
Esiste una scena che, nel teatro della politica italiana, viene rappresentata con una puntualità quasi liturgica. Ogni volta che una manifestazione degenera in violenza, una parte della sinistra tira fuori lo stesso copione: la protesta era pacifica, poi sono arrivati gli infiltrati, i provocatori, gli estremisti venuti da fuori per rovinarla. È una narrazione rassicurante, perché consente di salvare il movimento e scaricare ogni responsabilità su un soggetto indefinito, quasi mitologico. È accaduto ancora una volta in Val di Susa, dove alle immagini di scontri, lanci di pietre, petardi e assalti ai cantieri hanno fatto seguito le immancabili condanne di principio e la distinzione tra i manifestanti “buoni” e quelli “cattivi”.
Peccato che, questa volta, il copione presenti una falla piuttosto evidente. A raccontarlo è stata Rita Rapisardi sulle pagine del Manifesto, giornale che certo non può essere liquidato come una voce ostile al movimento. Le dichiarazioni raccolte sono inequivocabili: gli esponenti del Movimento No Tav non hanno preso le distanze dalle azioni violente, ma le hanno rivendicate. «La divisione tra buoni e cattivi è assolutamente falsa, siamo tutti responsabili», hanno affermato. Una frase che pesa come un macigno, perché arriva direttamente da chi quella mobilitazione la organizza e la vive.
A questo punto diventa difficile continuare a evocare il misterioso infiltrato che compare puntualmente a ogni corteo, quasi fosse una figura folkloristica della politica italiana. Se gli stessi protagonisti rifiutano quella distinzione, insistere su quella narrativa significa semplicemente ignorare la realtà.
Per questo motivo sarebbe interessante vedere il cosiddetto campo largo affrontare la questione con un minimo di coerenza. Se davvero si considera inaccettabile il ricorso alla violenza, allora il problema non può essere limitato a qualche volto coperto ripreso dalle telecamere. Il nodo riguarda il rapporto con un movimento che rivendica quelle azioni come parte integrante della propria identità.
Sarebbe logico, allora, prendere le distanze dal Movimento No Tav nel suo complesso. Sarebbe coerente evitare che le celebri bandiere bianche con il treno sbarrato di rosso continuino a sventolare nelle manifestazioni organizzate dalle stesse forze che, poche ore dopo gli scontri, rilasciano comunicati indignati contro la violenza. Sarebbe un gesto semplice, perfino banale, ma evidentemente assai complicato da mettere in pratica. Del resto, in politica esistono simboli che diventano improvvisamente intoccabili, soprattutto quando rappresentano un bacino elettorale.
Il paradosso emerge ancora di più quando si sposta lo sguardo sul merito della questione, cioè sulla TAV. Da anni ascoltiamo discorsi sulla necessità della transizione ecologica, sulla riduzione delle emissioni e sull’abbandono dei combustibili fossili. Tutti obiettivi condivisibili. Poi, però, quando si arriva all’infrastruttura che più di ogni altra permette di sostituire il trasporto aereo con quello ferroviario, improvvisamente diventa il nemico assoluto.
Eppure i numeri raccontano una storia diversa dalle bandiere. La linea ad alta velocità Roma-Milano ha rivoluzionato le abitudini di milioni di persone. L’aereo, un tempo padrone incontrastato di quella tratta, è stato in larga parte sostituito dal treno. Oggi quella direttrice ferroviaria rappresenta uno dei collegamenti ad alta velocità più utilizzati d’Europa. Meno voli significa meno carburante bruciato, meno emissioni, meno congestione aeroportuale. È difficile immaginare una misura più vicina all’idea di mobilità sostenibile.
Lo stesso progetto europeo punta a collegare le grandi città del continente attraverso una rete ferroviaria sempre più efficiente. Raggiungere Parigi o Bruxelles da Milano in circa quattro ore e mezza, partendo dal centro cittadino e arrivando nel cuore della destinazione, significa offrire un’alternativa concreta all’aereo sulle medie distanze. Questa, piaccia o meno, è la riconversione ecologica quando smette di essere uno slogan e diventa un’infrastruttura.
Naturalmente la coerenza ambientale produce altri curiosi cortocircuiti. Uno dei più evidenti riguarda i cosiddetti SAD, i sussidi ambientalmente dannosi. Per anni si è sentito ripetere che andavano eliminati perché incentivano il consumo di combustibili fossili. Una posizione perfettamente coerente con gli obiettivi climatici.
Poi arriva il caro-benzina e improvvisamente gli stessi protagonisti chiedono di abbassare le accise sul carburante. Il dettaglio interessante è che una riduzione delle accise costituisce esattamente un sussidio ambientalmente dannoso: rende più conveniente consumare benzina, incoraggia l’utilizzo dell’automobile e riduce l’incentivo a scegliere mezzi alternativi. In altre parole, produce proprio quell’effetto che fino al giorno prima veniva denunciato come inaccettabile.
Chiaro, il problema del costo dei carburanti è reale e pesa sulle famiglie. Ma proprio per questo ci si aspetterebbe una discussione diversa. Se l’obiettivo resta quello di ridurre traffico ed emissioni, avrebbe molto più senso investire massicciamente nel trasporto pubblico locale, abbassando il prezzo degli abbonamenti, aumentando le corse, migliorando puntualità e collegamenti. Convincere le persone a lasciare l’automobile richiede un’alternativa credibile, non una serie di slogan pronunciati davanti alle telecamere.
Alla fine il punto è sempre lo stesso. L’ecologia gode di un consenso enorme finché rimane confinata nei manifesti, negli hashtag e nei buoni sentimenti. Quando però si traduce in decisioni concrete, le certezze iniziano a vacillare. Difendere una linea ferroviaria strategica oppure contestarla? Eliminare davvero i sussidi ai combustibili fossili oppure ripristinarli appena il prezzo della benzina sale? Sono domande che costringono a scegliere.
