Cosa resta degli Stati Uniti quando i migliori vengono cacciati? Il caso Donahue

A wounded lion lying on a patchwork rug in front of stone fortress walls with peacocks and a guard tower

Kabul, 30 agosto 2021, ore 23:59. L’ultimo aereo militare americano è pronto al decollo. Sulla pista resta ancora una figura. È il generale Chris Donahue. Sarà lui l’ultimo soldato statunitense a lasciare l’Afghanistan. Non ha delegato il compito a un subordinato, non ha cercato una via d’uscita anticipata, non ha trasformato quel momento in un esercizio di pubbliche relazioni. È rimasto fino all’ultimo secondo utile. In una delle ritirate più caotiche e controverse della storia americana recente, ha fatto ciò che i soldati si aspettano da un comandante: essere presente quando tutti gli altri stanno andando via. Quella fotografia notturna, diventata iconica, racconta più di mille discorsi motivazionali. Racconta un uomo che non ha mai chiesto agli altri ciò che non era disposto a fare lui stesso.

Donahue non era un generale qualsiasi. Nel mondo delle forze speciali americane il suo nome aveva un peso specifico enorme. Per anni è stato uno dei volti più rispettati della Delta Force, l’unità d’élite incaricata delle missioni più rischiose e delicate. Ha trascorso gran parte della sua carriera a dare la caccia ai leader jihadisti tra Iraq, Afghanistan e Siria, accumulando un’esperienza operativa che pochi ufficiali della sua generazione possono vantare. Non era il classico generale da conferenze stampa, ma uno di quelli che si erano costruiti la reputazione sul campo.

Con il passare degli anni e l’avanzare dell’età, quando inevitabilmente i riflessi non sono più quelli di un trentenne, Donahue ha fatto ciò che fanno i migliori professionisti: ha trasformato l’esperienza in valore strategico. È diventato una delle figure più importanti nel coordinamento delle relazioni militari con gli alleati europei e uno dei principali sostenitori dell’assistenza militare all’Ucraina. Alla guida delle forze statunitensi in Europa e Africa ha rappresentato una sintesi rara: operatore, comandante e stratega. Il guerriero-soldato nel senso più nobile dell’espressione. Non il cultore della retorica marziale, ma l’uomo che conosce il costo reale della guerra proprio perché l’ha vista da vicino.

Eppure oggi Donahue lascia. Ufficialmente si parlerà di avvicendamento, di scelte personali, di normale ricambio generazionale. Sono le formule che le istituzioni utilizzano quando vogliono evitare domande scomode. Ma chi conosce l’ambiente militare sa che dietro le formule spesso si nascondono realtà meno eleganti. Le indiscrezioni parlano di tensioni crescenti con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e di una progressiva incompatibilità con la nuova visione che si sta cercando di imporre ai vertici delle forze armate.

Qui la vicenda assume contorni quasi grotteschi. Hegseth ama presentarsi come il paladino del ritorno dei “veri guerrieri”. È una narrazione che funziona molto bene nei talk show, nei podcast e nei comizi. Peccato che molti dei generali che stanno uscendo di scena siano esattamente ciò che quella retorica sostiene di voler difendere: uomini che hanno combattuto davvero, comandato davvero e rischiato davvero. Un ufficiale in pensione ha riassunto la situazione con una frase destinata a diventare memorabile: “Il tizio che vuole riportare i veri guerrieri nell’esercito sta combattendo una guerra personale contro di loro”. Difficile trovare una sintesi più efficace.

Naturalmente questa non è soltanto la storia di Chris Donahue. È la storia di un fenomeno più ampio che sta attraversando le forze armate americane. Secondo numerose ricostruzioni, Donahue sarebbe almeno il sesto generale a tre o quattro stelle a lasciare il servizio in modo inatteso in un arco di tempo relativamente breve. In un’organizzazione gigantesca come il Pentagono può sembrare poco. In realtà non lo è affatto. I vertici militari dovrebbero rappresentare continuità, esperienza e stabilità. Quando iniziano a cadere uno dopo l’altro, la domanda non è più chi sarà il prossimo a lasciare, ma quale messaggio stia ricevendo chi resta.

