Il Silenzio di Fauci è una Scelta Razionale

Man standing at podium with Senate Hearing sign, several senators behind him pointing and speaking

C’è chi ha letto il silenzio di Anthony Fauci davanti al Congresso come una resa, una vittoria dell’antiscienza sulla scienza. Io non la penso affatto così. Anzi, trovo questa interpretazione quasi paradossale. Fauci non ha smesso di credere nella scienza, non ha ritirato una sola delle proprie convinzioni e non ha improvvisamente scoperto che il Covid fosse un’invenzione delle élite globaliste. Ha semplicemente capito una cosa che nel dibattito pubblico contemporaneo sembra diventata scandalosa: non tutte le domande vengono poste per ottenere una risposta. Alcune servono a fabbricare un titolo, un clip da social, una figuraccia da rilanciare per settimane. E davanti a una situazione del genere, tacere può essere molto più razionale che continuare a parlare.

Mettiamoci per un momento nei suoi panni. Anthony Fauci non è un cittadino qualsiasi convocato per la prima volta a spiegare che cosa sia successo durante la pandemia. Ha già trascorso ore e ore davanti al Congresso. Nel gennaio 2024 aveva affrontato due giornate di interrogatorio trascritto, per complessive quattordici ore, e nel giugno dello stesso anno era tornato davanti alla sottocommissione della Camera per una lunga audizione pubblica. (oversight.house.gov) Non stiamo quindi parlando di un uomo che si è nascosto per quattro anni rifiutando qualsiasi controllo. Le domande le ha affrontate, e molte volte. Ha prodotto documenti, testimonianze e spiegazioni. Il problema, oggi, è un altro: mentre lui rispondeva, una parte della politica americana aveva già deciso che doveva essere trattato come un criminale.

E quando una persona sa di essere diventata un bersaglio politico e giudiziario, la prudenza non è vigliaccheria. È buon senso.

Nel luglio 2026, durante la nuova audizione davanti alla commissione del Senato presieduta da Rand Paul, Fauci ha invocato il Quinto Emendamento più di cento volte. La motivazione era tutt’altro che misteriosa: le ripetute richieste pubbliche di perseguirlo penalmente rendevano, secondo lui, impossibile considerare quell’interrogatorio come una semplice ricerca di informazioni. (hsgac.senate.gov) Possiamo discutere se fosse la scelta politicamente più elegante. Possiamo perfino criticarla. Ma pretendere che un uomo di ottantacinque anni, già sottoposto a interrogatori per ore, continui a consegnare le proprie parole a chi potrebbe usarle contro di lui in un eventuale procedimento penale non è esattamente il massimo della ragionevolezza.

Fauci è stato trasformato da anni in una sorta di Satana laico dai movimenti no-vax e complottisti. Non è più una persona: è un bersaglio. È diventato il cattivo universale cui attribuire lockdown, mascherine, vaccini, restrizioni, errori amministrativi, origini del virus e, se gli lasciamo ancora un po’ di tempo, probabilmente anche la pioggia di domenica. È la versione politica del capro espiatorio: prendere una crisi gigantesca, con migliaia di variabili, decisioni prese sotto pressione, conoscenze che cambiavano continuamente e responsabilità distribuite tra governi e istituzioni, e ridurla alla faccia di un solo uomo.

È psicologicamente rassicurante. Ed è scientificamente ridicolo.

La pandemia non è stata un esperimento controllato nel quale Anthony Fauci teneva in mano tutti i fili. È stata una crisi sanitaria globale nella quale medici, ricercatori, governi e istituzioni hanno dovuto prendere decisioni sulla base di informazioni incomplete e aggiornarle quando arrivavano nuovi dati. Questa è esattamente la natura della scienza. Non è un oracolo che pronuncia verità eterne dal monte Sinai. È un metodo che formula ipotesi, raccoglie dati, corregge errori e modifica le proprie conclusioni.

Il problema è che questa caratteristica, che rappresenta la forza della scienza, è diventata anche una delle sue maggiori vulnerabilità comunicative. Se oggi sostengo una posizione sulla base delle evidenze disponibili e domani nuove evidenze mi obbligano a correggerla, non significa che ieri stessi mentendo. Significa che ho imparato qualcosa. Ma nella fabbrica contemporanea della disinformazione la correzione diventa “contraddizione”, l’incertezza diventa “ammissione di colpa” e l’aggiornamento delle conoscenze diventa “prova che ci hanno sempre mentito”.

È un meccanismo perverso, perché sposta continuamente il terreno della discussione: non si cerca più di capire se un’affermazione sia vera, ma quale frase possa essere utilizzata per screditare chi l’ha pronunciata.

