
Ma siamo davvero sicuri che lo scazzo tra Michele Mari e Teresa Ciabatti sia soltanto un litigio da gita scolastica per adulti che leggono prime edizioni? La vicenda delle presunte offese rivolte a Michela Murgia, poi smentite dall’autore attraverso il suo editore, continua ad alimentare articoli, commenti e prese di posizione. Nel frattempo la Fondazione Bellonci ha deciso di mantenere Mari in gara e il caso è diventato il principale argomento di conversazione intorno al premio. Ora, io non voglio insinuare nulla. Anche perché insinuare è un’arte che richiede disciplina, misura e un certo rispetto per il lettore. Mi limiterò quindi a osservare che tutta questa storia possiede la stessa spontaneità di una lite tra influencer che, casualmente, esplode quarantotto ore prima del lancio di una nuova linea di integratori.
La prima ipotesi è quella più semplice e, proprio per questo, la più elegante. In un mercato editoriale che da anni assomiglia a un reparto geriatria del commercio culturale, dove persino arrivare nella cinquina dello Strega non garantisce più le glorie di un tempo, una polemica ben confezionata è oro puro. Mari era già il favorito, già il nome più forte, già il candidato più atteso. Ma un favorito vende ai lettori, mentre un perseguitato vende anche ai non lettori. Improvvisamente il libro smette di essere un romanzo e diventa una dichiarazione identitaria. Non compri più un testo: compri una bandiera. Da una parte chi pensa che Mari sia vittima del politicamente corretto, dall’altra chi si scandalizza. Nel mezzo, il registratore di cassa che suona una musica dolcissima. Del resto, chi amava contemporaneamente Mari e Murgia probabilmente aveva già acquistato il volume. Il margine di crescita sta altrove: nei lettori che non leggono ma adorano schierarsi. E quelli, oggi, sono una miniera praticamente inesauribile.
Se invece vogliamo escludere editori e strateghi del marketing, allora il sospetto si sposta naturalmente sul Premio Strega stesso. Perché bisogna riconoscere una cosa: da giorni si parla della competizione come non accadeva da anni. Giornali, siti culturali, social network, discussioni infinite. Lo Strega è ovunque. E qui emerge una verità piuttosto imbarazzante per il mondo letterario: gli italiani non leggono abbastanza libri da rendere interessante un premio letterario, ma leggono ancora abbastanza polemiche da renderlo virale. Così il più importante riconoscimento culturale italiano finisce per assomigliare a un reality show. Non si discute dei romanzi, dello stile o delle idee. Si parla di retroscena, alleanze, rancori e presunte frasi pronunciate su un pulmino. Il salotto di Maria Bellonci trasformato in una puntata di Uomini e Donne per laureati in lettere. Un’evoluzione affascinante, se non altro dal punto di vista antropologico.
Poi esiste la terza teoria, la mia preferita perché possiede quella grazia rinascimentale tipica delle congiure italiane. La pista porta a Matteo Nucci, arrivato secondo nella votazione preliminare dietro Mari. Attenzione: non sto dicendo che sia successo davvero. Sto dicendo che, se fossimo dentro un romanzo di Umberto Eco scritto dopo tre Negroni e una maratona di wrestling, sarebbe una trama perfetta. Il favorito viene investito da una tempesta mediatica proprio alla vigilia del voto decisivo, gli equilibri cambiano, i grandi elettori vacillano, le simpatie si spostano e la narrativa si modifica. Non sarebbe neppure la cosa più machiavellica mai accaduta nella storia dello Strega. Anzi, probabilmente non entrerebbe nemmeno nella top ten.
