Siamo tutti Mario Roggero? No, grazie.

Domenica pomeriggio, al Teatro Comunale di Vicenza, quattrocento persone sono in piedi e urlano all’unisono: «Generale, generale». Sul palco, due uomini adulti decidono che il momento più alto della riflessione politica italiana consiste nel togliersi la maglietta davanti al pubblico. Restano a petto nudo, sorridono, poi indossano una t-shirt bianca con una scritta: “Siamo tutti Mario Roggero”. La platea esplode in un’ovazione. È una scena che sembra uscita da una satira troppo esagerata per essere credibile. E invece è accaduta davvero. Il punto, però, non è il siparietto muscolare, che al confronto una convention di bodybuilder appare un simposio di filosofia morale. Il punto è il simbolo. Quel palco non ospitava una battuta: celebrava un’identità, un rito di appartenenza, una liturgia nella quale si consacra un’idea di giustizia che molti di noi pensavano relegata ai manuali di storia antica. La legge lascia spazio all’istinto. Il tribunale viene sostituito dalla pistola. L’eroe diventa chi uccide.

Per capire quanto sia inquietante tutto questo, conviene fare un passo indietro. Il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, tre uomini entrano nella gioielleria di Mario Roggero. Uno impugna un coltello, un altro una pistola che poi si scoprirà essere giocattolo, il terzo aspetta in automobile. La rapina finisce. I tre escono e stanno scappando. La minaccia è terminata. A quel punto Roggero prende la propria pistola, esce dal negozio e li insegue per strada. Spara alle loro spalle mentre fuggono. Due vengono uccisi, il terzo resta gravemente ferito. Secondo quanto accertato nei processi, uno dei rapinatori, ormai agonizzante, viene raggiunto e preso a calci in faccia mentre si trascina sull’asfalto. La Corte d’Appello di Torino lo ha condannato a quattordici anni e nove mesi per omicidio volontario. Su questa vicenda si può discutere di molte cose: della paura, del trauma, della sicurezza, di un sistema giudiziario spesso lento e frustrante. C’è però un fatto che resta granitico: chiamare tutto questo “legittima difesa” significa violentare la lingua italiana prima ancora del diritto. La legittima difesa termina quando termina il pericolo. Inseguire chi fugge e sparargli alle spalle non è difendersi. È un’esecuzione.

C’è un altro equivoco che vale la pena sgomberare. Spesso si sente dire che Roggero “si è fatto giustizia da solo”. Nemmeno questa definizione convince. Chi si fa giustizia da sé, nell’immaginario collettivo, è il padre che uccide l’assassino del figlio, l’uomo divorato dalla vendetta dopo aver perso tutto. Qui siamo davanti a qualcosa di differente. Un uomo rincorre chi sta fuggendo e decide che sarà lui a stabilire, in quel preciso istante, chi debba vivere e chi debba morire. È l’esercizio arbitrario del potere di dare la morte. Ed è difficile immaginare qualcosa di più distante dall’idea stessa di Stato di diritto.

Questo significa che Mario Roggero sia un mostro? No. Ed è proprio qui che il dibattito pubblico dimostra di non saper distinguere tra comprendere e assolvere. Io penso che Roggero sia un uomo distrutto dalla paura. Un uomo che aveva già subito una violentissima rapina durante la quale lui, sua moglie e sua figlia erano stati legati, minacciati e umiliati. Quel trauma probabilmente non lo aveva mai lasciato. Quando si è trovato di nuovo davanti a dei rapinatori, qualcosa dentro di lui si è spezzato. Credo persino che, se fossi stato al suo posto, avrei rischiato anch’io di perdere completamente il controllo. Le persone non sono macchine. La paura modifica il cervello, la rabbia annebbia il giudizio, l’istinto può prevalere sulla ragione. Capire tutto questo è un dovere umano. Trasformarlo in un santino è un’altra faccenda. Perché il messaggio implicito diventa devastante: se sei abbastanza arrabbiato, allora puoi decidere tu quando la legge finisce e comincia la tua pistola.

