog era diverso: funzionava decisamente bene in formato strip. Poi ha dimostrato le gambe corte su prove di più lunga distanza. E per consapevolezza, intelligenza o entrambi, maestri come Charles Schultz, Johnny Hart o Chaz Addams non hanno mai fatto il passo più lungo della gamba. Forse erano esempi di seguire meglio.

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