
Prima ancora che qualcuno si affretti a etichettarli, io questi ragazzi li chiamo con il loro nome. Non “maranza”, non “babygang”, non “coatti”. Le etichette hanno una funzione precisa: permettono agli adulti di prendere le distanze. Trasformano un adolescente in una categoria, una persona in un’emergenza, una storia in uno slogan. Da anni insegno storia e filosofia in un liceo romano, in un quartiere che non compare nelle cartoline della capitale. In quelle aule ho visto passare decine di ragazzi che oggi riempiono i titoli dei giornali con il marchio di “maranza”. Li ho incontrati tra i banchi, nei corridoi, alle fermate degli autobus, seduti sui muretti dei parchi pubblici. So distinguere la violenza dalla disperazione. E so anche che confondere le due cose è il primo passo per rinunciare a capire.
Viviamo in un’epoca che pretende soluzioni immediate a problemi costruiti nell’arco di una generazione. Basta un video di trenta secondi su TikTok, una rissa ripresa con il telefonino, un’aggressione raccontata in televisione, e il processo è già celebrato. Arrivano gli esperti da salotto, i commentatori professionisti dell’indignazione, i leader che promettono fermezza come se fosse una medicina universale. Eppure quasi nessuno si prende la briga di chiedersi chi fossero quei ragazzi prima di diventare protagonisti di una pagina di cronaca. Perché quella domanda obbligherebbe tutti noi a guardarci allo specchio.
Il primo giorno di scuola li riconosci subito. Felpa con il cappuccio tirato su anche quando fa caldo, borsa a tracolla portata come un’armatura, sguardo che evita il tuo oppure ti sfida apertamente. Entrano in classe come se ogni adulto fosse un potenziale nemico. È un atteggiamento che molti interpretano come arroganza. Io, dopo tanti anni, ci leggo soprattutto paura. Poi basta pochissimo perché quella corazza inizi a incrinarsi. Una domanda sincera, un interesse autentico, un “come stai?” pronunciato senza paternalismo. Gli adolescenti possiedono un radar infallibile: capiscono subito se davanti hanno qualcuno disposto ad ascoltarli oppure l’ennesimo adulto pronto soltanto a giudicarli. Quando si accorgono di essere ascoltati, succede qualcosa che raramente finisce nei servizi dei telegiornali. Raccontano. Parlano della fatica di casa, dei genitori che si separano, della madre che lavora fino a tardi, del fratello maggiore finito nei guai, della sensazione costante di valere meno degli altri.
La rabbia che vediamo esplodere nelle piazze o nelle stazioni raramente nasce dal nulla. La rabbia è quasi sempre una figlia della solitudine. E nelle periferie quella solitudine assume una forma diversa rispetto a quella raccontata nei romanzi borghesi. Essere soli significa diventare vulnerabili. Significa essere il bersaglio perfetto. E allora il gruppo diventa famiglia, protezione, identità. Si inventano codici, linguaggi, rituali, perfino un’estetica comune. Non perché il branco rappresenti un ideale, ma perché spesso è l’unico rifugio disponibile. Ogni società produce i propri simboli. La nostra ha deciso di produrre il “maranza”. Una figura quasi mitologica, utile per condensare tutte le paure collettive dentro un volto giovane, possibilmente con il cappuccio e le scarpe da ginnastica. È una scorciatoia rassicurante. Se il problema ha un nome, allora possiamo convincerci che basti eliminarlo.
L’allarme costruito attorno a questo fenomeno poggia certamente su episodi reali. Sarebbe sciocco negarlo. Alcuni ragazzi aggrediscono, rubano, intimidiscono. Le vittime esistono e meritano tutela. Chi minimizza la violenza sbaglia tanto quanto chi la usa per alimentare il panico. Il punto è un altro. Ogni volta che le telecamere mostrano una rissa, scompaiono automaticamente tutte le condizioni che quella rissa hanno contribuito a generarla. Nessuno racconta il ritorno a casa. Nessuno entra negli appartamenti dove vivono sei persone in sessanta metri quadrati. Nessuno mostra le madri che fanno due lavori per arrivare alla fine del mese, i padri evaporati, le famiglie spezzate dalla precarietà. Nessuno filma i campetti lasciati all’abbandono, le biblioteche chiuse, i centri giovanili trasformati in edifici fantasma, le piazze consegnate allo spaccio perché lo Stato ha deciso di andarsene molto tempo fa. Ogni volta che una comunità rinuncia ai propri luoghi educativi, qualcun altro li occupa. È una legge della storia prima ancora che della sociologia. Se togli una biblioteca, arriverà una piazza dove imparare altre regole. Se chiudi un centro sportivo, qualcuno aprirà una scuola alternativa fatta di violenza, forza e appartenenza. La natura, come insegna Aristotele, rifugge il vuoto. Anche la società.