Ed è precisamente questa l’operazione che lascia senza parole. Un leader che indossa la maglietta “Siamo tutti Mario Roggero” non sta esprimendo solidarietà a un uomo traumatizzato. Sta trasformando un omicidio volontario nel manifesto identitario del proprio elettorato. È una strategia costruita scientificamente per intercettare il voto degli esasperati. Cinica. Spudorata. Redditizia. Ma profondamente irresponsabile. Perché la sicurezza è una cosa seria. Richiede più forze dell’ordine, più pattugliamenti, più telecamere, più investigatori, più processi rapidi, più certezza della pena, più espulsioni degli stranieri che, all’esito dei processi, risultassero colpevoli dei reati previsti dalla legge. Richiede uno Stato presente, non uno Stato che alza le mani e dice ai cittadini: arrangiatevi. Perché è questo il messaggio nascosto dietro tutta questa retorica del pistolero. Lo Stato rinuncia al monopolio della forza e trasferisce la responsabilità al singolo. Buona fortuna. Peccato che la vita reale somigli molto meno ai film con Sylvester Stallone che ai referti del pronto soccorso. Io, per esempio, non sono Rambo. Dubito fortemente di diventarlo acquistando una pistola. Anzi, con ogni probabilità finirei ammazzato da qualcuno molto più preparato di me.

Vicenza, però, racconta qualcosa che va oltre Mario Roggero. Racconta la nascita di un ecosistema culturale. Da una parte Roberto Vannacci, capace di intercettare il senso di abbandono di una parte del Paese attraverso un linguaggio militaresco e identitario. Dall’altra Giuseppe Cruciani, che da anni ha trasformato la provocazione permanente in un modello editoriale di enorme successo. Il meccanismo è semplice: più una frase è sopra le righe, più circola; più circola, più genera indignazione; più genera indignazione, più produce ascolti. Accanto a loro cresce un universo digitale composto da Welcome To Favelas, dove il degrado urbano diventa spettacolo quotidiano e ogni episodio di cronaca viene presentato come la prova definitiva che viviamo dentro una guerra civile permanente. Si costruisce così una narrazione coerente: l’Italia sarebbe assediata, i delinquenti sarebbero ovunque, lo Stato sarebbe assente e la soluzione sarebbe la forza. Possibilmente armata.

È una grammatica comunicativa che ricorda molto ciò che è accaduto negli Stati Uniti, dove podcaster, influencer e creatori di contenuti hanno edificato un sistema informativo parallelo capace di parlare direttamente ai giovani, saltando giornali e televisioni. Ogni fatto di cronaca diventa un simbolo, ogni simbolo diventa propaganda, ogni propaganda produce una comunità che rafforza continuamente le convinzioni dei propri membri. Per anni abbiamo osservato quel fenomeno come se appartenesse esclusivamente all’America. Adesso il ritardo italiano sembra essersi colmato. Il palco di Vicenza ha avuto il valore di un battesimo. Da quel momento esiste ufficialmente una costellazione mediatica capace di imporre temi, simboli e linguaggi senza passare dai media tradizionali. Ed è una costellazione che parla soprattutto ai più giovani, a chi costruisce il proprio rapporto con l’informazione attraverso reel, podcast e video virali, spesso senza avere memoria storica del motivo per cui le democrazie moderne hanno abolito la vendetta privata.

Sono passati circa tremilaottocento anni da quando il Codice di Hammurabi scolpiva nella pietra il principio dell'”occhio per occhio”. Da allora l’umanità ha elaborato un’idea diversa: punisce lo Stato, giudica un tribunale, la pena viene stabilita dalla legge e non dall’adrenalina del momento. Sentire un teatro applaudire il ritorno dell’uomo che decide personalmente chi deve morire produce una sensazione difficile da descrivere. Non perché esistano idee diverse, ma perché si applaude il superamento della democrazia nel suo principio più elementare: la rinuncia alla vendetta privata. Come se tremilaottocento anni di civiltà fossero stati una perdita di tempo.

Il momento forse più surreale della giornata arriva quando Cruciani propone di candidare Mario Roggero in Parlamento, affidandogli la scrittura delle leggi sulla sicurezza. Pensiamoci un istante. L’uomo condannato per aver inseguito persone in fuga, sparato alle loro spalle e preso a calci un moribondo dovrebbe scrivere le norme che regolano la giustizia italiana. Se non fosse stato pronunciato davanti a un pubblico festante sembrerebbe il soggetto di una commedia grottesca. E invece viene accolto dagli applausi. Del resto, basta ascoltare Cruciani da anni per conoscere il copione: provocazione continua, volgarità elevata a cifra stilistica, violenza verbale trasformata in intrattenimento. Ogni eccesso diventa marketing. Ogni scandalo alimenta il personaggio. Il problema nasce quando il personaggio smette di essere soltanto un intrattenitore e diventa un riferimento culturale.

