
Sempre più spesso le decisioni dei governanti appaiono prive di senso se osservate dalla prospettiva più semplice, quella dell’interesse nazionale. Poi però, improvvisamente, acquistano una loro logica quando le si guarda dalla prospettiva dei sondaggi, dei posizionamenti, della concorrenza fra partiti e della paura di perdere qualche punto percentuale. È una scoperta piuttosto sconfortante, perché significa che la domanda alla quale la classe dirigente cerca di rispondere non è più necessariamente «che cosa conviene al Paese?», ma molto più prosaicamente «che cosa conviene a noi?».
La vicenda di Ceuta è un piccolo capolavoro di questa nuova politica. Un capolavoro, naturalmente, nel senso in cui si può definire capolavoro un rubinetto lasciato aperto mentre si cerca di capire perché il pavimento si sta allagando. Partiamo dai fatti, perché ogni tanto vale ancora la pena di farlo. Alla fine di luglio decine di migliaia di persone sono entrate nell’enclave spagnola di Ceuta, provenendo dal Marocco. Le immagini erano impressionanti, e sarebbe sciocco minimizzare la gravità di un fenomeno di quelle proporzioni. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario distinguere l’emergenza reale dalla risposta simbolica che le è stata costruita attorno. Ceuta, infatti, non appartiene allo spazio Schengen. Questo dettaglio geografico e giuridico, apparentemente secondario, è invece il centro della questione. I migranti arrivati nell’enclave nordafricana non si sono materializzati magicamente a Madrid, a Barcellona o a Roma. E soprattutto non si sono messi in fila davanti a un aeroporto spagnolo con la valigia in mano aspettando di prendere il primo volo per Milano. La stragrande maggioranza di quelle persone è stata riportata in Marocco. Secondo i dati comunicati dalle autorità spagnole, circa 70.000 dei 72.000 ingressi erano già rientrati. La crisi di Ceuta ha avuto conseguenze umanitarie, logistiche e diplomatiche enormi, ma il temuto effetto domino sulla libera circolazione europea semplicemente non si è prodotto. E allora viene spontanea una domanda che dovrebbe essere banale per qualsiasi governo: che cosa protegge esattamente l’Italia reintroducendo controlli sui viaggiatori provenienti dalla Spagna? La risposta, se vogliamo essere seri, è: molto poco. L’Italia e la Spagna non condividono neppure un confine terrestre. Un migrante arrivato a Ceuta deve prima attraversare la frontiera fra Ceuta e il Marocco, poi arrivare nella Spagna continentale, poi percorrere il territorio spagnolo e infine raggiungere l’Italia. Nel frattempo, la Spagna aveva già avviato il processo di rientro della quasi totalità delle persone entrate nell’enclave. Insomma, il rischio concreto per la sicurezza italiana era prossimo allo zero. Il beneficio concreto della misura adottata da Roma appare altrettanto prossimo allo zero. Il costo, invece, è molto più facile da individuare: una crisi diplomatica con un Paese alleato, una frattura ulteriore all’interno dell’Unione europea e, come spesso accade quando si decide di giocare a fare i duri, una risposta dello stesso genere da parte dell’interlocutore. Madrid ha infatti reagito introducendo a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. È la vecchia storia del bambino che, per dimostrare di essere forte, rompe il giocattolo dell’amico e poi scopre che l’amico ha deciso di rompergli il suo.
