
Due giorni fa era il 25 luglio, e mentre scorrevo il feed mi sono accorto che quasi nessuno ne parlava. Nessuna celebrazione, nessuna riflessione pubblica, nessun fiume di parole sui giornali o nei programmi televisivi. Silenzio. Un silenzio curioso, soprattutto se confrontato con la centralità che giustamente attribuiamo al 25 aprile. Il 25 aprile ha un suono rassicurante: è la festa della Liberazione, è la pagina luminosa della nostra storia repubblicana, è il momento in cui l’Italia racconta se stessa attraverso la Resistenza, la scelta di chi combatté per restituire dignità e libertà a un Paese umiliato dalla dittatura. È una data che porta con sé un senso di riscatto. Il 25 luglio, invece, è una data scomoda. Ha un odore diverso. È una giornata che mette a disagio perché racconta qualcosa di molto meno edificante: racconta il modo in cui spesso gli italiani hanno affrontato le sconfitte, i cambiamenti di regime, i momenti in cui il vento della storia cambia direzione. E guardando indietro al 25 luglio 1943, confesso di provare un’amarezza profonda. Perché quella data, forse più del 25 aprile, ci costringe a guardarci allo specchio. E gli specchi, come sappiamo, hanno il brutto vizio di restituire immagini che preferiremmo ignorare.
Il 25 luglio 1943 non fu il trionfo della Resistenza. Fu il crollo di un sistema che aveva perso la guerra e che, improvvisamente, diventava un peso troppo ingombrante per coloro che fino a pochi giorni prima lo avevano sostenuto. Il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini. Il re Vittorio Emanuele III lo fece arrestare. Le classi dirigenti italiane cambiarono rapidamente cavallo: monarchia, alte gerarchie militari, ambienti industriali, grandi proprietari terrieri, settori della finanza e una parte consistente delle istituzioni religiose presero le distanze dal Duce con una velocità impressionante. Il problema è che quelle stesse persone avevano accompagnato Mussolini per oltre vent’anni. Avevano assistito, quando non partecipato, alla distruzione delle libertà democratiche, alla repressione degli oppositori, all’assassinio di Giacomo Matteotti, alla persecuzione degli antifascisti, alle leggi razziali, alla guerra coloniale e infine alla tragedia della Seconda guerra mondiale. Il fascismo era stato utile finché aveva garantito ordine, controllo sociale e protezione degli interessi di chi contava davvero. Poi, quando diventò una macchina destinata a trascinare tutti verso il disastro, improvvisamente diventò un problema. Mussolini fu trasformato nel colpevole assoluto. Una comoda operazione di scarico delle responsabilità: il regime aveva avuto un solo uomo al comando, dunque bastava eliminare quell’uomo per poter raccontare una storia nuova. Come se milioni di italiani fossero stati spettatori innocenti di una tragedia scritta da un unico protagonista. La storia, però, raramente è così semplice. Il fascismo non fu soltanto Mussolini. Fu una rete di complicità, convenienze e silenzi. Fu un sistema che aveva trovato terreno fertile perché una parte significativa del Paese lo aveva considerato utile.
Per comprendere davvero il fascismo bisogna avere il coraggio di guardare alle condizioni che lo resero possibile. L’Italia degli anni Venti era attraversata da tensioni sociali enormi. Il movimento operaio cresceva, i lavoratori chiedevano diritti, le organizzazioni sindacali conquistavano spazio, milioni di persone iniziavano a immaginare una società diversa. Per molti settori delle élite italiane quella prospettiva era intollerabile. Il fascismo offrì una soluzione brutale e apparentemente efficace: eliminare il conflitto sociale attraverso la violenza. Le Camere del lavoro furono devastate, i sindacalisti picchiati, gli avversari perseguitati. Matteotti fu assassinato perché aveva osato denunciare il volto criminale del regime. Antonio Gramsci fu mandato in carcere perché rappresentava una delle menti più lucide dell’opposizione. Il messaggio era chiarissimo: la democrazia era un lusso sacrificabile quando metteva in discussione determinati equilibri. Molti proprietari terrieri temevano le rivendicazioni contadine. Molti industriali temevano un rafforzamento dei lavoratori nelle fabbriche. Una parte della società preferì affidarsi alla forza piuttosto che accettare il confronto. È questa una delle grandi lezioni della storia: le dittature raramente arrivano soltanto perché un uomo ambizioso decide di conquistare il potere. Arrivano quando una società decide che alcuni principi possono essere messi da parte in cambio di qualche vantaggio immediato. Il fascismo offrì ordine a chi temeva il cambiamento. Offrì protezione a chi temeva di perdere privilegi. Offrì una scorciatoia a chi non voleva affrontare la complessità della democrazia. E le scorciatoie, nella storia, quasi sempre presentano un conto salatissimo.