La domanda finale supera Vannacci, Cruciani e Roggero. Riguarda noi. Che Paese vogliamo diventare? Uno nel quale lo Stato protegge i cittadini oppure uno nel quale distribuisce simbolicamente una pistola e augura buona fortuna? Uno nel quale la giustizia è amministrata dai tribunali oppure dai tifosi? Gli applausi di Vicenza non sono stati un semplice momento folcloristico. Sono stati un voto. Un voto culturale, prima ancora che politico. E i voti culturali, molto spesso, anticipano quelli depositati nell’urna. Quando accade, cambiare rotta diventa infinitamente più difficile.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito.

[VINCOLI DI SCRITTURA]
- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo.
- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico".
- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.

[SCALETTA E CONTENUTI]
intro: Domenica pomeriggio, al Teatro Comunale di Vicenza, 400 persone in piedi urlano "generale, generale". Sul palco, due uomini adulti si tolgono la maglietta e restano a petto nudo. Sono Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani. Poi si infilano una t-shirt bianca con una scritta: "Siamo tutti Mario Roggero". La sala impazzisce. Questo non è un raduno spontaneo: è un rito di appartenenza, una cerimonia tribale in cui si celebra un'idea di giustizia che molti di noi credevano sepolta millenni fa.

parte 1: Rinfreschiamo la memoria. Il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, tre rapinatori entrano nella gioielleria di Mario Roggero. Uno ha un coltello, un altro una pistola giocattolo, il terzo aspetta in auto. La rapina finisce, i tre escono e stanno per fuggire. A quel punto Roggero prende la sua pistola, esce dal negozio e li insegue per strada. Spara alle spalle di chi scappa. Uccide due persone, ne ferisce una terza. E mentre uno dei moribondi si trascina sull'asfalto, lo raggiunge e lo prende a calci in faccia. La Corte d'Appello di Torino lo ha condannato a 14 anni e 9 mesi per omicidio volontario. Nessuno può dire che quanto fatto da Roggero somigli anche lontanamente alla legittima difesa. Questo non è farsi giustizia da sé – perché uno che si fa giustizia da sé è uno che ammazza chi gli ha ucciso una persona cara, non uno che insegue e ammazza chi ha tentato di rapinarlo. Questa è un'esecuzione. È stata una brutale esecuzione, ricca di particolari agghiaccianti. Peraltro seguita da atteggiamenti vittimistici, privi di qualunque parvenza di pentimento. E per fatti meno gravi, quasi sempre, c'è l'ergastolo.

parte 2: Io non penso che Roggero sia un mostro. Penso che sia un uomo esasperato che ha dato di matto. Penso che la rabbia che covava dentro di lui dopo il trauma di essere stato legato, picchiato e minacciato con sua moglie e sua figlia in una rapina precedente abbia annebbiato la sua mente. Io, anche se non posso giustificare la sua folle reazione, dal punto di vista umano lo capisco: credo che al suo posto avrei rischiato di fare come lui, se non peggio. Ma una cosa è capire umanamente un gesto. Un'altra è dipingere come un eroe un povero disgraziato che ha dato di matto. Ha senso che il leader di un partito politico faccia questo? È serio tutto ciò? A me sembra un'operazione di vomitevole cinismo, per incassare il voto degli incazzati. E non ha niente a che fare con la sicurezza e con la difesa dei cittadini.