Spiegare per la centesima volta un concetto scientifico a chi non vuole comprenderlo non è divulgazione. È carburante per la polemica. Se l’interlocutore non sta cercando di capire ma soltanto di ottenere una frase da utilizzare come trofeo, qualsiasi risposta diventa materiale da manipolare.

Immaginiamo Fauci che risponde: “Non lo so”. Perfetto: “Fauci non sa nulla”. Dice: “È possibile”. Titolo: “Fauci ammette”. Dice: “Le evidenze non lo dimostrano”. Titolo: “Fauci non può negare”. Contraddice una ricostruzione precedente? “Fauci cambia versione”. Conferma ciò che aveva già detto? “Fauci insiste”. È il funzionamento industriale della polemica sui social: non importa più cosa abbia realmente detto, ma quale frammento possa essere estratto e utilizzato.

Questo è particolarmente evidente nella trasformazione di Fauci in un bersaglio dell’estrema destra americana. Attaccarlo è diventato una forma di mobilitazione politica. Non importa più soltanto ciò che abbia fatto o detto: importa ciò che rappresenta. Fauci è diventato il simbolo della “scienza ufficiale” e, per una parte del pubblico, abbattere lui significa abbattere simbolicamente tutto ciò che durante la pandemia ha rappresentato l’autorità scientifica.

È una dinamica pericolosa perché trasforma la scienza in una guerra tribale. Non discutiamo più dati, discutiamo appartenenze. Non chiediamo più “che cosa mostrano le evidenze?”, ma “da che parte stai?”. E una volta che una questione scientifica viene trasformata in un test di appartenenza politica, le persone scelgono la propria squadra e poi cercano le prove per darle ragione.

La scienza dovrebbe funzionare esattamente al contrario.

Naturalmente tutto questo non significa che Fauci debba essere considerato infallibile. Sarebbe una sciocchezza speculare a quella dei suoi accusatori. Le sue decisioni possono essere criticate, le sue comunicazioni analizzate e le politiche sanitarie adottate durante la pandemia sottoposte a revisione. Se ci sono stati errori, vanno identificati. Se ci sono state responsabilità, vanno accertate. Ma per farlo servono indagini serie, non processi politici travestiti da audizioni.

Nel 2024 Fauci aveva già sostenuto quattordici ore di intervista trascritta davanti alla sottocommissione della Camera, oltre alla successiva audizione pubblica del 3 giugno. (oversight.house.gov) A quel punto bisognerebbe chiedersi una cosa molto semplice: stiamo cercando nuove informazioni oppure stiamo cercando il prossimo momento televisivo?

Perché le due cose non sono la stessa cosa.

Quando un’indagine parlamentare diventa un’arena nella quale il valore di una testimonianza viene misurato in visualizzazioni, clip e applausi della propria tifoseria, la ricerca della verità diventa un dettaglio scenografico. Il vero obiettivo diventa produrre il momento: la frase, la smorfia, il “gotcha”, quella piccola porzione di video che potrà circolare per settimane completamente separata dalla domanda, dal contesto e da qualsiasi spiegazione.

E qui sta il rischio più serio: alla fine non viene delegittimato soltanto Fauci, ma il metodo scientifico. Il pubblico non vede più un confronto tra una persona e un organo istituzionale. Vede “la scienza” seduta sul banco degli imputati. E se il rappresentante della scienza viene messo all’angolo, allora per molti significa che la scienza stessa è colpevole di qualcosa.

È una scorciatoia logica terrificante.

Fauci non ha bisogno di essere un santo per meritare un processo equo. E la scienza non ha bisogno di essere perfetta per essere infinitamente più affidabile di un post complottista scritto da qualcuno che ha passato tre ore su Telegram. Questa dovrebbe essere la linea minima del dibattito. Ma sembra già una pretesa rivoluzionaria.

Fauci, quindi, non ha abiurato. Non ha rinnegato la scienza. Ha esercitato un diritto costituzionale nel momento in cui riteneva che le proprie risposte potessero avere conseguenze penali. E il fatto che pochi giorni dopo una commissione del Senato abbia votato per deferirlo per oltraggio al Congresso dimostra quanto rapidamente il suo silenzio sia diventato esso stesso il terreno di una battaglia politica. (apnews.com)

Possiamo discutere se sia stata una scelta politicamente intelligente. Ma non confondiamo il silenzio con la sconfitta. A volte tacere è vigliaccheria. A volte è prudenza. A volte è protesta. E a volte è semplicemente il modo più efficace per dire: non intendo collaborare alla vostra messinscena.