Se ragionassimo esclusivamente in termini di interesse nazionale, la decisione sarebbe difficile da comprendere. Ma la politica contemporanea ci offre una chiave di lettura assai più semplice: forse l’interesse nazionale non era il vero destinatario della decisione. Il vero destinatario era l’elettore. Ed è qui che la vicenda di Ceuta diventa interessante. Perché Fratelli d’Italia si trova davanti a un problema che, qualche anno fa, sarebbe sembrato quasi paradossale. Il governo ha costruito una parte importante della propria identità proprio sulla promessa di essere il partito capace di controllare l’immigrazione, difendere i confini, riaffermare l’autorità dello Stato e impedire che l’Italia fosse trasformata nel terminale delle crisi migratorie europee. Poi è arrivato Roberto Vannacci. Con Futuro Nazionale, il generale ha occupato uno spazio che per la destra rappresenta un problema assai serio: quello della destra che considera la destra di governo ancora troppo moderata. È una dinamica vecchia quanto la democrazia di massa. Quando un partito conquista il potere, deve necessariamente fare i conti con la realtà, con le istituzioni, con gli alleati, con l’Europa, con i mercati, con gli equilibri internazionali. Alla sua destra, invece, può sempre nascere qualcuno che promette di liberarlo da tutte queste fastidiose complicazioni. È il principio del supermercato ideologico: se il prodotto che vendi non è abbastanza radicale, arriva qualcuno che vende la versione extraforte. Vannacci rappresenta precisamente questa pressione. E i numeri dei sondaggi spiegano perché il fenomeno non possa essere liquidato con una risata. Futuro Nazionale viene considerato un possibile elemento decisivo negli equilibri del prossimo centrodestra. Non è necessario che conquisti percentuali gigantesche. Gli basta diventare abbastanza grande da poter sottrarre a Fratelli d’Italia e alla Lega una quantità di consenso sufficiente a trasformare un’elezione combattuta in una partita molto più complicata. Che cosa può fare allora il partito di governo? Una possibilità sarebbe affrontare apertamente la concorrenza: spiegare agli elettori che governare significa distinguere fra un’emergenza vera e una fotografia virale, fra una misura utile e una misura propagandistica, fra la sicurezza e il teatro della sicurezza. Ma questa è una strada terribilmente difficile. L’altra consiste nell’assorbire il linguaggio dell’avversario. Prendere alcuni suoi temi, irrigidire la propria comunicazione, adottare una postura più muscolare e dimostrare al proprio elettorato che, se proprio vuole una destra più dura, può averla senza cambiare partito. È una sorta di greenwashing ideologico: non cambi davvero il prodotto, ma gli metti sopra un’etichetta più aggressiva per convincere il consumatore che sia esattamente quello che stava cercando.
La questione è che questo meccanismo non appartiene soltanto alla destra. Anzi, sarebbe intellettualmente disonesto fingere che il problema riguardi soltanto Meloni, Fratelli d’Italia o Vannacci. La stessa dinamica sta attraversando anche il campo progressista. E qui la faccenda diventa persino più inquietante, perché la sinistra italiana rischia di cadere nella medesima trappola speculare. A sinistra la pressione arriva da movimenti e personalità che considerano ormai insufficiente la linea europeista e atlantica del centrosinistra tradizionale. Alessandro Di Battista continua a rappresentare, anche fuori dalle strutture originarie del Movimento 5 Stelle, un punto di riferimento per una parte di quell’elettorato che interpreta la guerra in Ucraina soprattutto come il prodotto delle responsabilità occidentali e guarda con crescente diffidenza alle posizioni europee. Il Movimento 5 Stelle ha assunto da tempo una posizione molto più critica nei confronti della strategia europea sull’Ucraina. E il Partito democratico si trova a sua volta costretto a muoversi dentro un’area nella quale la questione della pace è diventata, per una parte del proprio elettorato, inseparabile dalla richiesta di prendere le distanze dall’invio di armi e dalla linea di sostegno a Kiev. Non sto dicendo che Pd e Movimento 5 Stelle siano diventati improvvisamente partiti filorussi. Sarebbe una caricatura. Sto dicendo qualcosa di più interessante e, a mio avviso, più grave: la politica estera sta diventando sempre più un terreno sul quale i partiti cercano di recuperare consenso interno. E quando la politica estera diventa un referendum sul consenso interno, la razionalità dello Stato comincia inevitabilmente a perdere terreno.
L’Ucraina è il punto nel quale le due dinamiche si incontrano. Perché Roberto Vannacci ha indicato proprio l’abbandono della linea pro-Kiev come uno dei punti qualificanti della propria posizione. E qui si comprende un possibile paradosso della strategia di Fratelli d’Italia. Oggi Meloni deve contendere a Vannacci una parte dell’elettorato di destra assumendone alcuni temi. Domani, se l’opposizione dovesse progressivamente abbandonare il sostegno a Kiev e se la distanza fra le posizioni di Vannacci e quelle di una parte crescente del centrosinistra dovesse ridursi, verrebbe meno uno degli ostacoli più importanti a una possibile ricomposizione del centrodestra. In altre parole, il governo rischia di combattere oggi una guerra elettorale che potrebbe domani diventare inutile. Perché se l’intero sistema si sposta verso posizioni più radicali, la cooptazione dei temi dell’avversario può trasformarsi nella cooptazione dell’avversario stesso. Ed è qui che la vicenda di Ceuta assume una dimensione quasi grottesca. Se la misura contro la Spagna serviva a dimostrare agli elettori più duri che il governo sa essere duro, allora è una misura comprensibile soltanto nella logica della competizione elettorale. Ma se contemporaneamente la stessa competizione elettorale può essere superata da una futura convergenza fra il governo e Futuro Nazionale, allora anche quella scelta diventa discutibile persino sul piano strategico. Abbiamo dunque una decisione apparentemente irrazionale dal punto di vista amministrativo e potenzialmente discutibile persino dal punto di vista elettorale.