parte 3: Esiste una differenza tra difendersi e giustiziare. Tra proteggersi da una rapina e inseguire in strada chi scappa per finirlo a terra. Quella differenza ha 3800 anni: si chiama fine della vendetta privata. "Occhio per occhio" è il Codice di Hammurabi, 1750 avanti Cristo. Da allora l'umanità ha fatto un piccolo passo avanti: ha deciso che a punire non è la mano del singolo armato in mezzo alla strada, ma la legge. Ieri a Vicenza, un teatro intero ha applaudito il ritorno alla barbarie. La sicurezza si fa con più forze di polizia, più pattugliamento, più telecamere, più processi per direttissima, più condanne veloci, più espulsioni dei delinquenti che eventualmente risultassero extracomunitari: insomma, con gli strumenti propri dello Stato. Ma lo Stato non può farla dandomi il permesso di armarmi e sparare a cazzo ai miei aggressori veri o presunti, dicendomi: "Fai pure come Roggero, ti do il permesso". Perché così facendo – al di là delle implicazioni morali da brivido – lo Stato mi direbbe in sostanza: "Arrangiati, io rinuncio a difenderti, ci devi pensare da solo". E a me non starebbe per niente bene, anche perché, non essendo Rambo, potrei avere la meglio solo in uno scontro con delinquenti disarmati – come lo erano quelli contro cui Roggero ha sparato.

parte 4: Quello che abbiamo visto a Vicenza non è un episodio isolato. È il momento in cui diventa evidente che in Italia si sta consolidando una galassia informativa di estrema destra, destinata a fare numeri importanti e a superare – in termini di presa sull'opinione pubblica – quella tradizionale. Da un lato Roberto Vannacci, europarlamentare e generale, che porta in dote il linguaggio militarista e la capacità di intercettare il malessere di chi si sente abbandonato dallo Stato. Dall'altro Giuseppe Cruciani, che con "La Zanzara" ha costruito un format basato sulla provocazione sistematica e sulla violenza verbale, capace di trasformare la radio in una cassa di risonanza per queste narrazioni. E poi c'è Welcome To Favelas, la pagina che raccoglie e amplifica il "degrado" come spettacolo, che macina milioni di visualizzazioni e che con Cruciani e Vannacci condivide lo stesso immaginario: quello di un'Italia in balia dei delinquenti, dove l'unica risposta possibile è la mano pesante, il pugno duro, la pistola. È la stessa dinamica che abbiamo visto esplodere negli Stati Uniti, dove podcaster e influencer di destra – penso ai Nelk Boys, a figure come Andrew Tate o agli account che trasformano ogni episodio di cronaca in un simbolo politico – hanno costruito un ecosistema parallelo che parla direttamente ai giovani, aggirando i media tradizionali e creando un circuito chiuso di conferme e radicalizzazione. In Italia stavamo assistendo a questo fenomeno con un certo ritardo, ma ora sembra che il salto di qualità sia stato compiuto. Il palco di Vicenza, con Vannacci e Cruciani che si spogliano e indossano quella maglietta, è il battesimo ufficiale di una nuova costellazione mediatica: una che non ha bisogno di giornali o telegiornali per imporre la propria agenda, perché ha già i suoi eroi, i suoi simboli e il suo pubblico. E questo pubblico, attenzione, è quello che domani voterà.

parte 5: Questo ecosistema di estrema destra, fatto di provocazione, semplificazione e appello all'istinto, macina numeri non indifferenti. Parla un linguaggio che arriva dritto alla demografia più giovane, quella che non ha memoria storica del perché abbiamo costruito uno Stato di diritto, quella che trova nei reel e nei video virali la propria fonte principale di orientamento. Se non si interviene con un'offerta culturale alternativa, il peso di questa narrazione sarà sempre maggiore. E le conseguenze non saranno solo elettorali, ma antropologiche. Cruciani, dal palco, ha lanciato una proposta: "Candidate Mario Roggero". Mandatelo in Parlamento, fategli scrivere le leggi sulla giustizia e la sicurezza. L'uomo che ha inseguito in strada chi fuggiva e gli ha sparato alle spalle. L'uomo che ha preso a calci in faccia un moribondo sull'asfalto. Rappresenterebbe l'Italia. Basta pensare a quello che Cruciani dice da anni – le scempiaggini, la violenza verbale, la volgarità dei concetti e di come li esprime – per capire che un paese in cui questo tipo ha spazi ovunque, programmi suoi, e viene invitato in tv come "opinionista", è un paese di pazzi. Ora, al di là dello schieramento politico, chiediamoci: che Paese vogliamo diventare? Perché applaudire a Vicenza non è un gesto innocuo. È un voto – culturale, prima ancora che politico – su quale idea di umanità vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi.

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