Il suffragio è una Feature Premium

Negli ultimi giorni mi sono imbattuto in una di quelle dichiarazioni che, lette di sfuggita, sembrano uscite da una puntata particolarmente ispirata di Black Mirror. Poi scopri che non si tratta della sceneggiatura di una serie televisiva, ma delle riflessioni di Tobias Lütke, amministratore delegato di Shopify. L’idea è semplice, almeno sulla carta: chi non paga imposte sul reddito perde il diritto di voto, mentre chi versa più tasse dovrebbe poter votare più volte. Una specie di programma fedeltà della democrazia: più spendi, più punti accumuli, ma invece di ricevere uno sconto sul prossimo acquisto ottieni un pezzo di sovranità popolare in più. La reazione istintiva è liquidare tutto come una provocazione destinata a incendiare i social per quarantotto ore, ma il problema è che questa proposta non nasce nel vuoto. È il sintomo di una trasformazione culturale che da tempo attraversa una parte consistente dell’élite tecnologica mondiale, una classe dirigente che sembra aver progressivamente sostituito la cultura democratica con la mentalità della startup. Ed è forse questo il passaggio più interessante — o, se preferite, il più inquietante — perché l’informatica non era nata così.

Chi ha vissuto o studiato la rivoluzione informatica degli anni Settanta e Ottanta ricorda un clima completamente diverso. Il personal computer rappresentava una promessa di emancipazione individuale: l’idea era togliere potere ai grandi centri di controllo, distribuire conoscenza e rendere ogni persona autonoma. Dai primi hacker del MIT fino all’Homebrew Computer Club, passando per i pionieri del software libero, il messaggio era sorprendentemente politico nel senso più nobile del termine: la tecnologia doveva democratizzare il potere, non concentrarlo. Il PC entrava nelle case perché ciascuno potesse creare, imparare, programmare e comunicare senza chiedere il permesso a qualcuno seduto in cima alla piramide. Oggi sembra quasi che quella filosofia appartenga a un’altra civiltà. L’industria tecnologica contemporanea produce piattaforme gigantesche che accentuano la centralizzazione, accumulano dati su miliardi di persone e affidano a pochissimi individui un’influenza che nessun industriale del Novecento avrebbe potuto immaginare. E, come spesso accade quando il potere si concentra troppo a lungo nelle stesse mani, arriva la convinzione che quel potere sia meritato in ogni ambito della vita umana: così il fondatore di una piattaforma e-commerce elabora teorie sulla cittadinanza, il proprietario di un social network riscrive le regole del dibattito pubblico e il finanziatore di startup immagina nuove forme di Stato.

Il punto è che costruire un software e costruire una società sono attività che appartengono a universi completamente diversi. Un programma informatico ha uno scopo preciso: deve svolgere una funzione nel modo più rapido, efficiente e prevedibile possibile, eliminando ogni passaggio superfluo. Anche un’azienda risponde a una logica lineare, esistendo per produrre valore economico attorno a una metrica principale. Lo Stato, invece, è l’esatto contrario. Non nasce per massimizzare una metrica, ma per tenere insieme persone incompatibili tra loro, con interessi opposti, bisogni differenti e capacità economiche diseguali. Protegge chi produce moltissimo e chi produce pochissimo; difende chi paga molte tasse e chi, per malattia, età o semplice sfortuna, non può pagarne affatto. Una democrazia non è un software da ottimizzare, ma un equilibrio continuamente instabile tra libertà, diritti, giustizia e rappresentanza. Quando un amministratore delegato osserva il Parlamento e vede discussioni infinite, mediazioni e burocrazia, il suo istinto gli suggerisce che il sistema sia inefficiente e che andrebbe ristrutturato come una riunione aziendale. Fortunatamente uno Stato non funziona così: quelle che sembrano perdite di tempo sono i meccanismi che impediscono agli esseri umani di divorarsi a vicenda. I contrappesi istituzionali, le discussioni parlamentari e le garanzie procedurali rallentano il potere proprio perché il potere, quando corre troppo velocemente, tende a investire i diritti fondamentali.

E poi c’è quel principio apparentemente banale che qualcuno vorrebbe archiviare come software legacy: una testa, un voto. È quasi commovente dover ricordare che il valore di un cittadino non coincide con il suo estratto conto. Se il diritto di voto dipendesse dal reddito, dovremmo spiegare a un pensionato, a una persona disabile, a uno studente o a un disoccupato che la sua opinione vale meno di quella di un imprenditore multimilionario. La cittadinanza diventerebbe un investimento finanziario, la dignità politica una funzione del fatturato e il suffragio universale una feature premium. Esiste una parola antichissima che descrive bene questo fenomeno: hybris, la tracotanza di chi, accecato dal proprio successo, si crede superiore ai limiti della condizione umana. Nel mondo tecnologico questa assume la forma dell’ibris ingegneristica: costruisci un software che conquista il mercato, diventi miliardario, ti circondi di persone che ti danno sempre ragione e il cervello inizia a giocare un brutto scherzo, interpretando il successo in un settore come prova di competenza universale. Se hai progettato un’infrastruttura cloud, perché non dovresti riprogettare anche la democrazia?