Eppure la risposta che ascoltiamo con maggiore frequenza resta sempre la stessa. Più carcere. Più repressione. Più punizione. È la soluzione perfetta per chi vuole conquistare un applauso in uno studio televisivo senza assumersi il peso di risolvere davvero il problema. Ogni volta che sento invocare il carcere per un sedicenne mi domando se chi parla abbia mai incrociato lo sguardo di quei ragazzi. Se abbia mai osservato quanto sia sottile il confine tra chi sbaglia una volta e chi riesce a rimettersi in piedi. Ricordo perfettamente un mio ex studente. A quattordici anni aveva commesso una sciocchezza enorme. Un coltello in tasca, una lite degenerata, la possibilità concreta di rovinarsi la vita. C’era chi chiedeva di chiuderlo dentro e buttare via la chiave, come se un adolescente fosse già un prodotto finito. Oggi quel ragazzo lavora come aiuto cuoco. Si alza alle sei del mattino, fatica, paga le tasse, sogna di aprire un piccolo ristorante. Quale delle due persone avremmo costruito spedendolo dietro le sbarre? La risposta dovrebbe inquietare chi continua a pensare che il carcere sia una fabbrica di cittadini migliori. Per un adulto la detenzione rappresenta una pena. Per un minorenne rischia di diventare un’identità. Lo marchia, lo separa dal resto del mondo, gli insegna che la società ha smesso definitivamente di aspettarsi qualcosa di buono da lui. È un messaggio devastante.
Naturalmente educare costa fatica. Molta più fatica che incarcerare. Richiede tempo, risorse, pazienza. Pretende la presenza costante di adulti credibili, capaci di restare anche quando tutto suggerirebbe di andarsene. La soluzione, proprio per questo, appare terribilmente poco spettacolare. Palestre aperte fino a sera. Laboratori musicali. Biblioteche vive. Campi da basket illuminati anche dopo il tramonto. Scuole che restano aperte oltre il suono della campanella. Insegnanti disponibili a fermarsi un’ora in più per una ripetizione che diventa una conversazione. Educatori di strada. Associazioni. Quartieri restituiti ai cittadini. Qualcuno liquiderà tutto questo come buonismo. Preferisco chiamarlo investimento. Perché l’educazione produce risultati con la lentezza degli alberi: chi pianta oggi sa che forse sarà qualcun altro a godere dell’ombra. Il populismo, invece, vive del raccolto immediato. Promette sicurezza domani mattina e lascia macerie dopodomani. Ho visto ragazzi stringere i pugni per mesi e poi, quasi impercettibilmente, imparare ad aprire le mani. È accaduto perché qualcuno è rimasto accanto a loro abbastanza a lungo da meritarsi la loro fiducia. Nessun eroe. Nessuna ricetta miracolosa. Soltanto adulti che hanno scelto di esserci.
