Quando Roma era decadente almeno aveva stile

Seated Abraham Lincoln statue in front of MMA memorial ring with flags and crowd

Fatemi fare, almeno stavolta, il moralista apocalittico.
Una serata di MMA sul prato della Casa Bianca, accompagnata da una conferenza stampa sui gradini del Lincoln Memorial, può sembrare a prima vista soltanto una pacchianata americana, l’ennesima provocazione destinata a monopolizzare i social per qualche giorno. Molti la liquideranno come una trovata di marketing, una manifestazione dell’incontenibile gusto statunitense per lo spettacolo. Credo invece che ci troviamo davanti a qualcosa di molto più serio: un sintomo profondo, forse persino inquietante. Quello che stiamo osservando è il crollo definitivo delle norme sociali che per secoli hanno imposto un minimo di contegno a chi esercita il potere. Sta scomparendo il senso del limite, e con esso la vergogna.

Una repubblica può sopravvivere a molte malattie. Può sopportare conflitti sociali, disuguaglianze economiche scandalose e persino livelli significativi di corruzione. Sono mali antichi quanto la politica stessa. Il vero punto di non ritorno arriva quando il potere smette di sentirsi vincolato da qualsiasi regola informale, da qualsiasi convenzione, da qualsiasi obbligo di giustificazione davanti ai cittadini. Le costituzioni, per quanto ben scritte, non bastano mai da sole. Hanno bisogno di una cultura che riconosca l’esistenza di confini invisibili. Hanno bisogno di classi dirigenti che comprendano una verità elementare: vincere le elezioni non significa possedere lo Stato. Governare non equivale a dominare. L’avversario non è un nemico da umiliare pubblicamente, ma una parte della comunità nazionale con cui si continuerà a convivere il giorno dopo.

Questa osservazione non nasce da alcuna nostalgia per le vecchie oligarchie. Le élite del passato erano spesso arroganti, ipocrite e profondamente interessate ai propri privilegi. Tuttavia possedevano almeno il pudore della rappresentazione. I grandi industriali americani dell’Ottocento e del Novecento accumulavano fortune immense, ma sentivano il bisogno di finanziare università, biblioteche, fondazioni culturali e musei. Certo, spesso si trattava di operazioni d’immagine. Ma proprio questo è il punto. L’ipocrisia, come scriveva La Rochefoucauld, è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. La necessità di fingere dimostrava che la società conservava ancora una forma di superiorità morale sul denaro. Oggi quella finzione è stata gettata dalla finestra. Non esiste più neppure la preoccupazione di apparire rispettabili.

I super-ricchi contemporanei sembrano aver adottato un’altra filosofia: esibire il proprio potere anziché mascherarlo. Mostrare la propria ricchezza anziché giustificarla. Trasformare l’influenza economica in un fenomeno spettacolare. Il presidente degli Stati Uniti, da parte sua, converte luoghi simbolici della nazione in palcoscenici personali. Non siamo lontani dalla fase terminale della Repubblica Romana, quando una ristretta oligarchia aveva accumulato risorse talmente vaste da risultare più forte delle stesse istituzioni repubblicane. In quel contesto, i giochi gladiatori non erano soltanto intrattenimento. Erano una manifestazione pubblica di potenza. Un linguaggio. Servivano a ricordare al popolo chi possedeva il denaro, chi distribuiva favori e chi deteneva il controllo della scena.

L’accostamento può sembrare eccessivo, ma il meccanismo è sorprendentemente simile. La volgarità contemporanea non è un incidente. È una strategia. Lo sfarzo ostentato, la provocazione continua, la trasformazione di ogni spazio istituzionale in evento mediatico comunicano un messaggio preciso: il potere non ha più bisogno di apparire sobrio, competente o responsabile. Gli basta essere visibile. Anzi, deve essere continuamente visibile. Viviamo nell’epoca in cui la spettacolarizzazione sostituisce la legittimazione.

Il pericolo più grande non consiste dunque nell’imbarbarimento del linguaggio politico, fenomeno già visto molte volte nella storia. Il rischio reale è che la sfrontatezza diventi una forma di governo e la crudeltà una forma di intrattenimento. Quando la carica pubblica si riduce a performance permanente, quando l’attenzione vale più della competenza e quando la fedeltà alle istituzioni viene sostituita dalla devozione personale verso un leader, la democrazia comincia a svuotarsi dall’interno. I tribunali possono continuare a funzionare. Le elezioni possono continuare a svolgersi. I parlamenti possono continuare a riunirsi. Ma le forme esteriori sopravvivono spesso molto più a lungo dello spirito che le aveva generate.

