Lou Koller, il rumore che non chiedeva il permesso

Cari quattro gatti che ancora leggete oltre il titolo, Lou Koller se n’è andato lo scorso 24 luglio. Lo annuncio con la stessa enfasi con cui si comunica che domani potrebbe piovere: mi serve un pretesto per non fingere interesse per l’ennesima serie TV di cui tutti parlano perché tutti ne parlano. Sono cresciuta a pane e Sick Of It All, che è un modo piuttosto efficace per sviluppare anticorpi contro buona parte della musica contemporanea, e la morte di Lou mi ha colpita come un pugno ben assestato: fa male, ma almeno ha la tecnica giusta. Tocca dunque a me, influencer culturale dalla parlantina affilata e dall’armadio molto più ordinato di quanto richiedesse l’hardcore, rendere omaggio a un uomo che probabilmente non avrebbe degnato di uno sguardo il mio mondo di filtri, posizionamento e caption studiate per sembrare spontanee. Perché Lou Koller apparteneva a un universo nel quale non c’era nulla da posizionare. C’era da suonare. E possibilmente forte.

Ai tempi dell’università strimpellavo i loro pezzi malissimo, in cantine maleodoranti dove l’umidità aveva ormai assunto una personalità propria. Accordi stonati, amplificatori che sembravano recuperati da un museo della miseria elettrica e frangia disastrata, perché evidentemente allora ritenevo che l’autodistruzione estetica fosse una forma di autenticità. Non lo era, ma avevo vent’anni e nessuno aveva ancora inventato Instagram per documentare le prove del crimine. Lou, invece, era lì. Voce da graffio, fisico da pugile, presenza scenica che non aveva bisogno di pose. Non sembrava interpretare la rabbia: sembrava averla incorporata. Era il nostro sacerdote laico, quello che officiava una liturgia fatta di chitarre distorte, sudore, gomitate e una quantità di energia sufficiente ad alimentare un piccolo comune dell’Emilia-Romagna. Non cercavamo la perfezione. Cercavamo l’urlo che ti rimetteva in asse le ossa. I Sick Of It All non erano musica da ascoltare educatamente mentre si apparecchia la tavola. Non erano il sottofondo sofisticato per una cena in terrazza con il vino naturale e qualcuno che pronuncia “biodinamico” ogni sette minuti. Erano una cosa fisica. Una musica che entrava nel corpo prima ancora che nella testa. E proprio per questo funzionava. Lou ci insegnava, senza impartire lezioni, che la rabbia non si addomestica. Si indossa. Come un giubbotto troppo stretto: scomodo, pesante, ma tuo. Io, naturalmente, ero una pivella borghese con velleità culturali, e ci credevo con tutta me stessa. Solo che le mie dita producevano melodie capaci di far piangere non soltanto Beethoven, ma probabilmente anche Mahmood, che pure ha una soglia di sopportazione musicale decisamente superiore alla media. Ma non importava. Perché quella musica non chiedeva di essere eseguita perfettamente. Chiedeva di essere sentita. Ed è forse questo il primo motivo per cui la morte di Lou mi lascia una malinconia così particolare. Perché apparteneva a un’epoca nella quale il rapporto tra artista e pubblico era ancora terribilmente fisico. Non c’erano analytics, engagement rate, personal branding, funnel, community management. C’era un palco. C’erano cinquanta, cento, mille persone. C’era un uomo che urlava e qualcun altro che urlava insieme a lui. Fine della strategia.

