La Corte Suprema e il Futuro della Democrazia Americana

Pochi giorni fa, durante una trasmissione televisiva nel North Dakota, un telespettatore repubblicano è intervenuto in diretta sostenendo che la cittadinanza americana dovrebbe essere riservata ai bianchi. A sostegno della sua tesi ha citato il Naturalization Act del 1790, la prima legge federale sulla naturalizzazione, che effettivamente limitava l’accesso alla cittadinanza alle “persone bianche libere”. Una telespettatrice democratica gli ha risposto definendo quelle parole “disgustose” e accusando Donald Trump di aver legittimato il ritorno del suprematismo bianco.

Molti avranno liquidato il tutto come l’ennesima follia di un fanatico. Sarebbe un errore. Le idee estremiste non riemergono con tanta sicurezza se non percepiscono un clima favorevole. Quel breve scambio televisivo è soltanto l’ultimo fotogramma di una trasformazione molto più profonda che attraversa oggi gli Stati Uniti.

Ho vissuto in America per oltre dieci anni. È il Paese che più di ogni altro mi ha insegnato cosa significhi competere, innovare e premiare il merito. Proprio per questo seguo con particolare inquietudine ciò che vi sta accadendo. Perché la discussione non riguarda semplicemente l’immigrazione. Riguarda la definizione stessa dell’identità americana.

La conferma arriva anche dalle istituzioni. La Corte Suprema ha recentemente aperto la strada a una stretta drastica sulle richieste d’asilo, consentendo all’amministrazione margini molto più ampi per respingere migranti prima ancora che riescano a stabilire un’effettiva protezione sul territorio americano. Qualcuno potrebbe considerarla una questione puramente giuridica, un tecnicismo riservato agli specialisti del diritto costituzionale. In realtà rappresenta l’approdo di una strategia perseguita con impressionante pazienza per decenni.

Le maggioranze repubblicane hanno investito enormi energie nella costruzione di una magistratura federale ideologicamente affine. Non è una peculiarità americana: ogni governo cerca di nominare giudici vicini alla propria sensibilità. Negli Stati Uniti, tuttavia, il peso della Corte Suprema rende queste nomine determinanti per una generazione intera. Quando una maggioranza riesce a modellare l’organo che interpreta la Costituzione, può ottenere attraverso le sentenze ciò che forse non riuscirebbe mai ad approvare con il consenso degli elettori.

È un meccanismo perfettamente legale. Ma la legalità, da sola, non coincide automaticamente con la salute di una democrazia.

Vorrei chiarire un punto importante. Non sto parlando del conservatorismo americano. Sono cresciuta studiando economisti liberali e osservando con interesse l’America di Ronald Reagan. Si potevano condividere oppure contestare molte delle sue scelte economiche, ma quel Partito Repubblicano guardava al futuro. Credeva nella crescita, nella tecnologia, nell’impresa privata e nella competizione internazionale. Anche George H. W. Bush apparteneva a quella tradizione: prudente, istituzionale, convinto che gli Stati Uniti dovessero guidare il cambiamento, non fuggirlo.

Il movimento MAGA è qualcosa di diverso. È profondamente reazionario. Il conservatore desidera preservare ciò che considera prezioso; il reazionario vuole riportare indietro la storia verso un’età dell’oro spesso immaginaria. La differenza è enorme.

Ogni grande movimento autoritario ha costruito il proprio consenso attorno a un passato mitizzato. Il fascismo evocava continuamente la Roma imperiale. Il nazismo costruiva il mito della purezza germanica. Oggi una parte dell’America invoca il ritorno di una nazione bianca, cristiana, patriarcale e omogenea, come se quella fosse la sua essenza originaria. Il problema è che quell’America, semplicemente, non è mai esistita nella forma in cui viene raccontata.

Gli Stati Uniti sono nati da ondate continue di immigrazione, contaminazioni culturali, conflitti sociali e progressive estensioni dei diritti. La loro forza è sempre stata la capacità di ridefinire continuamente chi potesse essere americano.

I segnali di questa nuova fase, osservati singolarmente, potrebbero perfino sembrare ordinaria amministrazione. La revoca delle protezioni temporanee per migliaia di haitiani e siriani. L’apertura preferenziale verso rifugiati bianchi provenienti dal Sudafrica. Le nuove linee guida al Pentagono che ridimensionano programmi di promozione destinati a donne e afroamericani. L’insistenza, da parte di alcuni dirigenti militari, sul recupero dell’identità cristiana nelle forze armate.

Ogni decisione può essere spiegata con motivazioni amministrative, organizzative o ideologiche. Ma la politica, come l’economia, raramente va interpretata osservando un singolo dato. Conta la direzione complessiva. Ed è proprio mettendo insieme questi episodi che emerge un disegno coerente. Non è il singolo provvedimento a preoccupare. È la loro somma.

Il rischio supera largamente la tradizionale alternanza tra destra e sinistra. Lo scontro che attraversa oggi gli Stati Uniti riguarda il modello stesso di democrazia. Da una parte troviamo l’idea di una società aperta, nella quale la cittadinanza è una comunità di principi condivisi e non una categoria etnica o religiosa. Dall’altra prende forma una visione che tende progressivamente a restringere il perimetro di chi appartiene davvero alla nazione.