Che cosa resta? Resta il gesto. E forse è proprio questo il punto. La politica contemporanea è diventata sempre più una politica dei gesti. Si annuncia, si minaccia, si reagisce, si alza la voce, si pubblica una fotografia, si pronuncia una frase destinata ai social. Il provvedimento concreto arriva dopo, quando arriva. Prima viene il segnale. Il problema è che gli Stati non sono social network. Un governo può permettersi di costruire una frase efficace in tre righe. Un Paese deve invece convivere per anni con le conseguenze di quelle tre righe. L’Europa è stata costruita precisamente per impedire che ogni crisi producesse una nuova crisi fra gli Stati membri. Il senso di Schengen, del mercato comune, della cooperazione giudiziaria e della libera circolazione è anche questo: creare una rete di interdipendenze abbastanza fitta da rendere sconveniente per ciascun Paese agire come se fosse un’isola. E invece eccoci qui, con Italia e Spagna che introducono controlli reciproci dopo una crisi migratoria verificatasi in un territorio che, peraltro, non appartiene allo spazio Schengen. È difficile immaginare una metafora più efficace della nostra epoca. La destra risponde al nazionalismo con altro nazionalismo. La sinistra, anziché proporre una visione europea capace di tenere insieme solidarietà, sicurezza e responsabilità, rischia di inseguire le proprie periferie radicali. Gli uni temono di perdere voti a destra. Gli altri temono di perderli a sinistra. E nel mezzo rimane il vecchio continente, che avrebbe bisogno esattamente del contrario: istituzioni più forti, cooperazione più seria, diplomazia più intelligente. La cosa più preoccupante è che questo processo non ha nulla di eccezionale. È diventato normale. Ed è proprio per questo che dovrebbe preoccuparci. La democrazia non pretende governanti infallibili. Pretende però che chi governa sia capace, almeno qualche volta, di resistere alla tentazione di trasformare ogni decisione in una risposta al proprio elettorato. Un governo deve poter dire ai propri cittadini: questa cosa è popolare, ma non serve. Un’opposizione deve poter dire ai propri militanti: questa posizione ci farebbe guadagnare voti, ma danneggerebbe il Paese. È una capacità antica, quasi aristotelica, se vogliamo. La chiamavano prudenza. Non significava timidezza. Significava sapere che una decisione buona non è necessariamente quella che produce l’applauso più rumoroso nell’immediato. La nostra politica sembra invece avere smarrito proprio questa virtù. Da una parte il nuovo nazionalismo di destra, che promette di riportare tutto alla dimensione dello Stato-nazione come se l’Europa, la geopolitica, l’economia e le migrazioni potessero essere risolte alzando una saracinesca. Dall’altra un estremismo antiliberale di sinistra che rischia di trasformare ogni critica all’Occidente in una giustificazione delle responsabilità altrui, dimenticando che la pace non coincide automaticamente con la resa del più debole davanti al più forte. In mezzo, partiti che corrono dietro ai propri margini.
