Due facce della stessa medaglia

L’attentato di Berlino, con quel furgone lanciato contro la folla del Pride, ha una matrice che ormai facciamo persino fatica a definire “inspiegabile”. Le modalità, il bersaglio, la simbologia: tutto richiama un copione già visto troppe volte. Il terrorismo islamista continua a scegliere gli stessi obiettivi perché considera la libertà individuale, l’emancipazione femminile, il pluralismo e i diritti LGBTQIA+ come manifestazioni di una società da abbattere. La cronaca, inevitabilmente, si concentra sull’orrore e sulla conta delle vittime. Ma c’è un’altra storia che si sta scrivendo in parallelo, meno sanguinosa e forse ancora più deprimente: quella dell’ipocrisia occidentale. Ogni attentato sembra trasformarsi in un gigantesco casting per trovare il miglior interprete della parte del “difensore dei diritti”, salvo poi tornare il giorno dopo a combatterli con rinnovato entusiasmo. È il teatro della convenienza, dove i principi cambiano più velocemente degli hashtag.

Da una parte assistiamo allo spettacolo quasi grottesco di chi, per trecentosessantaquattro giorni all’anno, liquida il Pride come una carnevalata ideologica, descrive le rivendicazioni LGBTQIA+ come un capriccio delle élite e dipinge le persone transgender come una minaccia per la civiltà occidentale. Gli stessi opinionisti, gli stessi influencer, gli stessi leader che applaudono alle guerre culturali della destra internazionale, improvvisamente si scoprono paladini dell’arcobaleno. Li vedi indignarsi, parlare di libertà, denunciare l’omofobia. Una conversione tanto improvvisa quanto opportunistica. Perché i diritti, se vengono tirati fuori solo quando servono a colpire il nemico del momento, smettono di essere diritti e diventano munizioni propagandistiche. Il principio universale lascia spazio al calcolo. E quando i diritti diventano strumenti tattici, hanno già perso la loro natura.

Dall’altra parte c’è un silenzio che pesa quasi quanto le esplosioni. Una parte della sinistra occidentale, soprattutto quella che ha costruito la propria identità sull’intersezionalità, ha sviluppato negli anni una straordinaria capacità di individuare ogni forma di discriminazione… purché non costringa a mettere in discussione certi equilibri. L’integralismo islamico è stato spesso trattato con una prudenza che sfiora l’imbarazzo. Ogni critica veniva immediatamente accompagnata da infinite precisazioni, distinguo, giustificazioni, timori di apparire islamofobi. È giusto distinguere tra una religione e i suoi fanatici. È doveroso evitare generalizzazioni. Ma distinguere non significa smettere di vedere. Perché esiste un fondamentalismo che perseguita donne, omosessuali, dissidenti, artisti e liberi pensatori, e fingere che il problema sia marginale significa abbandonare proprio quelle categorie che quella stessa sinistra afferma di voler proteggere. Il risultato è un paradosso quasi tragicomico: si difendono comunità che al loro interno vengono oppresse dalle stesse ideologie che si evita accuratamente di criticare.

Il punto davvero scomodo, quello che fa infuriare entrambe le tifoserie, è un altro. L’estrema destra occidentale e l’integralismo islamico si presentano come nemici mortali, ma condividono un patrimonio culturale sorprendentemente simile. Cambiano i simboli, cambiano i riferimenti religiosi, cambiano le bandiere. Cambia molto meno la visione dell’essere umano. Entrambi diffidano della libertà individuale quando mette in discussione l’ordine tradizionale. Entrambi mostrano una profonda ostilità verso l’autonomia femminile. Entrambi considerano l’omosessualità qualcosa da reprimere o da eliminare dallo spazio pubblico. Entrambi coltivano un’identità collettiva rigida, impermeabile al pluralismo. Entrambi guardano con sospetto la cultura quando questa diventa uno strumento di emancipazione. Pensiamo alle campagne contro libri, spettacoli teatrali, opere d’arte o perfino ai tentativi di riscrivere la storia secondo criteri morali contemporanei. Pensiamo a Oscar Wilde, perseguitato per ciò che era. Pensiamo al Simposio di Platone, oggi spesso ridotto a caricatura da chi ignora il contesto storico e filosofico. La censura cambia uniforme, ma conserva la stessa anima. Trump e Khamenei si detestano. Netanyahu e Hamas combattono una guerra esistenziale. Eppure l’ossessione identitaria, il rifiuto della complessità e la tentazione autoritaria li rendono molto meno distanti di quanto i rispettivi sostenitori siano disposti ad ammettere. Chi invoca una “destra dura” per combattere l’omofobia islamista spesso finisce semplicemente per sostituire un integralismo con un altro.

