Il popolo populista

Oggi mi sento un po’ Nonno Simpson che inveisce contro le nuvole. Abbiate pazienza e, se possibile, tolleratemi.

Perché continuo a trovare intollerabilmente ingenua l’idea che il popolo, in quanto popolo, sia buono. Che abbia sempre ragione. Che sia depositario di una saggezza naturale che le élite, i professori, gli intellettuali e naturalmente i giornalisti avrebbero il vizio di non comprendere. Il popolo sarebbe autentico, mentre chi prova a istruirlo sarebbe elitista. Sarebbe progressista per definizione, perché rappresenterebbe la “gente comune”.

No.

Il popolo è una collettività di esseri umani, con tutto ciò che questo comporta: intelligenza e stupidità, generosità e egoismo, solidarietà e paura, curiosità e pregiudizio. Quando ragiona, discute e si informa può essere una straordinaria forza democratica. Quando smette di farlo diventa una folla. E la folla ha una caratteristica terribile: ha bisogno di un bersaglio.

La democrazia moderna nasce proprio dalla consapevolezza che la maggioranza non può diventare proprietaria della società. Non significa soltanto che governa chi prende più voti; significa anche che chi ne prende meno conserva diritti, dignità e libertà. La maggioranza decide, ma non possiede il prossimo. Il populismo compie l’operazione opposta: prende la complessità, la riduce a una contrapposizione elementare e consegna alla folla un nemico. Gli immigrati, Bruxelles, i “professoroni”, i giudici, i giornalisti, i ricchi, i poveri, le minoranze, le multinazionali, i traditori. L’elenco cambia secondo necessità, il meccanismo resta identico: semplificare il mondo, trovare un colpevole, chiedere al popolo di seguirci contro di lui.

Su questo terreno l’analfabetismo funzionale attecchisce magnificamente. E occorre essere precisi: non parliamo di chi non conosce il congiuntivo o non ha letto Platone. Una persona può avere una laurea e comprendere pochissimo di ciò che legge, così come può aver lasciato la scuola presto e possedere una straordinaria capacità di interpretare la realtà. Il problema riguarda abilità assai più concrete: capire una bolletta, interpretare un contratto, comprendere una percentuale, seguire un ragionamento, individuare la tesi di un articolo, distinguere una correlazione da una causa, riconoscere quando un dato viene presentato fuori contesto. La cosa più inquietante è che spesso chi possiede competenze insufficienti non se ne rende conto. Se so di non capire un testo, posso chiedere aiuto. Se sono convinto di averlo capito quando ne ho afferrato soltanto qualche parola, sono un bersaglio molto più facile.

Pensiamo a una campagna elettorale. Un candidato presenta un numero senza spiegare la base di partenza. Un avversario viene accusato di aver provocato un problema che esiste da vent’anni. Una percentuale diventa una sentenza. Un titolo viene scambiato per il contenuto dell’articolo. Per accorgersene bisogna prima saper leggere.

La scuola, dunque, entra necessariamente in questa storia. L’Italia ha impiegato decenni per costruire un’istruzione realmente accessibile alle masse. È stata una conquista enorme, perché la scuola dell’Italia liberale e quella del primo dopoguerra erano ancora profondamente classiste: il figlio dell’operaio e quello del professionista non partivano affatto dallo stesso punto. Poi abbiamo commesso un errore. Abbiamo cominciato a confondere l’uguaglianza delle opportunità con l’uguaglianza dei risultati. Abbiamo guardato con sospetto la valutazione, la bocciatura, il merito, la fatica. In certi ambienti è persino maturata l’idea che pretendere qualcosa da uno studente costituisse già una forma di violenza sociale.

È stato un errore enorme, soprattutto a sinistra. Don Lorenzo Milani aveva compreso una cosa semplicissima e rivoluzionaria: il potere passa anche attraverso le parole. Chi possiede più parole possiede più strumenti per capire, contestare, negoziare, difendersi. Il padrone può comandare anche perché conosce il linguaggio con cui il mondo viene amministrato. Una parte della sinistra ha conservato la metà più facile di quella lezione e dimenticato la più difficile. Ha detto: non bisogna bocciare. Avrebbe dovuto dire: dobbiamo mettere tutti nelle condizioni di non essere bocciati, portandoli davvero al livello richiesto.

Il vecchio movimento operaio lo aveva capito. Nelle sezioni si insegnava a leggere, si discutevano giornali e libri. Il PCI formava i propri quadri alle Frattocchie perché riteneva che governare una società richiedesse studio, disciplina intellettuale, conoscenza. I suoi eredi hanno finito talvolta per considerare la richiesta di competenze quasi una forma di discriminazione. Abbiamo rimosso l’ostacolo alla partenza e, invece di costruire un percorso perché tutti potessero affrontarlo, abbiamo fatto cominciare il percorso dal traguardo.

