
A Venezia NAZA ha ricevuto venticinque minuti di applausi. Venticinque. In un festival dove il pubblico sa essere generoso, ma anche molto allenato alla posa culturale, è un dato che colpisce. Il film, diretto dai giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence israeliana e sostiene che a Gaza siano stati utilizzati sistemi di sorveglianza e selezione dei bersagli capaci di trasformare la morte dei civili in una variabile prevista e accettata. Il titolo è già un programma: NAZA è un acronimo militare israeliano utilizzato per indicare il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco aereo, una formula burocratica per tradurre esseri umani in una cifra.
È un documentario importante? Probabilmente sì. È sconvolgente? Certamente. Le testimonianze che contiene sono accuse gravissime e meritano di essere prese sul serio. Ma venticinque minuti di applausi restano venticinque minuti di applausi: misurano l’impatto di un’opera, non certificano automaticamente le sue conclusioni.
Lo dico subito per evitare il solito gioco delle tifoserie: io non difendo Benjamin Netanyahu, il suo governo o l’esercito israeliano. Se sono stati commessi crimini di guerra, devono essere accertati e perseguiti. Se sono state impartite disposizioni illegali, devono emergere responsabilità individuali e di comando. Se qualcuno ha deliberatamente trasformato la popolazione civile in un bersaglio, la questione è ancora più grave. Ma proprio perché parliamo di morti, bambini, famiglie cancellate e una devastazione immensa, mi rifiuto di ridurre tutto alla domanda più comoda: chi sono i cattivi e chi sono le vittime?
Un civile ucciso resta un civile ucciso. Poi bisogna capire come sia morto, durante quale operazione e contro quale obiettivo. È la differenza tra un giudizio morale, che può essere immediato, e un’accusa penale, che richiede fatti e responsabilità precise.
Nel diritto internazionale umanitario, l’esistenza di un obiettivo militare legittimo non chiude la questione. Entrano in gioco distinzione, proporzionalità e precauzioni: anche un attacco contro un obiettivo legittimo può essere illecito se il danno previsto ai civili è eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso.
Questo rende fondamentale una distinzione spesso perduta nel dibattito pubblico. Sapere che durante un bombardamento moriranno civili e accettare questo rischio non significa automaticamente volerli uccidere. Può esserci una condotta criminale, una scelta sproporzionata, una valutazione gravemente negligente oppure, in determinate circostanze, un attacco conforme alle regole della guerra. A stabilirlo sono le circostanze concrete, non il numero dei morti preso isolatamente.
C’è poi il contesto. Hamas ha combattuto e continua a operare in un ambiente urbano densamente popolato, utilizzando anche infrastrutture e aree civili. È un fatto che non può essere cancellato perché disturba una narrazione. Questo, però, non offre a Israele una licenza di caccia: le responsabilità di Hamas restano responsabilità di Hamas; gli obblighi dell’altra parte restano intatti.
Sono stati utilizzati avvisi, volantini, messaggi telefonici, SMS, telefonate e ordini di evacuazione. Nulla di tutto questo rende automaticamente legittimo un bombardamento. Le Nazioni Unite hanno documentato più volte situazioni nelle quali gli ordini di evacuazione conducevano civili verso aree sovraffollate, insicure o comunque prive di condizioni adeguate per la loro protezione.
Il problema del genocidio è ancora più delicato. Un numero enorme di morti civili, per quanto atroce, non dimostra da solo l’intenzione specifica richiesta per configurarlo. Nemmeno una condotta militare brutale basta automaticamente a dimostrarla. La Convenzione sul genocidio richiede l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto in quanto tale.
La Corte internazionale di giustizia ha adottato misure provvisorie nel procedimento avviato dal Sudafrica, imponendo a Israele obblighi relativi alla prevenzione degli atti previsti dalla Convenzione. Ma quelle misure non equivalgono a una sentenza definitiva secondo cui Israele avrebbe già commesso un genocidio.
Le testimonianze di NAZA, se confermate, possono essere devastanti. Possono mostrare procedure, criteri operativi e decisioni che meritano un’indagine. Ma una testimonianza, per quanto drammatica, va valutata alla luce di chi parla, del ruolo che ricopriva e degli episodi cui si riferisce. È da lì che comincia l’accertamento delle responsabilità.
