
L’immigrazione non è tutta uguale, e la Spagna ce lo sta dimostrando. Non più tardi di un mese fa, Pedro Sánchez rivendicava con orgoglio la scelta di non costruire muri, indicando nell’accoglienza una delle chiavi dei buoni risultati economici spagnoli. Una politica culminata nella regolarizzazione di circa mezzo milione di persone. Poi, quasi all’improvviso, ecco le immagini dell’esercito schierato a difesa dell’enclave di Ceuta, presa d’assalto da centinaia di migranti provenienti dal Marocco. Apriti cielo: per molti commentatori era la prova definitiva dell’ipocrisia della sinistra europea. In realtà, se si mette da parte per un momento il tifo da stadio, la presunta contraddizione svanisce. Dietro quelle due scelte esiste una logica, discutibile quanto si vuole, ma decisamente coerente.
Il vero segreto della politica migratoria spagnola è che Madrid distingue accuratamente tra flussi diversi. Del mezzo milione di persone regolarizzate negli ultimi anni, circa l’87% proviene dall’America Latina. Non è un dettaglio statistico: è il cuore dell’intera strategia. Peruviani, colombiani, venezuelani, ecuadoriani arrivano condividendo la lingua, una larga parte del patrimonio religioso e riferimenti culturali molto simili. Per molti di loro inserirsi nel mercato del lavoro richiede tempi relativamente brevi. Un muratore colombiano, un elettricista peruviano o un infermiere venezuelano trovano un ambiente che, almeno dal punto di vista linguistico e culturale, è infinitamente più familiare rispetto a quello che incontrerebbe un migrante proveniente dal Sahel o da altre aree del Nord Africa.
Naturalmente questo non significa che l’integrazione sia automatica o priva di difficoltà. Ogni percorso migratorio porta con sé problemi sociali, economici e personali. Ma sarebbe ingenuo fingere che tutte le immigrazioni producano le stesse dinamiche. L’Europa ama raccontarsi favole universaliste, salvo poi fare i conti con la realtà nei quartieri periferici delle proprie città. La Spagna, invece, ha scelto un approccio molto più pragmatico: accogliere chi ritiene più facilmente integrabile e limitare gli ingressi ritenuti maggiormente problematici. Una scelta che molti governi europei praticano nei fatti, pur continuando a negarla nei discorsi ufficiali.
Ceuta rappresenta esattamente il lato opposto di questa politica. La pressione migratoria sull’enclave spagnola non nasce soltanto dalla disperazione di migliaia di persone. È soprattutto uno strumento di pressione diplomatica nelle mani del Marocco. Da anni Rabat utilizza il controllo delle proprie frontiere come leva negoziale nei confronti della Spagna e dell’Unione Europea. Quando le relazioni si irrigidiscono, i controlli improvvisamente diventano più “distratti”. Quando gli interessi coincidono, le partenze diminuiscono come per magia. Chi continua a parlare esclusivamente di emergenza umanitaria dimentica un elemento fondamentale: la migrazione è diventata una vera arma geopolitica.
La questione del Sahara Occidentale rappresenta uno dei principali punti di attrito tra Madrid e Rabat. Ogni volta che la posizione spagnola si discosta dalle aspettative marocchine, la pressione sui confini aumenta. È una dinamica ormai consolidata. Il messaggio è semplice: volete stabilità? Allora ascoltate le nostre richieste. È una forma di diplomazia muscolare che utilizza esseri umani come pedine. Cinica? Certamente. Eppure sorprendentemente efficace.
Da questa prospettiva diventa perfettamente comprensibile la risposta di Sánchez. Da una parte continua a favorire un’immigrazione regolare che considera utile all’economia spagnola; dall’altra rafforza militarmente Ceuta per impedire che sia un governo straniero a decidere quando e come aprire i rubinetti dell’immigrazione irregolare. Si può condividere oppure criticare questa impostazione, ma è difficile definirla incoerente. È semplicemente una distinzione tra chi entra attraverso canali pianificati e chi viene utilizzato come strumento di pressione internazionale.
Il problema, semmai, riguarda l’intera strategia europea. Da oltre un decennio Bruxelles ha progressivamente esternalizzato il controllo delle proprie frontiere. Invece di costruire una vera politica comune sull’immigrazione, ha preferito pagare Paesi terzi affinché facessero il lavoro sporco. Marocco, Turchia, Tunisia e, in parte, Libia sono diventati i custodi delle porte d’ingresso del continente. Una soluzione apparentemente conveniente che, col passare del tempo, ha mostrato tutti i suoi limiti.
Quando affidi ad altri il controllo del tuo cancello, devi mettere in conto che prima o poi qualcuno ti presenterà il conto. Erdoğan lo ha dimostrato più volte nei confronti dell’Unione Europea. Il Marocco sta seguendo una logica analoga. Ogni crisi diplomatica rischia di trasformarsi improvvisamente in una crisi migratoria. Ogni negoziato può essere accompagnato dall’apertura o dalla chiusura delle frontiere. L’Europa si è costruita da sola una dipendenza strategica che oggi fatica a gestire.