Alla fine, il punto è tutto qui. Continuare a invocare vendetta significa confessare la propria resa educativa. Significa dichiarare che abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiare il destino di un adolescente. È una rinuncia che parla molto più di noi che di loro. I “maranza” non appartengono a una razza diversa. Sono i figli delle nostre città, delle nostre omissioni, delle nostre priorità sbagliate. Li abbiamo ignorati quando chiedevano ascolto e li abbiamo scoperti soltanto quando hanno iniziato a fare rumore. È il copione che una società impaurita recita da sempre: prima abbandona, poi si scandalizza. Io continuo a credere, ostinatamente, che un ragazzo di sedici anni sia molto più dei suoi errori. Forse è deformazione professionale. Forse è l’ultima forma di idealismo che mi è rimasta dopo tante delusioni. Ma se anche la scuola, le famiglie e le istituzioni smettessero di credere nella forza dell’educazione, allora avremmo davvero perso. E, questa volta, non sarebbero stati i ragazzi a sconfiggerci. Sarebbero stati gli adulti.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Io questi ragazzi li chiamo con il loro nome, non con un’etichetta. "Maranza", "babygang", "coatto" – sono parole che servono a mettere distanza, a trasformare un ragazzino in un problema sociale. Da anni insegno in un liceo romano, in una zona che non è il centro bene. E ho visto sfilare davanti a me decine di quei ragazzi che oggi i media chiamano "maranza". Li ho visti in classe, nei corridoi, e qualche volta anche fuori, al parco o sotto i portici. Non sono mostri. Sono adolescenti come tutti, solo con meno reti di salvataggio.
parte 1: Il primo giorno di scuola, spesso, mi guardano con sfida. Felpa con cappuccio, borsa a tracolla, sguardo basso. Ma basta una settimana, una domanda vera, un "come stai?" senza giudizio, che la maschera si incrina. Sono ragazzi pieni di rabbia, certo, ma la rabbia è sempre figlia della solitudine. E la solitudine, in certe periferie di Roma, è un lusso che non puoi permetterti: se sei solo sei un bersaglio. Per questo si stringono in gruppo, si danno regole, si inventano un codice. Non è malvagità, è sopravvivenza.
parte 2: L'"allarme maranza" che sentiamo in tv è costruito su un fondo di verità – qualche episodio di violenza c'è, e va preso sul serio – ma è gonfiato a dismisura. I telegiornali mostrano le risse, i politici promettono il carcere, ma nessuno racconta le case dove quei ragazzi tornano la sera. Case affollate, padri assenti, madri che lavorano doppio, camere condivise con tre fratelli. Nessuno racconta i cortili senza panchine, i campetti abbandonati, le biblioteche chiuse. Il degrado è la vera fabbrica dei "maranza", non il colore della pelle o il genere musicale che ascoltano.
parte 3: Immancabile arriva la soluzione facile: "Mettiamoli in galera". Ogni volta che sento questa frase mi viene da chiedere: ma voi li avete mai guardati in faccia? Un mio ex studente, che a quattordici anni aveva fatto una cazzata grossa con un coltello, oggi ha vent'anni e lavora come aiuto cuoco. Se lo avessero chiuso in carcere come volevano alcuni, saremmo qui a raccontare un'altra storia. La galera non rieduca, distrugge. Per un ragazzo di sedici anni, il carcere è una condanna non solo penale ma esistenziale: lo marchia, lo isola, lo trasforma in quello che lo stereotipo dice che è.
parte 4: La soluzione è noiosa, lenta, poco televisiva: non abbandonarli. Dare loro spazi dove incontrarsi senza doversi difendere. Palestre aperte fino a sera, laboratori di musica, un campo di basket illuminato, un professore che resta un'ora in più per fare ripetizioni e magari una chiacchiera. Io l'ho fatto, e ho visto ragazzi che iniziavano a sciogliere il pugno quando qualcuno tendeva loro una mano. Non serve l'eroe, serve la presenza. Serve un adulto che non abbia paura e che non giudichi. Perché il branco è una galera, ma si può uscire se c'è qualcuno che ti aspetta fuori.
parte 5: Quindi, se posso permettermi di dire la mia da professore che questi ragazzi li conosce davvero: smettiamola di invocare vendetta. Chi chiede il carcere per un minorenne o non ha mai avuto figli, o ha troppa paura per guardare la realtà negli occhi. I "maranza" non sono una razza nemica, sono i nostri ragazzi. Quelli che nessuno ha voluto vedere, fino a quando non sono diventati troppo visibili. L'emancipazione si costruisce con il tempo, con le opportunità, con la fatica di stare accanto. La galera è solo la resa di un adulto che ha smesso di credere nell'educazione. Io non mi arrendo. E spero che nemmeno voi.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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