Le repubbliche raramente muoiono in una notte. Non crollano sotto un fulmine. Si consumano lentamente, come una trave attaccata dai tarli. A un certo punto le strutture sembrano ancora solide, ma basta una pressione minima per scoprire che all’interno è rimasto soltanto il vuoto. Seneca lo aveva capito duemila anni fa: “La crescita è lenta, ma la via verso la rovina è rapida”. Le civiltà trascorrono secoli a costruire il prestigio delle proprie istituzioni e pochi anni a demolirlo.

E qui arriva la parte più surreale dell’intera faccenda. Tocca ammettere che il famigerato Bunga-Bunga di Berlusconi, per anni indicato come simbolo definitivo della decadenza italiana, oggi appare quasi come una goliardata da campus universitario. Una serata un po’ sopra le righe organizzata all’inizio dell’estate. Se vent’anni fa qualcuno avesse ipotizzato combattimenti da arena sul prato della Casa Bianca come strumento di comunicazione presidenziale, sarebbe stato accusato di scrivere satira troppo esagerata. Oggi invece è cronaca.

E forse è proprio questo il segnale più allarmante. Non che certe cose accadano. Nella storia umana accade di tutto. Il problema è che non ci scandalizzano più.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Fatemi fare, almeno stavolta, il moralista apocalittico. Una serata di MMA sul prato della Casa Bianca, con tanto di conferenza stampa sui gradini del Lincoln Memorial, può sembrare a prima vista "solo" una pacchianata o una provocazione. In realtà, nasconde un sintomo politico gravissimo: il crollo definitivo delle norme sociali, del senso del limite e della vergogna da parte di chi detiene il potere e dei super-ricchi che lo circondano.

parte 1: Una repubblica può sopravvivere ai conflitti, alla disuguaglianza economica e persino alla corruzione. Sono mali antichi. Il vero punto di non ritorno si raggiunge quando il potere non si sente più vincolato da regole non scritte, dalle convenzioni o dal bisogno di giustificarsi davanti all'opinione pubblica. Le leggi e la Costituzione possono regolare l'ambizione umana solo fino a un certo punto; per funzionare, hanno bisogno di un ecosistema culturale basato sulla moderazione e sull'idea che vincere le elezioni non significhi dominare e umiliare l'avversario.

parte 2: Questo non significa idealizzare le vecchie élite del passato, che erano spesso egoiste e spietate. Eppure, i grandi miliardari di un tempo sentivano il bisogno di mantenere una facciata di rispettabilità e di responsabilità sociale, finanziando università, musei e biblioteche. Erano ipocriti? Spesso sì. Ma l'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù: la necessità di "recitare" una parte dimostrava che la società esercitava ancora un controllo simbolico sul potere. Oggi, invece, quel velo è caduto e la finzione è stata apertamente scartata.

parte 3: Oggi i super-ricchi mostrano apertamente disprezzo per il bene comune e il presidente americano trasforma i rituali di Stato in un teatro personale. È una dinamica che ricorda il crepuscolo della Repubblica Romana, quando pochissimi oligarchi accumularono ricchezze tali da scavalcare le leggi dello Stato, usando i combattimenti dei gladiatori per distrarre le masse e legittimare il proprio potere economico. La volgarità e lo sfarzo sfrontato di oggi fanno esattamente lo stesso: non cercano consenso attraverso il servizio o la competenza, ma esigono attenzione e sottomissione tramite lo spettacolo, il denaro e l'estetica della dominazione.

parte 4: Il pericolo reale non è solo che la politica diventi più rozza, ma che la sfrontatezza e la crudeltà diventino un vero e proprio stile di governo. Quando la crudeltà diventa intrattenimento, la carica pubblica si riduce a pura performance e la fedeltà alle istituzioni viene sostituita dalla lealtà cieca a una persona, la democrazia si svuota dall'interno. I tribunali, le elezioni e i parlamenti possono anche rimanere formalmente in piedi come gusci vuoti, ma una repubblica muore quasi sempre prima come ordine morale, e solo successivamente il collasso si estende alle sue istituzioni formali. Come diceva Seneca: "La crescita è lenta, ma la via verso la rovina è rapida".

parte 5: tocca ammettere che il Bunga-Bunga di Berlusconi, a confronto, sembra ormai una festa universitaria un po' sopra le righe organizzata in una sera di inizio estate.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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