Il paradosso è che, invece di affrontare questo nodo, il dibattito politico europeo preferisce spesso rifugiarsi nella propaganda. C’è chi invoca muri ovunque e chi continua a ripetere slogan sull’accoglienza universale. Nel frattempo qualcuno arriva perfino a evocare la sospensione degli accordi di Schengen per poche migliaia di persone ferme alle frontiere africane. Una proposta che appare più utile a conquistare qualche titolo di giornale che a risolvere problemi concreti.
Schengen non è soltanto un simbolo europeo. È uno strumento economico che permette ogni giorno la libera circolazione di milioni di lavoratori, studenti, imprese e turisti. Metterlo in discussione per ragioni essenzialmente propagandistiche significa rischiare di compromettere uno dei pochi successi tangibili dell’integrazione europea. Sarebbe come demolire un ponte autostradale perché qualcuno ha parcheggiato male all’ingresso del casello.
La vicenda di Ceuta offre quindi una lezione che supera di molto il piccolo lembo di terra affacciato sul Mediterraneo. L’Occidente invecchia rapidamente, ha bisogno di nuova forza lavoro e allo stesso tempo si interroga sulla capacità di conservare la propria identità culturale e i propri equilibri sociali. Sono due esigenze reali che convivono, anche se molti preferiscono raccontarne soltanto una.
Continuare a dividere il dibattito tra fautori delle frontiere spalancate e sostenitori di un isolamento assoluto serve soprattutto ad alimentare campagne elettorali permanenti. Governare l’immigrazione richiede invece una selezione trasparente dei flussi, canali legali realmente funzionanti, accordi internazionali che riducano il potere di ricatto dei Paesi di transito e un’autentica politica europea condivisa. È un lavoro infinitamente meno spettacolare degli slogan, ma decisamente più utile. Perché i confini, proprio come le porte di casa, possono restare aperti agli ospiti senza rinunciare al diritto di decidere chi entra e con quali regole.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: L’immigrazione non è tutta uguale, e la Spagna ce lo sta dimostrando. Non più tardi di un mese fa, Pedro Sánchez rivendicava con orgoglio la scelta di non costruire muri, indicando nell’accoglienza una delle chiavi dei buoni risultati economici spagnoli. Una politica culminata nella regolarizzazione di circa mezzo milione di persone. Ma il recente invio dell’esercito per blindare i confini dell’enclave di Ceuta, presa d’assalto dai migranti, ha fatto gridare all'apparente contraddizione. che, a ben guardare, nasconde una logica ben precisa.
parte 1: Il segreto della Spagna sta nella "selezione" dei flussi. Di quel mezzo milione di migranti regolarizzati a Madrid, l’87% proviene dall’America Latina. Parliamo di persone che condividono lingua, religione e legami culturali: un operaio peruviano o venezuelano può integrarsi e iniziare a lavorare in un’officina il giorno dopo il suo arrivo. Chi tenta l'accesso da Ceuta dal Nord Africa affronta invece barriere linguistiche e culturali enormi, rendendo il percorso d'integrazione incomparabilmente più complesso.
parte 2: Ceuta è prima di tutto una crisi politica. L'ondata migratoria all'enclave non è un semplice fenomeno spontaneo, ma la conseguenza diretta delle decisioni del governo marocchino, che ha deliberatamente allentato i controlli di frontiera per mettere sotto pressione Madrid su partite diplomatiche come la questione del Sahara Occidentale. La Spagna risponde applicando un doppio binario: patti di riammissione rigidi per la migrazione irregolare e porte aperte all'immigrazione ritenuta funzionale.
parte 3: Da anni l'UE sceglie di delegare il controllo dei propri confini a Paesi terzi (come Marocco o Turchia) trasformandoli in "gendarmi". Il risultato? L'Europa si ritrova costantemente sotto il ricatto geopolitico di governi autoritari, incapace di gestire i flussi in modo autonomo, con canali d'ingresso legali o con una vera politica d'asilo comune.
parte 4: In questo scenario, la politica interna europea spesso scade nella propaganda. Proposte o minacce di sospendere gli accordi di Schengen per poche migliaia di persone bloccate in Africa – mentre milioni di turisti e lavoratori si muovono liberamente tra Italia e Spagna – sono risposte sproporzionate e propagandistiche. Colpire Schengen significa minare uno dei pilastri dell'integrazione europea solo per un pugno di voti.
parte 5: La lezione di Ceuta va oltre i confini spagnoli. Tra l'inverno demografico dell'Occidente e le preoccupazioni sulla tenuta dei nostri valori liberali e secolari di fronte ai cambiamenti culturali, il pragmatismo è l'unica via. né con i "muri" ideologici né con la propaganda razzista.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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