La parte meravigliosa della faccenda è che tutte queste ipotesi sembrano assurde e contemporaneamente plausibili. È il segno distintivo della nostra epoca. Viviamo immersi in una rappresentazione continua, in cui la distinzione tra fatto, racconto e promozione è diventata sempre più nebulosa. E infatti questa storia assomiglia terribilmente a una storyline di wrestling. C’è il campione designato, c’è la polemica improvvisa, ci sono le fazioni che si dividono e i commentatori che analizzano ogni dettaglio come se stessero decifrando i manoscritti di Qumran. Manca soltanto qualcuno che sfondi una parete durante la finale dello Strega armato di una sedia pieghevole. Il problema è che perfino il wrestling moderno, quando lavora bene, scrive trame più credibili. Qui si vedono le cuciture, si sente il rumore dei macchinari dietro le quinte, si intravede il tecnico che regge il fondale. Eppure tutti continuano a guardare.
Forse perché, in fondo, il mondo culturale italiano soffre dello stesso male del mondo dello spettacolo: non riesce più a distinguere l’Attenzione dal Prestigio. L’importante non è essere letti, è essere discussi. Alla fine resta una sola conclusione possibile: che pezzenteria. Decenni di storia letteraria, editori monumentali, scrittori celebrati, premi prestigiosi, intellettuali che si richiamano a Borges, Calvino e Proust, e poi eccoci qui, a ragionare come tifosi di mercato rionale su chi abbia messo in giro quale voce per vendere qualche copia in più o per negarne qualcuna agli altri. La letteratura italiana che sogna di essere il Café de Flore e finisce per sembrare una riunione di condominio particolarmente litigiosa. Con meno eleganza. E, tragicamente, con meno lettori.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: Ma siamo davvero sicuri che lo scazzo al Premio Strega tra Michele Mari e Teresa Ciabatti sia solo un bisticcio da pulmino? La vicenda delle presunte offese a Michela Murgia, prontamente smentite dall'autore tramite Einaudi, continua a far discutere, ma forse stiamo guardando il dito invece della luna. Dietro l'indignazione collettiva e la decisione della Fondazione Bellonci di mantenere Mari in gara, si intravedono dinamiche commerciali e posizionamenti strategici che poco hanno a che fare con la letteratura.
parte 1: Una delle ipotesi più plausibili è che la voce sia stata fatta circolare ad arte dallo stesso editore di Mari. In un mercato editoriale asfittico, dove persino la cinquina dello Strega fatica a vendere come un tempo, la polarizzazione è una manna dal cielo. L'obiettivo commerciale sarebbe chiaro: allargare il pubblico di riferimento di Mari, andando a pescare tra tutti coloro che avevano in antipatia la Murgia e le sue posizioni. Chi invece stimava Michela Murgia e apprezza Mari, con ogni probabilità, quel libro lo ha già comprato.
parte 2: Se non è farina del sacco dell'editore, il sospetto si sposta inevitabilmente sull'ufficio stampa del Premio Strega. Pensiamoci bene: sono giorni che non si parla d'altro, che i giornali riempiono le pagine con i dettagli del diverbio e che l'attenzione mediatica sulla cinquina è ai massimi storici. Trasformare un premio letterario in un reality show culturale è il modo più cinico, ma efficace, per far parlare di un evento che altrimenti rischierebbe di interessare solo agli addetti ai lavori.
parte 3: C'è poi una terza pista, squisitamente all'interno delle dinamiche del premio, che porta dritta a Matteo Nucci. Essendo arrivato secondo in termini di voti alle semifinali, Nucci è il diretto inseguitore del favorito. Innescare una bomba mediatica di questa portata contro il capolista Mari, proprio nel momento cruciale delle votazioni finali, rappresenta la classica mossa per sparigliare le carte e tentare il sorpasso al fotofinish.
parte 4: Alla fine dei conti, tutta questa messinscena sembra uscita direttamente da una storyline di wrestling, che, come spesso accade, si dimostra ancora una volta la migliore chiave interpretativa della nostra realtà. Soprattutto oggi, in un mondo in cui i fatti concreti scompaiono del tutto, inghiottiti da una perenne performance sui social dove l'unica cosa che conta davvero è recitare una parte e fare più rumore degli altri. Anche se in questo caso si vede la scrittura scadente e il basso livello da federazione amatoriale.
parte 5: Diciamocelo chiaramente: che pezzenteria! Cosa non si fa per due copie in più, o almeno per farne vendere due in meno agli altri!
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
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