Ma forse l’aspetto più amaro del 25 luglio riguarda il comportamento della gente comune. Caduto Mussolini, l’Italia scoprì improvvisamente di essere stata composta da milioni di antifascisti nascosti. Una trasformazione collettiva quasi miracolosa: persone che fino al giorno prima avevano salutato il regime, partecipato alle manifestazioni, esibito simboli e tessere, improvvisamente raccontavano di essere sempre state estranee al fascismo. La storia italiana è piena di queste conversioni improvvise. Alcuni furono semplicemente opportunisti. Cambiarono posizione perché era conveniente farlo, pronti magari a denunciare il vicino di casa di ieri pur di ottenere una qualche forma di protezione o vantaggio. Altri scelsero una strada più silenziosa: fecero finta di niente. Ed è forse questa la parte più interessante da analizzare, perché riguarda un comportamento molto umano e molto italiano: l’adattamento. L’importante era sopravvivere, mantenere il posto di lavoro, conservare una piccola sicurezza quotidiana. Il potere poteva cambiare colore, il capo poteva cambiare divisa, il simbolo sulla parete poteva essere sostituito. L’essenziale era che la propria vita restasse il più possibile uguale. È un atteggiamento che attraversa tutta la nostra storia nazionale: la capacità straordinaria di adattarsi a qualunque situazione, che a volte è una virtù di sopravvivenza, ma altre volte diventa una forma di complicità. Perché il problema delle dittature non è soltanto chi comanda. È anche chi permette a chi comanda di farlo senza incontrare resistenza.
Quando penso al 25 luglio penso a un’immagine che conosciamo ancora oggi. L’italiano medio raccontato da quella fase storica è una figura ambivalente: rispettoso e servile davanti ai potenti, aggressivo con chi ha meno forza. Capace di lamentarsi dell’ingiustizia quando la subisce, ma pronto a chiudere un occhio quando può trarne un vantaggio. È l’uomo che pretende regole severe per gli altri e qualche eccezione per sé. È quello che condanna la corruzione in televisione e poi cerca la scorciatoia quando gli serve. È quello che invoca legalità e contemporaneamente considera un successo personale riuscire ad aggirare una norma. Naturalmente sarebbe ingiusto trasformare questa descrizione in una condanna assoluta di un intero popolo. L’Italia ha avuto uomini e donne straordinari: partigiani, intellettuali, lavoratori, cittadini comuni che hanno scelto la dignità anche quando sarebbe stato più facile scegliere la convenienza. Ma la storia serve proprio a riconoscere anche le nostre debolezze. Mussolini non inventò dal nulla certi difetti nazionali. Li utilizzò, li organizzò, li trasformò in strumento di consenso. Il fascismo seppe parlare a una parte dell’Italia perché seppe intercettare paure, rancori e desideri di rivalsa già presenti. E il problema è che certi meccanismi non appartengono soltanto al passato. L’opportunismo, l’ipocrisia, la ricerca del potente di turno a cui accodarsi sono tentazioni sempre presenti nelle società umane. Anche nelle democrazie.
Ecco perché credo che il 25 luglio meriterebbe una riflessione molto più ampia. Il 25 aprile celebriamo ciò che di migliore l’Italia seppe esprimere: il coraggio di chi scelse la libertà, il sacrificio di chi mise in gioco la propria vita, la speranza di ricostruire un Paese diverso. Il 25 luglio dovrebbe ricordarci ciò che di peggiore possiamo diventare. Non una festa da celebrare con bandiere e cortei, ma una giornata della memoria civile. Una sorta di esame collettivo davanti allo specchio. Un momento per chiederci quanto siamo davvero capaci di difendere i principi in cui diciamo di credere quando farlo costa qualcosa. Perché la democrazia non viene distrutta soltanto dai dittatori. Viene indebolita anche dalle persone comuni che pensano di poter restare sempre neutrali, sempre dalla parte del vincitore, sempre abbastanza lontane dalle responsabilità. Il 25 luglio è la fotografia di un Paese che cambia direzione quando cambia il vento. Ed è una fotografia che continua a interrogarci. Forse perché, a distanza di ottant’anni, quella domanda è ancora lì: cosa faremo quando arriverà il prossimo momento difficile? Difenderemo i principi oppure cercheremo semplicemente di capire da quale parte conviene stare? La risposta, più che nei libri di storia, si trova nelle piccole scelte quotidiane. Ed è proprio per questo che il 25 luglio dovrebbe farci paura. Perché racconta una pagina del passato, ma parla soprattutto del presente.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Due giorni fa era il 25 luglio, e mentre scorrevo il feed mi sono accorto che quasi nessuno ne parlava. Già, perché il 25 aprile ha un suono festoso, patriottico, istituzionale – il 25 luglio, invece, è una data scomoda, che molti preferiscono dimenticare. Eppure, guardando indietro al 25 luglio 1943, non posso fare a meno di provare un senso di amarezza profonda. Perché quella data, molto più del 25 aprile, ha il sapore amaro della verità su chi siamo veramente come popolo.