Il rischio non consiste tanto nella singola provocazione di turno, ma nell’accumulo. Ogni dichiarazione sposta un po’ più avanti il confine di ciò che consideriamo discutibile, abituando l’opinione pubblica a prendere sul serio concetti incompatibili con una società democratica. Ed è qui che affiora un’altra ombra: da tempo figure come Peter Thiel e parte della sua cerchia immaginano i cosiddetti Network States, comunità private, altamente digitalizzate e sostenute da capitali privati dove la cittadinanza diventa un servizio acquistabile e la Costituzione si trasforma nei termini e condizioni da accettare con un clic. Se non ti trovi bene, puoi sempre cancellare l’abbonamento — sempre che tu possa permettertelo. Forse Tobias Lütke voleva solo provocare, ma le provocazioni rivelano ciò che qualcuno considera ormai pensabile.

Una democrazia può sopravvivere a un governo mediocre o a una crisi economica, ma fa molta più fatica quando una parte delle sue élite inizia a considerarla un software obsoleto da aggiornare con l’ultima versione del capitalismo digitale. La storia insegna che ogni volta che qualcuno ha iniziato a classificare i cittadini in base al loro valore economico, il finale non è mai stato un progresso. Ha cambiato lessico, tecnologie e abiti — oggi indossa una felpa minimalista, parla inglese e presenta slide impeccabili — ma l’idea sotto la superficie è sempre la stessa: alcuni esseri umani contano più di altri. Ogni volta che qualcuno prova a venderci questa teoria come il futuro, vale la pena ricordargli che la democrazia non è un’app da ottimizzare, ma l’unico sistema che continua a riconoscere la stessa dignità politica anche a chi non può permettersi un account premium.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito.

[VINCOLI DI SCRITTURA]
- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.
- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico".
- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.

[SCALETTA E CONTENUTI]
intro: Negli ultimi giorni si sta discutendo parecchio delle esternazioni di Tobias Lütke, CEO di Shopify, che ha proposto un sistema di voto "a scaglioni fiscali" dove chi non paga imposte sul reddito perde il diritto di voto e chi paga di più vota più volte. A prima vista sembra un'idea surreale, ma riflette una deriva culturale molto precisa che sta colpendo l'élite del settore tech.

parte 1: Il problema di fondo è che questi colossi hanno completamente smarrito lo spirito delle origini. Negli anni '70 e '80, l'informatica era nata con una forte spinta ideale: decentralizzare il potere, dare il personal computer a tutti e usare la tecnologia come strumento di emancipazione individuale. Oggi si è passati all'opposto, con una manciata di oligarchi convinti che la società debba essere gestita come una grande piattaforma privata.

parte 2: Ma applicare le regole dell'ingegneria del software o dell'azienda alla democrazia è un gravissimo errore di categoria. Un'azienda o un programma esistono per ottimizzare una metrica specifica (il profitto o le prestazioni) ed eliminare ogni "attrito". Lo Stato, invece, esiste per far convivere persone con bisogni diversi e tutelare anche chi non produce ricchezza.

parte 3: In politica, quella che per un CEO sembra "inefficienza" è in realtà la nostra vera garanzia di libertà. I contrappesi, le discussioni, i diritti civili e il principio "una testa, un voto" non sono bug del sistema da correggere per velocizzare le decisioni: sono gli scudi che impediscono alla società di trasformarsi in una tirannia o in una plutocrazia.

parte 4: Purtroppo, quando si raggiungono ricchezze sterminate e si vive chiusi in bolle ideologiche circondati da sole persone che ti danno ragione, subentra una pericolosa "ibris ingegneristica". Ci si convince che, siccome si è stati capaci di costruire un software di successo, si abbia la ricetta magica per riprogrammare il mondo e decidere chi meriti di contare e chi no.

parte 5: La frequenza con cui questi personaggi si sentono ormai in diritto di spiegare come dovrebbero funzionare gli Stati inizia a fare davvero paura. Viene da chiedersi con angoscia fino a quando queste uscite rimarranno semplici provocazioni sui social, o se invece non siano il primo passo per trasformare in realtà i cosiddetti Network States profetizzati da Peter Thiel e dalla sua cerchia: micro-nazioni private, regolate da algoritmi e modellate sulle esigenze dei miliardari, dove la cittadinanza non è più un diritto umano, ma un abbonamento mensile da pagarsi a caro prezzo.

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