E quando tutti corrono verso i margini, il centro del sistema resta vuoto. È quello il vero pericolo. Perché il caos geopolitico non nasce necessariamente da grandi decisioni folli. Può nascere anche da una successione infinita di piccole decisioni prese per ragioni sbagliate. Una frontiera chiusa per mandare un messaggio. Un trattato evocato come un’arma simbolica. Una posizione internazionale modificata per inseguire un consenso interno. Un alleato trattato come un avversario perché bisogna dimostrare ai propri elettori di essere inflessibili. Alla fine, pezzo dopo pezzo, si rompe qualcosa. Non necessariamente Schengen. Non necessariamente l’Unione europea. Si rompe prima una cosa più fragile: l’idea che la politica abbia ancora uno scopo diverso dalla conquista e dalla conservazione del potere. E io credo che sia questa, oggi, la vera fotografia dell’Italia e dell’Europa. Abbiamo trasformato la politica in una gara a chi rincorre meglio la propria periferia. La destra rincorre la destra della destra. La sinistra rincorre la sinistra della sinistra. I governi rincorrono i sondaggi. Le opposizioni rincorrono i governi. E intanto nessuno sembra più avere il tempo di fermarsi un momento, guardare la carta geografica, leggere un trattato, studiare la storia e domandarsi semplicemente: «Ma questa cosa, alla fine, serve davvero al Paese?». Forse è una domanda troppo semplice. Forse proprio per questo è diventata rivoluzionaria. Perché quando la politica smette di porsi quella domanda, tutto diventa possibile. Anche sospendere controlli alla frontiera con un Paese per fermare migranti che si trovano in un territorio escluso da Schengen. Anche trasformare una crisi locale in una disputa fra governi europei. Anche sacrificare la coerenza internazionale sull’altare di qualche punto nei sondaggi. E quando la razionalità viene progressivamente sostituita dalla competizione permanente, il passo successivo è la perdita di qualsiasi orizzonte comune. Quella che vediamo oggi, allora, non è semplicemente una crisi della destra o della sinistra. È una crisi della ragione politica. Ed è molto più pericolosa.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Sempre più spesso le decisioni dei governanti appaiono prive di senso logico se valutate dal punto di vista dell'interesse nazionale, ma acquisiscono una razionalità interna se lette come mosse di competizione elettorale tra partiti. Il caso più recente è la sospensione del trattato di Schengen verso la Spagna decisa dal governo italiano dopo l'ingresso di 72.000 migranti a Ceuta, enclave spagnola in Marocco.
parte 1: Dal punto di vista dei fatti, quella misura è oggettivamente inutile. Ceuta è esclusa dallo spazio Schengen e la Spagna ha già rimpatriato quasi tutti i migranti arrivati, quindi il flusso verso l'Europa è stato di fatto pari a zero. La sospensione del trattato non ha prodotto alcun effetto concreto sulla sicurezza dei confini italiani, ma ha invece aperto una crisi diplomatica con costi potenzialmente elevati e nessun beneficio tangibile.
parte 2: La spiegazione di questa scelta va cercata nella politica interna. Il governo, e in particolare Fratelli d'Italia, subisce la pressione elettorale del movimento del generale Vannacci sui temi della sicurezza e dell'immigrazione. Per intercettare quel consenso senza allearsi con il movimento, il partito di maggioranza ha messo in atto una cooptazione dei temi, ovvero ha assunto una posizione più dura del necessario per sembrare credibile agli occhi dell'elettorato più indeciso, esattamente come fanno le aziende con il greenwashing.
parte 3: Lo stesso meccanismo è in atto anche nella sinistra italiana. Il Pd e il M5s stanno convergendo verso posizioni antieuropeiste e filorusse, influenzati a loro volta da movimenti emergenti alla loro sinistra, come quello dell'ex grillino Di Battista. Anche in questo caso le scelte di politica estera vengono subordinate alla necessità di non perdere consensi verso l'estremità più radicale della propria area politica, piuttosto che a una valutazione razionale degli interessi del paese.
parte 4: Il punto di connessione tra le due dinamiche è la politica estera sull'Ucraina. Se l'opposizione abbandonerà definitivamente Kiev e abbraccerà un dialogo con Mosca, verrà meno il principale ostacolo che oggi impedisce un accordo elettorale tra la destra di governo e il movimento di Vannacci. A quel punto, la cooptazione dei temi diventerebbe superflua, perché sarebbe possibile una cooptazione diretta dell'intero partito. Questo rende la mossa su Ceuta irrazionale anche dal punto di vista della strategia elettorale, oltre che da quello amministrativo.
parte 5: L'irrazionalità descritta non è uno scandalo, ma il funzionamento normale della politica democratica contemporanea, in Italia come in altri paesi. Il rinnovato nazionalismo di destra e l'estremismo antiliberale di sinistra stanno producendo caos geopolitico e conflittualità sociale interna. La politica sembra aver smarrito qualsiasi orizzonte di lungimiranza, lasciando spazio a una competizione senza regole che rischia di trascinare il sistema in una deriva anarchica. Questa è la fotografia del nostro tempo.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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