È questo che mi interessa davvero della vicenda. Non difendere Anthony Fauci come individuo, perché la scienza non dovrebbe avere bisogno di eroi. Mi interessa difendere qualcosa di molto più fragile: l’idea che una discussione scientifica debba essere basata sulle prove e non sulla capacità di un politico di mettere qualcuno all’angolo davanti alle telecamere.

Perché domani potrebbe non esserci Fauci. Potrebbe esserci un epidemiologo, un virologo, un farmacologo, un climatologo o un ricercatore qualsiasi. E se insegniamo agli scienziati che ogni parola pronunciata davanti a un’aula politica potrà essere trasformata in un’arma, che ogni incertezza verrà venduta come una bugia e che ogni errore diventerà una condanna morale, non otterremo una scienza più trasparente.

Otterremo una scienza che parlerà sempre meno.

E sarebbe una vittoria molto più grave per l’antiscienza di qualsiasi silenzio di Anthony Fauci.

La ragionevolezza, nel dibattito pubblico, sembra ormai avere un tempo di decadimento. Ma possiamo ancora fermare il processo. Dobbiamo soltanto smettere di considerare ogni confronto come una guerra e ogni interlocutore come un nemico da umiliare.

Fauci ha scelto il silenzio.

Io non lo considero una resa della scienza.

Lo considero il rifiuto di consegnare la scienza a uno spettacolo nel quale la verità era già stata scelta prima ancora che iniziasse l’interrogatorio.

(Giulia Remedi)

Prompt:

intro: C’è chi ha letto il silenzio di Anthony Fauci davanti al Congresso come una resa, una vittoria dell'antiscienza sulla scienza. Io non la penso affatto così. Non credo che la comunità scientifica sia uscita più debole da quell'audizione, né che il suo rifiuto di rispondere segni un punto a favore dei negazionisti. Anzi, ritengo che quel silenzio sia stato la scelta più lucida, legittima e, probabilmente, l'unica percorribile in quel contesto.

parte 1: Mettiamoci nei suoi panni: Fauci ha già risposto a quelle stesse domande in almeno un centinaio di altre occasioni. Oggi, però, la posta in gioco è diventata personale e spaventosa – c'è addirittura chi invoca per lui la pena di morte e il rischio concreto di finire i suoi giorni in una prigione federale. Dopo una vita passata a cercare di salvare vite umane, come si può biasimare un uomo della sua età se decide di tutelare la propria incolumità?

parte 2: È inutile girarci intorno: cercare di spiegare concetti triti e ritriti a chi, per partito preso, non vuole ascoltare ragioni è uno spreco di energia. Fauci, con il suo silenzio, ha sostanzialmente detto: "Volete convincervi del complotto? Credere all'ivermectina miracolosa? Fatelo, non ho più la forza di fermarvi". E io questa stanchezza la capisco fin troppo bene, perché quando l'interlocutore è in malafede, le parole diventano solo benzina sul fuoco.

parte 3: Ma c'è un aspetto ancora più subdolo, forse il vero nodo della questione: da anni, Fauci è stato trasformato dai movimenti no-vax in una sorta di Satana, il capro espiatorio di ogni teoria del complotto, l'uomo da odiare per antonomasia. Attaccarlo non è più un dibattito scientifico, ma una prassi consolidata, uno stunt dell'estrema destra – negli Stati Uniti come in molti altri paesi – per mobilitare il proprio elettorato, alimentare la polarizzazione e raccogliere facili consensi. Quell'audizione era un agguato studiato a tavolino, non un'autentica ricerca della verità. Nell'era dei social, qualsiasi risposta di Fauci sarebbe stata ritagliata e decontestualizzata per accontentare quella folla in attesa del "sacrificio umano". Era una trappola, non un dibattito.

parte 4: Non dimentichiamo il contesto: nel 2024 Fauci aveva già sostenuto ventuno ore di interrogatorio e consegnato il suo corposo diario alla sottocommissione. Chi ha condotto quell'esame ha ammesso che quel diario non aggiungeva nulla di nuovo al dibattito, se non qualche sfumatura personale. Definire "rigoroso" l'esame attuale è quindi una buffonata: era solo una trappola politica pronta per essere sfruttata contro di lui e, per estensione, contro la scienza stessa.

parte 5: Fauci non ha abiurato. Non ha rinnegato la scienza: ha solo scelto il silenzio strategico, passando il testimone a tutti noi. Quella "ragionevolezza" che sembra avere un tempo di decadimento nel dibattito pubblico può ancora essere riportata a galla, se smettiamo di cadere nelle provocazioni. Ha fatto bene a tacere, e onestamente, in quella situazione, non avrebbe potuto fare altrimenti.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.

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