Ed è probabilmente questo il vero problema. Le bandiere servono a identificarsi. Governare, invece, significa accettare che la realtà raramente si lascia ridurre a uno slogan stampato su un drappo bianco con un treno attraversato da una barra rossa.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: non appena in una manifestazione scatta la violenza, una parte della sinistra punta subito il dito contro "infiltrati" o "provocatori" esterni. Il copione è sempre lo stesso: la manifestazione era pacifica, i violenti sono arrivati da fuori per farci fallire. È successo anche in Val di Susa, con le solite condanne astratte e la netta separazione tra i "buoni" manifestanti e i "cattivi" incappucciati.
parte 1: Peccato che questa volta il copione non regga. Come ha ben documentato Rita Rapisardi sul Manifesto, gli esponenti del Movimento No Tav non solo non hanno preso le distanze, ma hanno rivendicato l’azione e dichiarato: "La divisione tra buoni e cattivi è assolutamente falsa, siamo tutti responsabili". Se sono gli stessi organizzatori a dirlo, allora la solita retorica dell'infiltrato di turno è solo una comoda scappatoia.
parte 2: E allora, per coerenza, il "campo largo" dovrebbe fare un passo in più. Non basta prendere le distanze dalla violenza generica: bisognerebbe avere il coraggio di prendere le distanze dal Movimento No Tav stesso. Bandire quelle famosissime bandiere bianche con il treno barrato di rosso dai propri cortei sarebbe un atto di onestà intellettuale dovuto. Ma ovviamente, è molto più comodo indignarsi a spot.
parte 3: Veniamo al nodo della questione: la TAV. Se parliamo di transizione ecologica, l'Alta Velocità è un tassello fondamentale, non un mostro da abbattere. Guardate cosa è successo sulla Roma-Milano: il treno ad alta velocità ha letteralmente sostituito l'aereo, diventando la tratta più trafficata d'Europa. Meno aerei, meno emissioni. L'obiettivo europeo è quello di collegare Milano a Parigi o Bruxelles in 4 ore e mezza, da centro a centro, senza consumare fossili. Questa è riconversione ecologica vera.
parte 4: un secondo cortocircuito è quello sui SAD (sussidi ambientalmente dannosi). Per anni abbiamo sentito politici gridare contro i sussidi che incentivano i combustibili fossili. Ora, però, di fronte al caro-benzina, gli stessi chiedono a gran voce di abbassare le accise. Peccato che abbassare le accise sia ESATTAMENTE un SAD: incentiva il consumo di benzina e quindi l'inquinamento. Ma nessuno propone alternative vere, come sconti enormi sui trasporti locali per invogliare la gente a lasciare l'auto a casa.
parte 5: Insomma, la riconversione ecologica è meravigliosa finché resta uno slogan facile. Quando diventa politica concreta, tra difesa della TAV e coerenza sui sussidi, i cortocircuiti vengono a galla. È facile fare i paladini dell'ambiente sui social. Molto più difficile è avere il coraggio di scegliere, prendere posizioni scomode e, soprattutto, ammettere che forse la realtà è molto più complessa di una bandiera sventolata in piazza.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico.
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Vabbè, ma è chiaro che i NoTAV non vogliono ne gli aerei, ne il treno, e in particolare non lo vogliono dietro casa, insieme a tutte le sue opere accessorie (stazioni, svincoli…).
Vogliono la vita lenta, il turismo locale, l’agricoltura di sussistenza (ma gourmet e nutriente).
Posizione radicale che, in se, non trovo intrinsecamente contradditoria.
Almeno finchè non si pretende che i buoni fruttiferi del nonno continuino a pagare un buon interesse 🙂
Un caso a parte è Matteo Salvini: Google restituisce prontamente una foto del Nostro risalente a qualche anno fa con la maglietta del Movimento, a Pontida, ai tempi in cui D’Alema parlava di “Lega di sinistra” 🙂
Sull’ultimo paragrafo: l’Europa ma soprattutto, assolutamente, l’Italia ha un problema di dipendenza psicologica dall’automobile, unita a una generale incompetenza nell’impiegarla.
Abbiamo il tasso di auto pro capite più alto del mondo, città congestionate e un consumo di suolo da fare girare la testa: con 40 gradi timidamente ci si inizia a rendere conto che se al posto di ogni parcheggio asfaltato si facesse un parco alberato sarebbe più facile trovare il fresco in città.
Abbiamo anche dei redditi netti tenuti a galla a forza di politica fiscale, che permettono a malapena di comprare a rate certi catafalchi con 3 metri di interasse, falcidiando il reddito disponibile.
Nel mentre, il padre di famiglia indiano scende il K2 e porta moglie, figli e pecore al mercato con una motocicletta raffreddata ad aria che costa 1,5 lakh, fa 45 chilometri con un litro e si aggiusta con lo spago in una piazzola.
Le vendono anche da noi, ma si preferisce possedere la seconda auto e usarla anche per brevi tragitti in provincia, quando non in paese, dove basterebbe l’umile bicicletta.
Senza dover necessariamente scendere a patti con la perdita di tempo, pazienza e salute che l’autobus provoca.
Errata: la foto (anzi, le foto) di Salvini no-tav sono false.
Ormai sono così abituato a cercare i segni dei deepfake che mi sono fatto fregare da una mano di buon vecchio mspaint.
Però, siccome sono sì un pollo, ma ho buona memoria, confermo che parte della Lega piemontese si schierò in origine con i No Tav in un’ottica Nimby, per essere poi purgati: https://web.archive.org/web/20201216174343/http://www.lettera43.it/quando-il-carroccio-era-no-tav/