Il rischio non riguarda la destra o la sinistra, i repubblicani o i democratici. Riguarda qualcosa di molto più concreto: l’efficienza delle forze armate. Un esercito professionale funziona quando promuove competenza, capacità e risultati. Funziona molto meno quando il criterio principale diventa la compatibilità con chi occupa temporaneamente una poltrona a Washington. Le guerre non si vincono con la fedeltà ideologica. Si vincono con la preparazione, la pianificazione e la capacità di dire ai leader ciò che spesso non vogliono sentirsi dire.

Ed è qui che emerge il paradosso più amaro. Nel 2021 Donahue fu l’ultimo uomo a lasciare Kabul, chiudendo simbolicamente la porta su vent’anni di guerra americana in Afghanistan. Oggi sembra diventare il simbolo di un’altra chiusura: quella di una stagione in cui esperienza operativa e autorevolezza professionale costituivano ancora un capitale da preservare. Nessuno è indispensabile, naturalmente. Gli eserciti sopravvivono a generali ben più famosi. Ma esiste una differenza tra il normale ricambio e l’allontanamento sistematico di figure che hanno costruito la propria credibilità sul campo.

La fotografia di Kabul resta lì, immobile nel tempo. Un generale che sale per ultimo su un aereo nella notte afghana. All’epoca sembrava l’immagine della fine di una guerra. Oggi assomiglia sempre di più all’immagine della fine di un’epoca. E questa, per chi crede che le divise debbano restare al servizio delle istituzioni e non delle mode ideologiche del momento, è probabilmente la notizia più preoccupante di tutte.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Kabul, 30 agosto 2021, ore 23:59. L’ultimo aereo militare sta per decollare e l’ultimo soldato americano a salire a bordo è il generale Chris Donahue. Non ha delegato a nessuno il compito di chiudere la porta. In una notte da incubo, piena di imprevisti e caos, è rimasto lì fino all'ultimo secondo. Quel gesto racconta tutto di lui: un leader che non si è mai risparmiato, fino alla fine.

parte 1: Donahue non era un generale qualsiasi. Comandante leggendario della Delta Force, ha passato due decenni a dare la caccia ai terroristi in Medio Oriente, guadagnandosi la stima dei commilitoni. Superati i 55 anni, quando i riflessi non erano più quelli di un tempo, ha messo la sua immensa esperienza al servizio degli alleati, diventando uno dei principali sostenitori militari dell’Ucraina e comandante delle forze USA per Europa e Africa. Era l'incarnazione del guerriero-soldato, nel senso più nobile del termine.

parte 2: Ebbene, la notizia è che Donahue va via. Ufficialmente si parlerà di scelte personali o di ricambio generazionale, ma chi è dentro al mondo militare sa che è un addio forzato. Dissidi con il capo del Pentagono, il diversamente intelligente Pete Hegseth, e l'etichetta di "incompatibile" con il nuovo modello di guerriero americano che si vuole costruire. Un ufficiale in pensione ha commentato senza filtri: il tizio che vuole riportare i veri guerrieri nell'esercito sta combattendo una guerra personale contro di loro. Ecco, difficilmente si poteva dire meglio.

parte 3: Questa non è solo la storia di un generale che se ne va. È l’ennesima epurazione: Donahue sarebbe almeno il sesto generale a tre o quattro stelle a lasciare in modo inatteso su una cinquantina. Le porte girevoli della politica stanno decidendo il destino delle forze armate, mettendo da parte il merito e la professionalità in nome di una fedeltà ideologica. Non è una questione di schieramento, ma di efficacia. Così si rischia di rendere gli Stati Uniti più deboli, meno professionali, e di svuotare le stelle e strisce del loro valore più autentico.

parte 4: Nessuno è indispensabile, è vero. Ma c’è un amaro paradosso in questa storia. Nel 2021 Donahue fu l'ultimo a lasciare Kabul, chiudendo simbolicamente la porta su vent'anni di guerra. Oggi, purtroppo, è l'ultimo grande generale a finire nel tritacarne di una macchina che divora i suoi migliori elementi. Una pessima notizia per chi crede che le divise debbano restare al di sopra delle beghe politiche e che i generali siano pagati per dare risposte difficili, non per fare da parafulmine alle correnti del momento.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

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