Poi c’è il rifugio preferito di molti commentatori: il vittimismo permanente. Ogni discussione viene ricondotta al colonialismo, all’Occidente, alle responsabilità storiche dell’Europa. Nessuno mette in dubbio che il colonialismo abbia lasciato ferite profonde. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Ma usarlo come spiegazione universale significa trasformarlo in un alibi eterno. La storia recente racconta qualcosa di molto più complesso. Diversi Paesi asiatici usciti dalla decolonizzazione, molti dei quali influenzati da culture buddiste o confuciane, hanno costruito istituzioni solide, investito nell’istruzione, favorito lo sviluppo scientifico e ampliato progressivamente gli spazi di libertà. Hanno conosciuto crisi, autoritarismi e contraddizioni, ma hanno mostrato una capacità di evoluzione culturale che nulla ha a che vedere con la semplice disponibilità economica. Al contrario, molti Stati islamici ricchissimi grazie agli idrocarburi continuano a mantenere sistemi profondamente repressivi nei confronti delle donne, delle minoranze religiose, degli omosessuali e del dissenso. Il petrolio compra grattacieli, aeroporti futuristici e squadre di calcio. Molto più difficile è comprare il pensiero critico. E il pensiero critico resta il vero nemico di ogni fondamentalismo.

Alla fine il nodo è tutto qui. Tra un fascista e un islamista esistono differenze storiche, religiose e politiche enormi. Sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma quando si osserva il modo in cui concepiscono il potere, la libertà individuale, il ruolo della donna, i diritti delle minoranze e il pluralismo, le somiglianze diventano impossibili da ignorare. Sono due forme diverse della stessa pulsione autoritaria. Due modi differenti di dire all’individuo come deve vivere, cosa deve leggere, chi deve amare, come deve vestirsi, quali idee gli è consentito esprimere. Combattere una destra utilizzando gli argomenti dell’altra destra è uno degli esercizi di ipocrisia più diffusi del nostro tempo. E produce un solo risultato: rafforzare entrambe. I diritti civili non sono un’arma da estrarre quando conviene e da riporre nell’armadio quando diventano scomodi. O valgono sempre, contro chiunque li minacci, oppure smettono di essere diritti e diventano soltanto strumenti di propaganda. E quando la propaganda prende il posto dei principi, gli estremisti hanno già ottenuto la loro prima vittoria.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: L’attentato di Berlino, con quel furgone lanciato contro la folla del Pride, ha una matrice che fatichiamo a definire "inspiegabile". Le modalità e il bersaglio sono ormai una firma indelebile: terrorismo islamico. Eppure, mentre la cronaca si accende, ciò che davvero colpisce è la rapidità con cui questo tipo di violenza si sta trasformando in una tragica normalità. Ma c’è un fenomeno ancora più inquietante che sta emergendo in queste ore: la metamorfosi dei nostri "paladini" improvvisati.

parte 1: Da un lato, assistiamo allo spettacolo grottesco di chi, per 364 giorni l'anno, definisce il Pride una pagliacciata, i diritti LGBTQIA+ un capriccio ideologico e i transgender una minaccia per la civiltà. Gli stessi che applaudono alle guerre culturali della destra mondiale contro le minoranze, oggi si stracciano le vesti e fingono di difendere il mondo arcobaleno. Ma attenzione: usare i diritti per colpire il nemico di turno non significa difendere i diritti. I diritti o sono universali, oppure diventano solo munizioni.

parte 2: Dall’altro lato, c’è il silenzio assordante di quella sinistra intersezionale che, per logiche elettorali e per garantirsi nuovi bacini di voti, ha fatto da argine a qualsiasi critica profonda verso l’integralismo islamico. Si protegge chi predica l’odio verso le stesse persone che quella sinistra dice di rappresentare. È un paradosso che getta alle ortiche decenni di lotte: non si può chiudere un occhio sull’oscurità di una delle due forze in campo solo per opportunismo.

parte 3: prestate attenzione, ora: l'estrema destra occidentale e l'integralismo islamico sono due facce della stessa medaglia. Condividono la misoginia, l'omofobia, la furia censoria contro la cultura (pensate al Simposio di Platone o a Oscar Wilde), l'ossessione identitaria e il rifiuto del pluralismo. Trump e Khamenei, Netanyahu e Hamas si odiano, ma si somigliano molto più di quanto siano disposti ad ammettere. Chi oggi invoca la "destra dura" contro l'omofobia islamista sta guardando la propria immagine riflessa in uno specchio, senza riconoscerla.

parte 4: Basta poi con il vittimismo del "terzomondismo" e con le scuse del retaggio coloniale. Paesi di cultura buddista, usciti dalla decolonizzazione, oggi sono progrediti culturalmente e socialmente quanto, e a volte più, di quelli occidentali. Mentre molti Paesi islamici, persino quelli che galleggiano sul petrolio, restano culturalmente fermi a un medioevo che non ha nulla a che vedere con la ricchezza economica. La povertà non c'entra: è una questione di mentalità e di rifiuto del pensiero critico.

parte 5: tra un fascista e un islamista non c'è alcuna differenza di fondo. Combattere una destra usando gli argomenti dell'altra destra, fingendo di non vedere che l'impianto ideologico è identico, è un esercizio di ipocrisia che fa solo il gioco degli estremismi. I diritti non si difendono a giorni alterni, e certamente non si difendono quando fa comodo.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo.

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