Questa è una storia. Ma ce n’è un’altra, che procede parallelamente e che non va confusa con la prima. Anche la politica è cambiata, e non perché qualcuno avesse progettato a tavolino una popolazione ignorante da manipolare. Sarebbe una spiegazione troppo semplice, oltre che abbastanza consolatoria. La scuola si è trasformata seguendo la propria traiettoria, fra buone intenzioni, errori pedagogici, ideologie e progressiva perdita di prestigio dell’autorità. La classe dirigente, nel frattempo, ha scoperto che il vecchio modo di presentarsi al Paese funzionava sempre meno.

La Prima Repubblica aveva naturalmente i suoi vizi, e sarebbe ridicolo idealizzarla: clientelismo, correnti, compromessi, ipocrisie, una quantità industriale di democristiani capaci di dire una cosa in pubblico e il contrario in privato. Ma i suoi protagonisti appartenevano ancora a una cultura nella quale chi chiedeva il voto doveva almeno apparire all’altezza dell’incarico che chiedeva. Il linguaggio era spesso pomposo, le formule solenni, le tribune interminabili. I partiti avevano sezioni, giornali, scuole, apparati culturali. Un ministro doveva apparire competente. Un segretario di partito doveva possedere un lessico riconoscibile. Il leader poteva essere un vecchio arnese della politica, ma difficilmente faceva dell’ignoranza una virtù.

Poi arrivò la Seconda Repubblica e cambiò anche questo. Il dirigente che parlava difficile, citava dati, conosceva la storia e pretendeva di spiegare un problema complesso cominciò a sembrare distante. La televisione prima e i social poi premiarono la battuta rispetto all’argomentazione, l’immediatezza rispetto alla preparazione, la familiarità rispetto all’autorevolezza. Il candidato doveva essere “uno di noi”, parlare come “uno di noi”, arrabbiarsi per le stesse cose. La rispettabilità diventò sospetta. La competenza diventò tecnocrazia. La prudenza diventò vigliaccheria. La mediazione diventò inciucio.

Il populismo non fu dunque il prodotto di una grande macchinazione per mantenere ignoranti gli italiani. Fu, molto più banalmente, una nuova cultura del consenso. E quella cultura si incontrò con una società nella quale la domanda di competenza, di mediazione e di linguaggio istituzionale si era già indebolita. Il vecchio dirigente doveva convincere di essere preparato a governare; quello nuovo doveva convincere di essere esattamente come il proprio elettore. Non è la stessa cosa.

Naturalmente sarebbe sciocco trasformare questa osservazione nella caricatura secondo cui gli elettori di destra sarebbero semplicemente ignoranti. La relazione fra istruzione, reddito e voto è molto più complessa. Quando Bonaccini sostiene che il voto alla destra sia quello di chi ha studiato meno, oppure quando la destra descrive i propri avversari come una congrega di professoroni e radical chic, siamo già dentro lo stesso meccanismo. L’istruzione non determina il voto. Il reddito non determina il voto. Una laurea non produce automaticamente democrazia, così come una licenza media non produce automaticamente fascismo.

L’ignoranza, però, resta un problema. E trasformarla in un insulto significa renderla inutilizzabile come categoria di analisi. Se una parte della popolazione possiede strumenti più deboli per interpretare informazioni e argomentazioni, questo rende più difficile esercitare consapevolmente la cittadinanza. E quando, nello stesso ambiente culturale, il linguaggio pubblico premia la semplificazione, il terreno diventa particolarmente favorevole al dogmatismo.

Il dogma è la scorciatoia definitiva del pensiero: non richiede comprensione, richiede adesione. Aborto uguale omicidio. La famiglia autentica è soltanto quella tradizionale. La scuola vuole indottrinare i nostri figli. L’Occidente è decadente. Bisogna ripristinare l’ordine. Bisogna militarizzare questo o quello spazio. Bisogna punire chi offende il nostro gruppo. A quel punto la discussione è già finita.

La cosa più impressionante è osservare persone che reclamano continuamente libertà per sé e contemporaneamente desiderano disciplinare la vita degli altri: come debbano vivere le donne, quali famiglie siano rispettabili, cosa debbano insegnare gli insegnanti, quali parole siano ammissibili, quali comportamenti vadano puniti. Persino quando guardano con orrore il fondamentalismo altrui, talvolta ne invidiano inconsapevolmente la certezza. Non desiderano necessariamente la religione dell’altro: desiderano la tranquillità intellettuale di un mondo diviso senza esitazioni fra puro e impuro, bene e male, noi e loro.

Il dubbio è faticoso. La cultura è faticosa. Comprendere è faticoso. Quando la complessità diventa insopportabile, la spiegazione più semplice acquista un fascino irresistibile. Non serve più capire il problema: basta sapere chi accusare. Il capo, a quel punto, non deve convincere; deve soltanto dare una forma alla rabbia e indicare dove indirizzarla.