Dentro questa logica finiscono per essere reinterpretati il diritto d’asilo, il sistema elettorale, la magistratura, l’accesso ai diritti civili e persino la composizione della pubblica amministrazione. L’impressione è quella di una lenta gerarchizzazione della società americana. Non attraverso un colpo di Stato o una rivoluzione, ma tramite una successione di decisioni formalmente legittime che, pezzo dopo pezzo, ridefiniscono chi gode di pieni diritti e chi viene progressivamente spinto ai margini. È una dinamica molto più sottile. E proprio per questo più difficile da riconoscere.

Nonostante tutto, continuo a nutrire fiducia nell’esperimento americano. Forse perché ci ho vissuto abbastanza a lungo da conoscerne contemporaneamente le contraddizioni e la straordinaria vitalità. Ho conosciuto un’America capace di reinventarsi dopo ogni crisi, di correggere i propri errori e di ampliare progressivamente il significato stesso della parola libertà.

La storia americana è anche quella dell’abolizione della schiavitù, del movimento per i diritti civili, del suffragio femminile e dell’integrazione di milioni di immigrati arrivati senza nulla. Ogni volta sembrava che il Paese fosse arrivato al punto di rottura. Ogni volta qualcuno sosteneva che estendere i diritti avrebbe distrutto l’identità nazionale. Ogni volta la democrazia americana, pur tra mille difficoltà, ha trovato dentro di sé le energie per andare avanti.

Per questo resto ottimista. L’ottimismo, però, non deve trasformarsi in ingenuità. La democrazia non è un software che continua a funzionare da solo una volta installato. Richiede manutenzione continua, cittadini vigili, istituzioni solide e una cultura civile capace di reagire quando i principi fondamentali vengono messi in discussione.

Le democrazie raramente muoiono in una notte. Più spesso si consumano lentamente, mentre una parte dell’opinione pubblica continua a ripetersi che, in fondo, non sta succedendo nulla di veramente grave. È proprio in quel momento che diventa necessario alzare lo sguardo. Perché il futuro degli Stati Uniti non sarà deciso soltanto nelle aule della Corte Suprema o nelle prossime elezioni. Sarà deciso dalla capacità degli americani di ricordare quale sia stata, fin dall’inizio, la loro più grande forza: trasformare la diversità in un progetto comune, anziché in una gerarchia di cittadini.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: pochi giorni fa un telespettatore repubblicano del North Dakota ha detto in diretta TV che la cittadinanza americana dovrebbe essere riservata ai bianchi, citando una legge del 1790. Una donna democratica gli ha risposto definendolo "disgustoso" e incolpando Trump per aver alimentato i suprematisti bianchi. Non è un caso isolato: è il sintomo di un'idea che sta tornando a galla.

parte 1: Ma il vero problema non è solo un tizio al telefono. La Corte Suprema ha appena dato il via libera al respingimento dei richiedenti asilo prima ancora che mettano piede in America. E non è una sentenza tecnica: è il frutto di una strategia durata decenni, in cui i repubblicani hanno piazzato giudici fedeli per far passare qualsiasi cosa, anche contro la volontà popolare.

parte 2: Attenzione: non stiamo parlando di conservatorismo. Il vecchio partito repubblicano di Reagan e Bush Sr. guardava al futuro con prudenza ma con ottimismo. Quello di oggi, il MAGA, è reazionario: non vuole conservare, vuole restaurare un passato mitizzato. Come il fascismo evocava Roma e il nazismo la purezza germanica, qui si invoca un'America bianca, cristiana e patriarcale che forse non è mai esistita.

parte 3: E i segnali ci sono tutti: mentre si revocano le tutele a haitiani e siriani, si aprono le porte ai rifugiati bianchi sudafricani. Al Pentagono, il nuovo capo blocca le promozioni di ufficiali afroamericani e donne, e invoca più cristianesimo nelle caserme. Ogni episodio, da solo, potrebbe sembrare una scelta amministrativa. Insieme, formano un disegno preciso.

parte 4: La posta in gioco è enorme. Non è una lotta tra destra e sinistra come l'abbiamo conosciuta: è lo scontro tra chi crede in una democrazia aperta e chi vuole chiudere la porta a chiunque non rientri in un'identità etnico-religiosa. I diritti, il voto, l'asilo, la magistratura: tutto viene riconfigurato per consolidare il potere nelle mani di pochi - l'obiettivo sembra essere, un po' alla volta, quello di gerarchizzare formalmente la società americana. E chi non si adegua...

parte 5: Io però resto fiduciosa nell'esperimento americano. Sarà perché, avendoci vissuto più di dieci anni, ne ho visto miserie e splendori. La tradizione progressista, quella che ha allargato i diritti dagli schiavi alle donne fino agli immigrati, è più forte di qualsiasi tentativo di riportare indietro le lancette. Ma non illudiamoci: il pericolo è reale, e la democrazia non si difende da sola. Serve consapevolezza, serve indignazione, serve partecipazione. Il futuro si gioca ora.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.


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