Ritratto di signora (tipo)

Sono i miei? Non lo sono? Vi lascio col dubbio.

Tutto è iniziato una domenica pomeriggio, con me sul divano e mia figlia che, guardando le mie estremità appoggiate al pouf, se ne esce ridendo: «Mamma, hai dei bei piedi. Se ti aprissi un OnlyFans e vendessi foto, faresti i soldi veri». Ci abbiamo riso sopra, ma poi è subentrata la curiosità. Non tanto il desiderio di guadagnare, quanto una sorta di prurito sociologico. Mi interessava capire se quel mondo raccontato con tanta leggerezza sui social fosse davvero così semplice. Negli ultimi anni abbiamo normalizzato qualsiasi forma di monetizzazione online. Si vendono corsi, consigli, ricette, esperienze, pezzi di quotidianità. A quanto pare, anche gli alluci.

Detto, fatto. Un profilo anonimo, un nickname di fantasia, niente volto – per pura sopravvivenza sociale – e la prima foto caricata: io seduta sul letto, luce naturale, piede nudo sul parquet. Nessun filtro, nessuna posa da modella. Un piede normale, vissuto, curato il giusto. Clicco “pubblica” e vado a dormire convinta che l’algoritmo mi avrebbe ignorata. La mattina dopo ho scoperto che, evidentemente, l’algoritmo aveva altri programmi.

Lo shock è arrivato insieme alle notifiche: messaggi privati, richieste di contatto, complimenti che nessuna donna immagina di ricevere nella propria vita adulta. C’è sempre una prima volta per sentirsi definire “magnifica falange”. Nel giro di poche ore mi sono ritrovata a studiare il funzionamento di questo minuscolo universo economico con lo stesso spirito con cui un antropologo osserva una tribù sconosciuta.

La prima sorpresa riguarda il modello di business. L’immaginario comune racconta OnlyFans come una piattaforma costruita sugli abbonamenti mensili, ma nel settore dei piedi funziona quasi al contrario. L’accesso è spesso gratuito oppure costa pochissimo, e serve soltanto a far entrare il cliente nel negozio. Il vero fatturato arriva dopo, attraverso i contenuti Pay-Per-View, le richieste personalizzate e soprattutto le conversazioni private. La piattaforma trattiene il suo venti per cento; il resto dipende dalla capacità di costruire una relazione commerciale sufficientemente credibile da convincere qualcuno che una fotografia destinata proprio a lui valga molto più della stessa immagine pubblicata in bacheca.

La seconda sorpresa è ancora più interessante: la perfezione estetica conta molto meno di quanto raccontino Instagram e TikTok. Esiste un mercato enorme per il piede “mature”, definizione che mi ha fatto sorridere più del dovuto, come se improvvisamente anche le estremità inferiori potessero vantare una certa esperienza di vita. Molti utenti cercano proprio questo: qualcosa che sembri autentico, quotidiano, lontano dalla perfezione artificiale delle influencer ventenni. In altre parole, il valore aggiunto diventa la normalità; che, detta così, sembra quasi una piccola rivincita della realtà.

Tre giorni dopo mi sono ritrovata coinvolta in trattative commerciali che avrebbero meritato una telecamera nascosta. «Quanto chiede per una foto con le calze velate mentre calpesta dei chicchi di caffè?» «Possiamo fare venti euro se lo scatto è dall’alto, trentacinque con lo smalto rosso, qualcosa in più se è ambientato in giardino?». Mi sono scoperta a leggere queste conversazioni con la stessa concentrazione che riserverei a un preventivo per rifare il bagno. Esiste un tariffario implicito per qualsiasi dettaglio: lo smalto ha un valore, il tipo di scarpa modifica il prezzo, le ciabatte raccontano una storia diversa dai sandali e gli zoccoli di legno sembrano avere un loro pubblico affezionato, che personalmente ignoravo esistesse.

Qualcuno desidera conoscere perfino la struttura ossea del piede con un livello di precisione degno di un congresso di ortopedia. Altri inviano mance soltanto per scegliere il colore della pedicure successiva, come se partecipassero a un referendum nazionale. La cosa più sorprendente, però, è l’assoluta razionalità di questo mercato: ogni richiesta viene negoziata, ogni fotografia ha un prezzo, ogni centimetro di pelle entra in una logica di domanda e offerta. Adam Smith probabilmente non aveva previsto questa declinazione della mano invisibile.