Ora arriva la parte indigesta, quella che il nostro meraviglioso mercato dell’attenzione ci impone di considerare. Lou Koller, statisticamente, era quasi nessuno. Zero milioni di follower. Zero tormentoni da TikTok. Zero balletti virali. Zero ospitate in programmi pomeridiani con la conduttrice che dice “che energia!” mentre sorride alla telecamera. Il suo nome, dentro l’economia contemporanea dell’attenzione, è un puntino. Un errore di arrotondamento. Ed è precisamente questo a renderlo importante. Perché quando qualcuno muore, improvvisamente ci ricordiamo tutti di quanto fosse importante. Ma soltanto se il suo nome era già abbastanza grande da poter essere trasformato in contenuto. Se invece apparteneva a quella gigantesca aristocrazia sommersa degli artisti che hanno cambiato la vita di qualcuno senza mai diventare davvero famosi, la morte rischia di passare inosservata. Lou appartiene a quella categoria. E allora sì, verso la mia piccola lacrima nell’oceano. Non cambierà niente. Non diventerà virale. Non farà esplodere il mio engagement. Non verrà raccolta da nessun algoritmo come una prova di rilevanza culturale. Probabilmente questo articolo finirà accanto a una ricetta per la cheesecake e a un video di un gatto che cade da un divano. Benissimo. La verso per quella ragazza che suonava “Scratch The Surface” stonando tutto quello che era umanamente possibile stonare. La verso per le cantine, per i concerti, per quella sensazione meravigliosa di essere giovani e arrabbiati senza avere ancora deciso esattamente contro cosa. La verso soprattutto per chi ha imparato che il valore di una cosa non coincide con il numero di persone che la guardano. Concetto ormai quasi sovversivo.

Lou non era un filosofo. Ed è proprio questo il punto. Non aveva bisogno di trasformarsi in un pensatore da citazione motivazionale. Era coerenza pura. Una forma molto più rara e molto meno instagrammabile di intelligenza. Mentre io passo la vita a occuparmi di storytelling, posizionamento, comunicazione, percezione, identità e tutte quelle parole che servono a spiegare perché una persona dovrebbe essere interessata a un’altra persona, Lou faceva una cosa molto più semplice: saliva su un palco e cantava. Per decenni. Sempre con quella stessa energia. Senza dover reinventare il personaggio ogni stagione, senza dover diventare “la nuova versione di se stesso”, senza trasformare ogni fase della carriera in una strategia di rilancio. Non aveva bisogno di spiegare chi fosse. Lo faceva la musica. Ed è qui che, per una che campa anche di immagine, arriva la lezione più fastidiosa. L’autenticità, quando è autentica davvero, è terribilmente noiosa da vendere. Non produce necessariamente numeri. Non costruisce automaticamente un brand. Non garantisce copertine, sponsorizzazioni o milioni di visualizzazioni. Ma lascia qualcosa. E quel qualcosa, spesso, rimane molto più a lungo del rumore che lo circonda. Lou non cercava di essere grande. Era grande proprio perché non sembrava interessato a dimostrarlo. Che è una cosa che noi contemporanei abbiamo praticamente dimenticato.

Io, naturalmente, verso la mia lacrima con stile. Non vorrei mai che un sentimento autentico mi facesse perdere completamente il senso dell’estetica. La disperdo con una certa eleganza, magari accompagnandola con una battuta, perché il patetismo è una malattia dalla quale cerco di tenermi alla larga. Ma sotto l’ironia c’è una cosa molto semplice: mi dispiace. Mi dispiace perché Lou Koller rappresentava anche una parte della mia giovinezza. E quando muore qualcuno che hai ascoltato quando avevi vent’anni, non muore soltanto lui. Si apre una piccola crepa temporale attraverso la quale ricompare la persona che eri. La guardi per qualche secondo. Ha i capelli più brutti dei tuoi attuali. È vestita peggio. Ha idee confuse. È molto più ingenua di quanto vorresti ammettere. Eppure ti manca. Forse è questa la parte più strana del lutto musicale: non piangi soltanto l’artista. Piangi il pubblico che eri quando lo ascoltavi.

