Il cortocircuito economico della proposta Mélenchon

Jean-Luc Mélenchon ha una particolare predilezione per le soluzioni che sembrano semplici proprio perché evitano accuratamente di interrogarsi sulle conseguenze. La proposta di cancellare il debito francese detenuto dalla Banca centrale europea appartiene a questa categoria: sulla carta consente di liberare risorse, alleggerire il peso del debito e finanziare un programma di spesa più ambizioso. Il problema è che un’economia reale non funziona come un foglio Excel sul quale basta cancellare una riga per far sparire il problema.

La Francia, infatti, ha due questioni distinte: uno stock di debito molto elevato e un disavanzo che continua ad alimentarlo. Cancellare una parte del primo non elimina il secondo. Se lo Stato continua a spendere più di quanto incassa, dovrà comunque trovare le risorse necessarie per finanziare la differenza. E se il programma prevede pensionamenti anticipati, aumenti salariali e nuove misure di spesa, il fabbisogno finanziario rischia semmai di crescere. In termini molto semplici, si cancella debito da una parte e lo si ricrea dall’altra attraverso nuove emissioni. Naturalmente la questione tecnica è più complessa, perché il debito detenuto dall’Eurosistema non è equivalente a quello posseduto da un investitore privato e una sua eventuale cancellazione avrebbe conseguenze anche sui bilanci delle banche centrali. Proprio per questo, però, l’operazione è tutt’altro che un pranzo gratis.

Il problema più interessante arriva subito dopo. Immaginiamo che Parigi proceda alla cancellazione e che il giorno seguente debba tornare sul mercato per finanziare il nuovo disavanzo. Gli investitori potrebbero continuare ad acquistare titoli francesi: i mercati finanziari non ragionano secondo categorie morali e, se il rendimento è sufficiente, sono perfettamente capaci di finanziare anche situazioni rischiose. Ma il rendimento richiesto sarebbe la variabile decisiva. Una decisione interpretata come disponibilità dello Stato a modificare unilateralmente i propri impegni potrebbe aumentare il premio per il rischio. A quel punto il vantaggio ottenuto dalla cancellazione del debito potrebbe essere rapidamente eroso da un costo di finanziamento più elevato. E immaginare che la stessa banca centrale appena privata dei propri crediti possa trasformarsi automaticamente nel paracadute dell’operazione sarebbe, diciamo, una forma piuttosto creativa di ottimismo.

Il punto, dunque, non è soltanto contabile. È la credibilità. Uno Stato vive anche della fiducia nella continuità delle proprie regole. Quando decide di modificare unilateralmente un impegno, il mercato prende nota. Non significa che il giorno dopo nessuno comprerà più un’obbligazione francese; significa che potrebbe voler essere pagato di più per comprarla. Per un Paese fortemente indebitato, la differenza non è affatto marginale.

Ma il problema del programma di Mélenchon è ancora più generale e riguarda il modo stesso in cui sembra concepire l’economia. La sua impostazione tende a trattarla come una fotografia che possa essere ritoccata senza alterare il soggetto fotografato. Prendiamo un’economia che produce cento. Decidiamo che alcuni prezzi sono troppo alti, che determinati salari devono aumentare, che alcuni margini sono eccessivi e che lo Stato deve intervenire per correggerli. Poi immaginiamo che, una volta applicate le nuove regole, quell’economia continui tranquillamente a produrre cento, distribuendo semplicemente il reddito in modo diverso. È una rappresentazione molto comoda. Ha soltanto un piccolo difetto: le economie non stanno ferme mentre qualcuno le modifica.

Prendiamo il controllo dei prezzi alimentari. Se il prezzo massimo imposto a un prodotto viene fissato al di sotto dei costi che rendono conveniente produrlo o distribuirlo, non abbiamo risolto l’inflazione per decreto. Abbiamo modificato l’incentivo a produrre e vendere quel prodotto. Il contadino può seminare meno, l’industria può ridurre la produzione, il supermercato può comprimere l’assortimento o cercare margini altrove. In presenza di scarsità, il prezzo artificialmente basso può trasformarsi in code, razionamento o mercato nero. Il prezzo che abbiamo cancellato dal cartellino può semplicemente ricomparire da un’altra parte.

Lo stesso vale per i salari. Aumentarli può essere perfettamente ragionevole quando la produttività lo consente, quando i margini sono sufficienti o quando si decide di redistribuire una parte dei guadagni di efficienza. Decretare aumenti generalizzati senza considerare produttività, costi, domanda e margini significa invece ignorare le reazioni successive. Le imprese possono assorbire una parte dell’aumento riducendo i profitti, trasferirne una parte sui prezzi, diminuire le assunzioni o modificare gli investimenti. In determinate condizioni può alimentarsi una nuova pressione inflazionistica; in altre, l’effetto può essere molto più contenuto. La variabile decisiva è sempre ciò che accade dopo il decreto.