parte 1: Il 25 luglio non fu il trionfo della Resistenza, ma il trionfo dell'opportunismo. Quel giorno le classi dirigenti – il re, i generali, la Chiesa, i banchieri, gli industriali, gli agrari – scaricarono Mussolini come un capro espiatorio per salvare la loro pelle, dopo averlo sostenuto per vent'anni. Con lui avevano condiviso le colpe delle leggi razziali, della repressione e della guerra disastrosa al fianco di Hitler. Ma non ebbero alcuno scrupolo a tradirlo: prima lui, poi il re stesso, sacrificato qualche anno dopo per dare una patina di democrazia a un potere che, nella sostanza, era rimasto esattamente quello di prima.
parte 2: l'Italia era diventata fascista Perché i "padroni" ne avevano un bisogno disperato. Avevano bisogno di qualcuno che uccidesse Matteotti e Gramsci, che bruciasse le Camere del lavoro, che picchiasse i sindacalisti, che impedisse al movimento operaio di crescere. Avevano bisogno di difendere i latifondi da chi pensava che la terra fosse di chi la coltiva, e le fabbriche da operai che osavano chiedere stipendi più giusti e condizioni di vita migliori. L'Italia divenne fascista perché le élite preferirono il manganello alla democrazia, pur di non vederla diventare socialista.
parte 3: Ma la parte più triste è il comportamento della gente comune. Appena Mussolini cadde, in molti si affrettarono a gettare via la camicia nera con una velocità che faceva quasi ridere. Alcuni, i più spudorati, giurarono di non essere mai stati fascisti e si trasformarono in delatori per guadagnarsi un favore. Altri, forse i più numerosi, scelsero il silenzio: fecero finta di niente, si adattarono e continuarono a badare al loro piccolo orticello. Bastava che il posto di lavoro fosse sicuro e che il loro microscopico potere restasse intatto: del resto, a loro importava poco chi comandasse, purché la paga fosse la stessa.
parte 4: Quella fotografia ci restituisce un italiano medio che riconosciamo fin troppo bene oggi: remissivo e servile con i potenti, arrogante e prepotente con i deboli. Maschilista, bigotto, evasore fiscale, sempre pronto a fregare il prossimo e a lamentarsi se qualcuno prova a fregare lui. Mussolini non creò tutto questo – lui fu semplicemente il prodotto perfetto di una società che già era così. Quei protagonisti del 25 luglio sono ormai morti, ma i loro difetti – l'ipocrisia, la slealtà, l'opportunismo – sono stati ereditati in pieno dai figli e dai nipoti, che oggi sono qui, tra noi, e che continuano a comportarsi esattamente allo stesso modo.
parte 5: Ecco perché, al netto di tutto il rispetto che merita chi ha davvero lottato per la libertà, il 25 aprile rappresenta una parte minoritaria e virtuosa dell'Italia: quella dei partigiani, degli eroi, di chi ha pagato di persona. Il 25 luglio, invece, rappresenta l'anima vera di questo Paese, quella che non è cambiata affatto: l'anima dell'italiano che cambia bandiera al primo soffio di vento, che si infila in tasca una tessera diversa pur di mantenere il proprio posto, che applaude il vincitore di turno e dimentica in fretta. Quell'anima non è affatto sepolta nel passato: è viva, vegeta, e la vediamo ogni giorno nelle nostre stesse abitudini, nella politica, nei comportamenti quotidiani. Prima o poi, forse, dovremmo davvero farne una festa nazionale – non per celebrarla, ma per guardarci allo specchio senza ipocrisie. Perché quella, che ci piaccia o no, è l'Italia che siamo stati, che siamo e che, molto probabilmente, continueremo a essere.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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