Per un paio di giorni l’esperimento mi ha divertita moltissimo. C’era qualcosa di irresistibilmente comico nel ritrovarmi, a sessant’anni passati, trasformata in una piccola imprenditrice del metatarso. Poi l’entusiasmo iniziale si è spento e ha lasciato spazio a una sensazione meno allegra.

Negli ultimi anni abbiamo costruito una narrazione molto rassicurante. Ogni forma di monetizzazione del corpo viene presentata come una scelta imprenditoriale moderna; basta aggiungere parole come “creator economy”, “empowerment” o “indipendenza finanziaria” e qualsiasi dubbio sembra improvvisamente antiquato. Il lessico compie spesso miracoli e, cambiando il nome delle cose, riusciamo persino a modificare il giudizio morale che diamo loro. La vendita di contenuti intimi diventa un’attività digitale, il cliente si trasforma in follower, il pagamento prende il nome di supporto e la relazione commerciale assume i contorni di una community. È un esercizio linguistico molto elegante e anche piuttosto efficace, ma resta una differenza sostanziale: in quasi tutti i lavori si vendono competenze, tempo, esperienza, creatività o capacità organizzative, mentre in questo caso il prodotto coincide progressivamente con la persona stessa, scomposta in frammenti da catalogo e adattata alle preferenze di sconosciuti. Può trattarsi di un piede, di una mano, di una voce o di qualsiasi altro dettaglio: il meccanismo resta identico.

Ho sempre diffidato dei moralismi, soprattutto quando arrivano confezionati con aria scandalizzata. La libertà individuale resta uno dei valori più importanti di una società aperta e ho passato parte della mia giovinezza a difenderla nelle piazze, quindi sarebbe curioso rinnegarla proprio adesso. La libertà, però, merita qualcosa di più di uno slogan. Per questo continuo a pensare che esista una distanza enorme tra il diritto di fare una scelta e il dovere collettivo di celebrarla come modello di emancipazione.

Quando immagino mia figlia dentro quel meccanismo, l’entusiasmo teorico evapora con una rapidità sorprendente. Non provo scandalo, provo preoccupazione. Conosco abbastanza bene il funzionamento dei mercati e un mercato, per definizione, premia ciò che vende meglio. Se un certo contenuto genera più guadagni, la tentazione di spingersi appena oltre diventa quasi inevitabile; non serve una costrizione esterna, basta il meccanismo degli incentivi. Un centimetro oggi, un dettaglio in più domani, una richiesta particolare dopodomani: il confine arretra senza fare rumore.

Il paradosso più interessante è proprio questo. La retorica racconta donne perfettamente padrone del proprio destino, ma il sistema economico continua a misurare il loro valore attraverso la capacità di catturare desiderio, attenzione e consumo. Cambia la piattaforma, cambia il linguaggio, cambia perfino la grafica dell’applicazione, ma la logica resta sorprendentemente antica. La differenza è che oggi tutto viene presentato come una conquista. Il capitalismo possiede un talento straordinario: riesce a trasformare quasi ogni cosa in un prodotto. Perfino l’intimità, perfino la vulnerabilità, perfino quella parte della nostra identità che un tempo custodivamo gelosamente.

Il mio piccolo esperimento è durato pochissimo. Mi è bastato per capire che il fenomeno è molto più complesso delle battute con cui lo liquidiamo e molto meno glamour delle storie raccontate online. Ho chiuso il profilo senza alcun rimpianto. I miei piedi sono tornati a fare il loro mestiere: accompagnarmi nelle passeggiate, infilarsi dentro un paio di scarpe comode e ricordarmi, ogni tanto, che il loro valore più grande consiste nel portarmi dove voglio andare. Francamente, è una funzione che continuo a trovare molto più dignitosa di qualsiasi listino prezzi.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Tutto è iniziato una domenica pomeriggio, con me sul divano e mia figlia che, guardando le mie estremità appoggiate al pouf, se ne esce ridendo: “Mamma, hai dei bei piedi. Se ti aprissi un OnlyFans e vendessi foto, faresti i soldi veri.” Ci abbiamo riso sopra, ma poi è subentrata la curiosità. Non tanto il desiderio di guadagnare, quanto una sorta di prurito sociologico: ma davvero funziona così? Davvero c'è un mercato per questa roba? Detto, fatto. Un profilo anonimo, un nickname di fantasia, niente volto (per pura sopravvivenza sociale) e la prima foto caricata: io seduta sul letto, luce naturale, piede nudo sul parquet. Nessun filtro, nessuna posa da modella. Un piede normale, vissuto, curato il giusto. Clicco "pubblica" e vado a dormire convinta che l'algoritmo mi avrebbe ignorata.