È questo che definirei l’errore del “tempo zero”. Si prende una situazione iniziale, si introduce una modifica e si calcola immediatamente l’effetto desiderato, come se il sistema economico non avesse diritto di replica. Nella realtà arrivano il tempo uno, il tempo due, il tempo tre. Cambiano i comportamenti dei consumatori, delle imprese, dei lavoratori e degli investitori. Si modificano gli incentivi, le aspettative, le quantità offerte e quelle domandate. A volte la reazione rafforza l’obiettivo iniziale; altre volte lo attenua; in certi casi può produrre persino l’effetto opposto.

Questo non significa affatto che l’economia debba essere lasciata a se stessa. Sarebbe una caricatura del liberalismo sostenere che qualsiasi intervento pubblico sia per definizione dannoso. Lo Stato può modificare profondamente le condizioni nelle quali operano imprese e cittadini, e spesso dovrebbe farlo: infrastrutture, istruzione, concorrenza, giustizia civile, semplificazione amministrativa, ricerca e innovazione hanno effetti molto più profondi di qualsiasi decreto sul prezzo di una baguette. La questione è scegliere dove intervenire. Migliorare le condizioni che permettono al sistema produttivo di funzionare meglio è una cosa; fissare dall’alto un parametro e ignorare tutte le reazioni che quel parametro provocherà è un’altra.

Da economista, devo ammettere che un esperimento del genere mi incuriosirebbe moltissimo. Vederlo applicato nella realtà permetterebbe di osservare con una certa chiarezza quanto rapidamente i comportamenti economici possano rendere inefficaci le intenzioni originarie di una politica. Da cittadina europea, però, preferirei che l’esperimento restasse sulla carta. La Francia è un Paese che amo e non credo abbia bisogno di trasformarsi nel laboratorio di una teoria economica.

La storia economica è piena di governi convinti di poter cambiare una variabile senza modificare tutte le altre. È una tentazione comprensibile: la realtà appare molto più ordinata quando la si osserva prima che cominci a reagire. Il problema arriva il giorno dopo, quando imprese, lavoratori, risparmiatori e investitori entrano nella scena e scoprono di non aver ricevuto il copione.

A quel punto la teoria deve fare i conti con la realtà. E il conto, quando la teoria ha sbagliato le sue premesse, tende ad arrivare a casa dei cittadini.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: La proposta di Mélenchon di cancellare il debito francese detenuto dalla BCE sembra, a prima vista, un colpo di teatro. Ma è un'illusione contabile: la Francia ha due problemi gemelli, debito e deficit, e lui interviene solo sul primo. Il secondo, anzi, lo aggrava con il suo programma di spesa (pensioni anticipate, salari aumentati). E un deficit più ampio si copre come sempre: emettendo nuovi titoli di Stato. Insomma, si cancella da una parte e si ricrea dall'altra, spostando il problema senza risolverlo.

parte 1: Il vero cortocircuito, però, è la fiducia. Chi comprerebbe un nuovo titolo francese dopo aver visto lo Stato ripudiare unilateralmente un debito con la BCE? Gli investitori non fanno sottili distinzioni tra creditori pubblici e privati: vedono un esecutivo che, messo alle strette, calpesta i patti. Se acquisteranno, lo faranno solo a tassi molto più alti. Lo spread schizza, la spesa per interessi lievita e il risparmio teorico della cancellazione viene divorato. La BCE, per giunta, difficilmente soccorrerà chi l'ha appena sconfessata. Il giorno dopo la "liberazione", la Francia si ritrova con un costo del denaro alle stelle.

parte 2: Ma c'è un errore di fondo ancora più vasto, che attraversa tutto il programma di Mélenchon: considerare l'economia come un fermo immagine. Si parte da una situazione in cui si produce 100, si modificano prezzi, salari e margini, e si dà per scontato che tutto continui a produrre 100, immobile, come se le nuove regole non scatenassero conseguenze.

parte 3: Prendiamo gli esempi concreti: bloccando i prezzi dei beni alimentari sotto il costo di produzione, ci si aspetta che contadini e supermercati restino aperti in perdita. Alzando i salari per decreto, si pensa di calmare l'inflazione, quando invece i prezzi rincorrono i salari in una spirale senza fine. Questo è l'effetto del "tempo zero": si immagina che il sistema economico non reagisca al cambiamento. Ma al tempo uno, due e tre la realtà si adatta – e lo fa spesso riducendo produzione e offerta, esattamente l'opposto di quanto ci si prefigge.

parte 4: Questo non vuol dire che l'economia sia intoccabile; si può e si deve intervenire. Ma un intervento serio accompagna i cambiamenti e favorisce le produzioni più virtuose, invece di imporre dall'alto parametri fissi ignorando gli incentivi. La visione di Mélenchon, invece, salta a piè pari la dinamica delle reazioni, come se la realtà fosse un dipinto da ritoccare e non un organismo vivente che risponde ai colpi che riceve.

parte 5: Da un lato, sarei curiosa di vedere l'esperimento dal vivo, per misurare il cortocircuito; dall'altro, amo la Francia e non le auguro di fare da cavia. Perché quando la teoria dirigista si scontra con i meccanismi di mercato e con la psicologia degli investitori, il conto è sempre salato – e a pagarlo, alla fine, non sono i teorici, ma i cittadini.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi

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