E c’è un’altra cosa che mi interessa molto più di quanto sembri. Io non auguro agli israeliani di «disperdersi nuovamente per il mondo». Nessuno ha il diritto di parlare a nome del mondo come se possedesse un grande timbro morale universale. Gli israeliani non sono Netanyahu. I palestinesi non sono Hamas. Un governo non coincide con un popolo e un’organizzazione armata non coincide con un’intera popolazione. Se cominciamo a considerare una collettività responsabile delle decisioni dei suoi dirigenti, abbiamo già abbandonato il principio fondamentale che diciamo di voler difendere: la protezione dei civili.
La questione, alla fine, è molto meno elegante di quanto piaccia ai festival, ai talk show e ai social network. Ci sono morti palestinesi innocenti. Ci sono ostaggi israeliani. Ci sono crimini commessi da Hamas. Ci sono accuse gravissime rivolte all’esercito israeliano. Ci sono responsabilità individuali da accertare. E ci sono parole — «genocidio», «collaterale», «terrorista», «resistenza», «proporzionalità» — che vengono spesso utilizzate come armi retoriche prima ancora di essere prese sul serio.
Per questo NAZA merita di essere visto, discusso e anche contestato. Un documentario che accusa l’apparato militare di uno Stato di avere trasformato la morte dei civili in una variabile calcolabile non è un oggetto da applaudire o demonizzare a seconda della propria appartenenza. È un’accusa. E se le accuse sono vere, saranno tanto più devastanti quanto più sarà difficile contestarle.
Venticinque minuti di applausi raccontano che il film ha colpito qualcosa. Il resto dovranno raccontarlo le prove. Perché quando si parla di persone uccise, di crimini e di responsabilità, l’emozione può aprire la porta. Ma poi bisogna entrare.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Ho seguito l’accoglienza a NAZA a Venezia: 25 minuti di applausi per un documentario durissimo su Gaza. Ma già il titolo dice molto: NAZA in ebraico significa “danno collaterale”. Chi l’ha fatto ci ha giocato, orientando lo spettatore prima ancora delle testimonianze.
parte 1: Non difendo Netanyahu, il suo governo o l’esercito israeliano. Se ci sono crimini, vanno accertati e perseguiti. Proprio per questo non accetto che una tragedia simile venga ridotta a “chi uccide” contro “vittime” senza contesto. E dire che distinguere tra vittime civili, crimini di guerra, intenzionalità e genocidio “diluisce l’orrore” è il problema: l’orrore deve renderci più rigorosi, non meno.
parte 2: Il punto centrale è giuridico: prevedere e accettare la morte di civili come conseguenza di un attacco non significa automaticamente volerli uccidere. La domanda non è solo “sono morti civili?”, ma anche: qual era l’obiettivo militare? Era proporzionato? C’erano alternative? Sono state prese precauzioni? Chiedere quali fatti provino quale accusa non è giustificare Netanyahu: è rifiutare lo slogan.
parte 3: Il contesto non cancella nulla: Hamas combatte in aree densamente popolate e usa infrastrutture civili. Israele ha usato avvisi, SMS, volantini e ordini di evacuazione. Questo non dà carta bianca a Israele e non trasforma ogni vittima in “danno collaterale” legittimo. Ma non può essere ignorato.
parte 4: Sul genocidio: l’alto numero di vittime o regole d’ingaggio atroci non bastano da soli a dimostrare l’intenzione specifica di distruggere un popolo in quanto tale. Le testimonianze dei militari israeliani sono prove serie, ma vanno interpretate: sapere che dei civili sarebbero morti non equivale a volerli uccidere, né a provare l’intento genocidario. Sono accuse diverse, con prove diverse.
parte 5: Ma soprattutto, non spero che il popolo israeliano “si disperda nel mondo un’altra volta”, e nessuno può parlare a nome del “mondo”. I popoli non sono collettivamente colpevoli dei loro governi. Vale per i palestinesi, vale per gli israeliani. Altrimenti non difendiamo i civili: scegliamo solo quali civili meritano empatia. I 25 minuti di applausi misurano l’impatto emotivo, non la certezza delle conclusioni.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.
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