parte 1: La mattina dopo, lo shock: notifiche a pioggia, messaggi privati, richieste di contatto. Nel giro di poche ore mi sono ritrovata a studiare da vicino la meccanica di questo microverso. OnlyFans, nella nicchia dei piedi, non funziona con il classico abbonamento mensile alto. La strategia vincente è l'accesso gratuito o a pochissimi dollari, usato come vetrina, per poi spostare tutto sul Pay-Per-View (PPV) e sui contenuti custom. La piattaforma trattiene il suo 20%, ma il vero margine si fa nelle chat private. Lì scopri che la gente non cerca la perfezione patinata delle ventenni; esiste una domanda fortissima per il "piede mature", percepito come autentico, reale, con una sua storia. E soprattutto scopri che non pagano per la foto in sé, ma per la sensazione che una persona reale stia rispondendo espressamente a loro.

parte 2: Nel giro di tre giorni mi sono ritrovata a gestire contrattazioni d'affari dai contorni del tutto grotteschi, condotte con la stessa formale rigidità di una trattativa immobiliare. "Signora, quanto vuole per una foto con le calze velate mentre calpesta dei chicchi di caffè?" oppure "Facciamo 20 euro se lo scatto è da sopra, 35 se aggiunge lo smalto rosso, supplemento se la foto è fatta in giardino?". C'è chi chiede dettagli chirurgici sulla struttura ossea, chi vuole vederli in zoccoli di legno, chi invia mance solo per scegliere il colore della prossima pedicure. Una micro-economia spietatamente efficiente, dove ogni singolo millimetro di pelle ha un listino prezzi e la quotidianità viene smontata e venduta a pezzi.

parte 3: L'esperimento mi ha fatto sorridere per i primi due giorni. Poi la fiammata iniziale si è assestata e mi è rimasto addosso un retrogusto strano. Perché la narrazione dominante oggi è esattamente questa: l'idea che la monetizzazione del proprio corpo — anche solo di un dettaglio "innocuo" come un piede — sia un'astuzia digitale, una forma di empowerment, una scelta di libertà finanziaria modernissima. Ci piace raccontarci che siamo progressisti e ripetere il mantra per cui "ogni lavoro dignitoso è lavoro", parificando la vendita di contenuti intimi o feticistici a un qualsiasi impiego freelance. Ma è una solenne bugia che ci raccontiamo per sentirci assolti e al passo con i tempi.

parte 4: Un lavoro normale scambia competenze, tempo o forza fisica lasciando intatta la sfera dell'intimità e la percezione profonda di sé. Qui il prodotto sei tu, scomposta in dettagli a catalogo per soddisfare l'ossessione di uno sconosciuto. È facilissimo fare i liberali con le scelte degli altri ed applaudire la "libertà di espressione" delle giovani creator sullo schermo del telefono. Ma la prova del nove è sempre la stessa: saresti felice se fosse tua figlia a farlo? La mia risposta è un no sonoro e assoluto. E non per un bacchettonismo morale o religioso, ma per una lucida preoccupazione sul prezzo invisibile che si paga.

parte 5: Ti dicono che sei "il boss di te stessa", ma la realtà è che ti stai sottomettendo alla logica di mercato più spietata: diventare un oggetto di consumo istantaneo. Quando il tuo guadagno dipende dall'eccitazione o dal feticcio di un pubblico anonimo, non sei tu a gestire il gioco; sei condizionata a spingerti sempre un millimetro più in là per mantenere l'attenzione e non perdere gli abbonati. L'intimità viene mercificata, la risposta emotiva monetizzata, e la soglia di ciò che è privato si sgretola. Se la nostra idea di emancipazione si riduce alla libertà di vendere parti di sé su un'app pagando la percentuale a una piattaforma americana, abbiamo dei seri problemi con la definizione di progresso. La vera libertà consiste nell'avere le opportunità e gli strumenti per costruirsi un futuro in cui il proprio corpo rimanga un luogo personale, non una vetrina digitale.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.

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