I miei vinili sono ancora lì. Non li ho venduti, non li ho regalati, non li ho trasformati in decorazioni vintage da fotografare sopra un tavolino di marmo. Sono rimasti cimeli nel senso più serio del termine: oggetti che conservano una parte della persona che li ha posseduti. Stasera probabilmente tirerò fuori il basso. Lo so già: sarà una pessima idea. Suonerò “Step Down” insieme al disco, con una tecnica che definire approssimativa sarebbe un generoso esercizio di diplomazia. E per una volta non mi importerà assolutamente di chi mi sentirà. Anzi, conoscendo il condominio, considero altamente probabile una citazione per rumori molesti. Sarebbe perfettamente coerente. Perché Lou Koller non ha lasciato dietro di sé soltanto una discografia. Ha lasciato una maniera di stare dentro la musica: senza chiedere permesso, senza preoccuparsi troppo di piacere, senza confondere la visibilità con il valore. Arrivederci, Lou. Spero che da qualche parte ci sia ancora un garage, una cantina, un ragazzino con una chitarra troppo economica e una batteria che fa tremare i vetri. Spero che qualcuno, tra un accordo sbagliato e un urlo, stia scoprendo proprio adesso quella sensazione che noi credevamo eterna. E se il tuo nome continuerà a risuonare lì, tra amplificatori gracchianti e vicini esasperati, sarà già abbastanza. Perché alcune persone non hanno bisogno di milioni di follower. Hanno bisogno soltanto di qualcuno che, vent’anni dopo, metta su un disco e pensi: cazzo, quanto era forte.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Cari quattro gatti che ancora leggete oltre il titolo, Lou Koller se n’è andato lo scorso 24 luglio. Lo dico con la stessa enfasi con cui si annuncia la pioggia: serve a darmi un pretesto per non fingere interesse per l’ennesima serie TV. Sono cresciuta a pane e Sick Of It All, e la sua morte mi ha colpita come un pugno ben assestato: fa male, ma almeno ha la tecnica giusta. Tocca a me, influencer culturale dalla parlantina affilata, rendere omaggio a un uomo che non avrebbe mai degnato di uno sguardo il mio mondo di filtri.

parte 1: Ai tempi dell'università strimpellavo i loro pezzi malissimo, in cantine maleodoranti. Accordi stonati e frangia disastrata, ma Lou, con la sua voce da graffio e il portamento da pugile, era il nostro sacerdote laico. Non cercavamo la perfezione, ma l'urlo che ti riallinea le ossa. Lui ci insegnava che la rabbia non si addomestica, si indossa come un giubbotto stretto: scomoda ma tua. E io, pivella borghese, ci credevo con tutto me stessa, anche se le mie dita producevano melodie che avrebbero fatto piangere non solo Beethoven, ma pure Mahmood.

parte 2: Ora, la parte indigesta: il suo nome, nell'economia dell'attenzione, è troppo piccolo. Zero milioni di follower, zero tormentoni. Un puntino insignificante in un algoritmo che premia il rumore. Eppure è proprio questa irrilevanza statistica che mi spinge a lasciare la mia lacrima nell'oceano. Un atto di resistenza, un rifiuto di adeguarmi al flusso. La verso per quella ragazza che suonava "Scratch The Surface" stonando, e per chi sa che il valore non sta nei like, ma nell'impatto di un urlo su un'anima in formazione.

parte 3: Lou non era un filosofo, era coerenza pura. Mentre io mi destreggio tra storytelling e posizionamento, lui è rimasto lì, a sudare e gridare le stesse verità per decenni, senza mai vendersi. Non ha mai tradito quel patto con chi usava la sua musica come grimaldello. La sua grandezza stava proprio nel non cercare di esserlo, e per una che campa di immagine, è una lezione che fa più male di un pogo in prima fila.

parte 4: Verso la mia lacrima con stile, con il giusto di ironia per non scadere nel patetico. Si perderà tra mille altri post, ma a Lou non sarebbe importato, così come non gli importava se i nostri accordi fossero perfetti. Importava che ci fossimo. Oggi piango lui e un pezzo di me che credeva che l'autenticità potesse vincere sulla messinscena.

parte 5: Arrivederci, Lou. Il tuo nome continui a risuonare nei garage di qualche ragazzino. Io ho smesso da tempo di suonare i vostri pezzi, ma ho tenuto i vinili come un cimelio. Ora vado a prendere il basso e suonerò "Step Down" assieme al disco, in tua memoria, e per una volta non mi importerà di chi lo sentirà. Anzi, mi aspetto citazioni per rumori molesti dal condominio.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.

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