Palestinismo mon amour

Ve lo devo confessare: a me il palestinismo, preso come fenomeno estetico, non ha mai dato fastidio. Anzi, quasi lo trovo meraviglioso. È uno di quei baracconi trash che ho sempre amato, solo con più senso di colpa, meno piume, meno musica e un’autoironia rasente lo zero. Se lo guardi da lontano sembra davvero un film di John Waters girato da un collettivo universitario sotto LSD dopo un seminario sul colonialismo: grottesco, colorato, permanentemente offeso da sé stesso. Una macchina scenica perfetta, se non fosse che il problema è sempre lo stesso delle cose troppo convinte di essere nobili: quando diventano serie, perdono il loro lato involontariamente comico e cominciano a fare paura.

Perché loro lo prendono sul serio. Ma sul serio sul serio. Per certi ambienti non è una causa, è una religione in piena regola: hanno i santi, i martiri, le reliquie, i peccati originali e persino le scomuniche. Il rosario è stato sostituito dalla kefiah, il confessionale dalle stories su Instagram, la penitenza dall’hashtag giusto nel giorno giusto. La liturgia si celebra in piazza, con tanto di processione laica, facce tese, slogan da ripetere in coro e quella patina da sacro dozzinale che rende tutto insieme solenne e kitsch. È il tipo di ritualità che, vista con distanza, non può che suscitare tenerezza e sospetto nella stessa misura.

Il punto è che loro credono davvero di stare facendo la Storia. E invece, molto spesso, quello che vedo io è una gigantesca performance camp. Gente che urla due slogan, si sente moralmente superiore all’umanità per un pomeriggio, torna a casa convinta di aver sconfitto l’imperialismo e il giorno dopo riprende la sua gloriosa vita da consumatore occidentale con l’indignazione a tempo determinato. È la politica ridotta a happening, la coscienza trasformata in accessorio, l’epica sgonfiata ma recitata con una serietà così assoluta da risultare quasi artistica. C’è qualcosa di irresistibile, in tutto questo, proprio perché è troppo.

Ed è lì che sta il bello. Se la guardi come politica, spesso è insopportabile. Se la guardi come religione, è inquietante. Ma se la guardi come spettacolo trash, beh, è quasi impossibile staccarsene. Io forse sono davvero la più grande fan del palestinismo al mondo, ma non nel senso che loro sperano: non perché ci creda, ma perché ne apprezzo il genere. Come si apprezza un film brutto diventato cult, una processione kitsch, una televendita mistica o una telenovela che ha perso il senso della trama ma ha conservato il furore. È il trionfo dell’estetica dell’indignazione, e bisogna ammettere che, come forma, funziona.

Una drag queen dell’indignazione che non sa di esserlo, insomma. Finché resta lì, con i suoi cortei, le bandiere, le facce serie e la scenografia rivoluzionaria, per me possono pure divertirsi quanto vogliono. Mica giudico il tempo libero della gente: c’è chi fa cosplay, chi va al carnevale, chi segue il wrestling e chi si veste da coscienza morale dell’Occidente. Ognuno ha i suoi hobby, e alcuni sono persino più costosi degli altri. Il problema nasce quando il baraccone pretende di diventare tribunale. Quando il cosplay decide di farsi religione e la processione vuole trasformarsi in inquisizione. Quando non basta più che loro facciano la comunione, ma pretendono che la faccia anch’io. E lì, amici miei, finisce lo spettacolo. E comincia la rottura di coglioni.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Ve lo devo confessare: a me il palestinismo, preso come fenomeno estetico, non ha mai dato fastidio. Anzi, quasi lo trovo meraviglioso. È uno di quei baracconi trash che ho sempre adorato: solo con più senso di colpa, meno piume, meno musica e una autoirnoia rasente lo zero. Se lo guardi da lontano, sembra un film di John Waters girato da un collettivo universitario sotto LSD dopo un seminario sul colonialismo. Grottesco, colorato, moralista fino al ridicolo.

parte 1: Il problema è che loro lo prendono sul serio. Ma sul serio serio. Per loro è una religione: hanno i santi, i martiri, le reliquie, i peccati originali e le scomuniche. Il rosario è stato sostituito dalla kefiah, e il confessionale dalle stories su Instagram. La liturgia si celebra in piazza, con tanto di processione laica e formule da ripetere in coro.

parte 2: Loro pensano di stare facendo la Storia. Io, onestamente, vedo una gigantesca performance camp. Gente che urla due slogan, si sente moralmente superiore all’umanità per un pomeriggio, torna a casa convinta di aver sconfitto l'imperialismo e il giorno dopo riprende la sua vita da consumatore occidentale con l'indignazione a tempo determinato.

parte 3: Ed è proprio lì che sta il bello. Se la guardi come politica, è spesso insopportabile. Se la guardi come religione, è inquietante. Ma se la guardi come spettacolo trash... è irresistibile. Forse sono davvero il più grande fan del palestinismo al mondo. Non perché ci creda, ma perché lo apprezzo nel suo genere: come si apprezza un film brutto diventato cult, una processione kitsch o una televendita mistica.

parte 4: Una drag queen dell'indignazione che non sa di essere una drag queen, insomma. Finché resta lì—corteo, bandiere, facce serie e scenografia rivoluzionaria—per me possono divertirsi quanto vogliono. Mica giudico il tempo libero della gente: c'è chi fa cosplay, chi va al carnevale, chi segue il wrestling e chi si veste da coscienza morale dell'Occidente. Ognuno ha i suoi hobby.

parte 5: Il problema nasce quando il baraccone pretende di diventare tribunale. Quando il cosplay diventa religione e la processione vuole trasformarsi in inquisizione. Quando non basta più che loro facciano la comunione, ma pretendono che la faccia anch'io. E lì, amici miei, finisce lo spettacolo. E comincia la rottura di coglioni.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.

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