La democrazia può così restare formalmente intatta mentre si svuota nella sostanza. I seggi aprono, le schede vengono scrutinate, le maggioranze si formano. Ma una maggioranza che considera i diritti delle minoranze un fastidio burocratico ha già smesso di comprendere pienamente la democrazia che esercita.

L’educazione, però, non è una vaccinazione contro la stupidità. Una persona colta può essere razzista, un professore universitario può essere complottista, un laureato può innamorarsi di una menzogna. Le emozioni che muovono il voto sono troppo potenti perché basti conoscere qualche libro per diventare immuni.

La cultura offre qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più prezioso: strumenti. Permette di fermarsi davanti a una frase e domandarsi: davvero? Di leggere oltre il titolo. Di controllare un numero. Di cercare una fonte. Di distinguere un’opinione da un fatto. Di riconoscere che il proprio avversario può avere torto senza essere un mostro.

Dobbiamo quindi smettere con due illusioni speculari. Quella populista, secondo cui il popolo possiederebbe una saggezza naturale e chiunque provi a istruirlo sarebbe un elitista. E quella, altrettanto comoda, secondo cui se il popolo vota male basta definirlo ignorante e guardarlo dall’alto in basso.

Il popolo va rispettato abbastanza da essere educato. Abbastanza da pretendere qualcosa da lui. Abbastanza da dirgli che una società complessa non può essere governata attraverso quattro slogan urlati davanti a una telecamera.

La sinistra dovrebbe ricordarselo più di chiunque altro. L’istruzione e la cultura non sono decorazioni da mettere nei programmi elettorali. Sono strumenti di emancipazione. Sono la condizione materiale perché una persona possa essere davvero libera.

Altrimenti resta libera soltanto di scegliere chi le indicherà il prossimo nemico.

E allora sì, chiamatemi pure Nonno Simpson. Ma lasciatemi almeno invecchiare continuando a pensare che insegnare alle persone a leggere il mondo sia una cosa un po’ più seria che blandirle.

(Roberto De Santis)

Prompt:

Intro: Oggi mi sento Nonno Simpson che inveisce contro le nuvole, spero che mi tolleriate. Il popolo non è buono per natura. Non è saggio né automaticamente progressista. È una massa. Romanticizzarlo è un errore che ha conseguenze concrete: senza pensiero critico, diffida del diverso e cerca capri espiatori. La democrazia non è solo “vince chi ha più voti”: è anche diritti per chi ha meno voti. Il populismo gli dà un nemico, e la folla lo segue.

parte 1: Su questo attecchisce l’analfabetismo funzionale. In Italia il 37% degli adulti legge le parole, ma non capisce il testo. Non interpreta una bolletta, un contratto, un articolo. E non lo sa. Chi non arriva alla tesi non valuta un programma, non riconosce una manipolazione: è un bersaglio perfetto.

parte 2: Come ci siamo arrivati? Da un lato la scuola. L’Italia ha imparato a leggere per ultima, poi ha smesso di selezionare. Ha vinto la cultura del “sei politico”: inclusione come dogma, fatica come violenza, merito come vergogna. Don Milani aveva scritto che il padrone comanda perché conosce più parole dell’operaio. La sinistra ha preso la metà comoda — niente bocciature — e ha buttato via la metà faticosa: le parole. Il PCI insegnava a leggere agli operai nelle sezioni e formava i quadri alle Frattocchie. I suoi eredi hanno costruito la scuola che non insegna più a comprendere un testo. Ha rimosso l'ostacolo alla partenza e ha fatto cominciare il percorso dal traguardo.

parte 3: Dall’altro lato ci sono le classi politiche. Dalla Seconda Repubblica hanno progressivamente abbandonato ogni pudore e hanno abbracciato il populismo come metodo e come cultura. Non è solo il popolo ignorante: è l’offerta politica che parla per slogan, emozioni e nemici. Bonaccini dice che il voto a destra è di chi ha studiato poco; i dati dicono destra tra i meno istruiti, M5S tra i poveri, PD tra gli abbienti. L’ignoranza diventa alibi, non problema.

parte 4: L’esito è il dogmatismo. Persone che non hanno posizioni politiche: hanno dogmi. Aborto = omicidio, famiglia patriarcale, scuola che indottrina, Occidente decadente, leggi contro l’oltraggio, militarizzazione. Non odiano l’Islam fondamentalista: lo invidiano. Vivono di vittimismo, disprezzano la cultura, vogliono imporre agli altri la propria vita. Il legame è causale: se non capisci un testo, pensi per slogan. Se pensi per slogan, cerchi nemici. Se cerchi nemici, segui chi te li indica. Se segui chi te li indica, accetti i dogmi. La democrazia si svuota: non è più governo del popolo, è governo della folla contro le minoranze.

parte 5: L’educazione aiuta, ma non basta: l’emozione a cui il voto si appella è più forte di qualsiasi background culturale. Non fa miracoli. Ma aiuta. Senza educazione, però, l’emozione è solo rabbia. Smettiamo di idealizzare il popolo e di usare l’ignoranza come scusa.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

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