
A un anno dalla morte di Charlie Kirk, mentre una parte dell’estrema destra occidentale lo trasforma in un idolo, in un martire e ormai quasi in un santino, sento il bisogno di ricordare che prima di diventare un’immagine sulle magliette e un nome da pronunciare con commozione alle convention c’era un uomo. E quell’uomo aveva delle idee. Parecchie. Alcune perfettamente legittime in una democrazia, altre decisamente meno presentabili. Il problema della santificazione è proprio questo: prende una persona concreta, con le sue opinioni, le sue contraddizioni e le sue responsabilità, e la trasforma in una superficie liscia sulla quale ciascuno può proiettare ciò che preferisce. Kirk diventa così “il ragazzo che difendeva la libertà di parola”, “il giovane conservatore che aveva il coraggio di sfidare il sistema”, “il martire della libertà”. Tutto molto edificante. Peccato che, se si torna alle sue parole invece di fermarsi al santino, il quadro diventi parecchio meno rassicurante.
Kirk non era un passante capitato per caso nella destra americana. Aveva fondato Turning Point USA, costruito una macchina mediatica e organizzativa considerevole e contribuito a mobilitare una generazione di giovani conservatori. Aveva soprattutto capito molto bene il funzionamento della comunicazione contemporanea: il conflitto è più vendibile della spiegazione, la provocazione più memorabile dell’argomentazione e un avversario umiliato produce molto più engagement di uno convinto.
I suoi celebri confronti nei campus funzionavano esattamente secondo questa logica. Il giovane conservatore arriva nel covo dei progressisti, prende il microfono e sfida il sistema. L’immagine era perfetta: il ragazzo contro l’establishment, la libertà contro la censura, il libero pensatore contro il politicamente corretto. Una piccola commedia con un pubblico già pronto a fare il tifo.
Naturalmente questo non rendeva automaticamente falsi i suoi argomenti. Sarebbe una conclusione piuttosto infantile. Kirk aveva anche individuato una debolezza reale di una certa sinistra americana: la tendenza a trattare il dissenso come un difetto morale e a confondere la protezione delle minoranze con il diritto di stabilire quali opinioni possano essere pronunciate senza essere immediatamente espulse dal consesso degli esseri umani presentabili.
Il problema arrivava quando la libertà di parola diventava soprattutto una tecnica di combattimento. Il confronto veniva organizzato come uno spettacolo con un vincitore e uno sconfitto, spesso davanti a studenti molto più giovani e meno esperti del professionista che avevano davanti. Kirk non aveva bisogno di censurare l’avversario: gli bastava costruire il palcoscenico nel quale la sua risposta sarebbe diventata una clip da milioni di visualizzazioni.
Era una forma di comunicazione perfettamente contemporanea: libertaria nel linguaggio, gladiatoria nella pratica.
E dietro quello spettacolo emergevano idee molto meno innocue.
Prendiamo la questione razziale. Kirk arrivò a definire un errore l’approvazione del Civil Rights Act del 1964 e, nel 2024, disse che quella legge aveva creato una sorta di mostro poi trasformato in un’“arma anti-bianca”. Quando gli venne contestata la sua posizione su Martin Luther King Jr., confermò di considerare quella una sua opinione “molto, molto radicale” e ribadì che il Paese aveva commesso un errore approvando il Civil Rights Act.
A questo aggiunse frasi che rendono difficile archiviare tutto come una semplice disputa filosofica sulla libertà individuale. Nel gennaio 2024, parlando nel suo programma, disse che se vedeva un pilota nero pensava: “Spero proprio che sia qualificato”.
Immagino già l’obiezione: era una provocazione. Certo. La provocazione, però, ha una caratteristica fastidiosa: prima o poi bisogna guardare ciò che provoca. Se la presenza di una persona nera in una posizione di responsabilità viene associata spontaneamente al dubbio sulla sua competenza, il problema non è la battuta poco elegante. È il pregiudizio che la battuta rende esplicito.
E Martin Luther King? Kirk arrivò a definirlo “awful” e “non una brava persona”. Non è necessario trasformare King in un santo intoccabile per trovare questa posizione quantomeno singolare. Aveva difetti, contraddizioni, errori e una vita privata tutt’altro che immacolata. Fu anche una delle figure centrali della lotta contro la segregazione razziale americana. Contestarlo è legittimo; inserirlo in una narrazione nella quale il Civil Rights Act appare come un errore storico appartiene invece a una precisa rilettura della storia americana.
Il meccanismo è abbastanza chiaro: una conquista civile viene reinterpretata come una perdita subita da qualcun altro. L’integrazione diventa discriminazione al contrario, i diritti diventano privilegi, l’uguaglianza diventa persecuzione. È un modo molto efficiente di trasformare il risentimento in appartenenza.
Poi arrivano le donne.
Qui la faccenda diventa persino più curiosa, perché il conservatorismo americano ha prodotto negli ultimi anni una quantità considerevole di donne brillanti, istruite, ambiziose e politicamente aggressive. Donne che parlano in pubblico, dirigono organizzazioni, conducono programmi televisivi, fanno politica, costruiscono carriere. Tutte attività che, secondo una certa concezione tradizionalista della società, sembrerebbero richiedere almeno una piccola autorizzazione patriarcale.
Kirk, invece, aveva una concezione molto più tradizionale del posto della donna. Nell’agosto 2025 invitò Taylor Swift a “rifiutare il femminismo”, a sposarsi, avere molti figli e “sottomettersi al marito”, aggiungendo: “Non sei tu quella che comanda”. Aveva inoltre criticato il fatto che Swift avesse privilegiato la carriera e fosse arrivata a 35 anni senza figli, sostenendo che matrimonio e maternità l’avrebbero resa più conservatrice.
È difficile trovare una dimostrazione più limpida del principio: cara signora, hai avuto troppo successo, adesso siediti e facciamo finta che sia tutto un equivoco.
Sposarsi e avere figli è una scelta meravigliosa per chi lo desidera. Lo è anche non sposarsi. Lo è avere figli. Lo è non averne. Lo è fare carriera. Lo è dedicarsi alla famiglia. Una società libera dovrebbe lasciare alle persone la possibilità di scegliere quale combinazione di queste cose desiderano per la propria vita. Kirk proponeva invece un modello gerarchico nel quale l’emancipazione femminile diventava qualcosa da correggere e la subordinazione al marito una virtù da recuperare.
La contraccezione, del resto, era stata da lui collegata alla nascita di “donne giovani arrabbiate e amareggiate”, destinate poi a diventare parte del “partito dell’amarezza”. È una curiosa teoria della storia: milioni di donne conquistano strumenti per decidere autonomamente della propria vita e la spiegazione diventa che sono diventate arrabbiate. Dev’essere una particolare forma di nostalgia per i tempi in cui le alternative erano semplicemente meno numerose.
Sul terreno della sessualità e dell’identità di genere, il linguaggio di Kirk diventava ancora più assoluto. La transizione di genere veniva descritta come una menzogna; il movimento transgender come un fenomeno distruttivo e, nella sua lettura religiosa, come una ribellione contro un ordine naturale stabilito da Dio. Arrivò a definire l’essere transgender un “dito medio alzato verso Dio”.
Anche qui è utile distinguere. Una persona può avere convinzioni religiose profondamente conservatrici sull’identità sessuale senza essere automaticamente un mostro. Milioni di credenti hanno opinioni tradizionali sulla famiglia e riescono comunque a vivere accanto agli altri esseri umani con educazione e buon senso.
Il problema nasce quando una convinzione religiosa viene trasformata in una teoria secondo cui l’altro non sta semplicemente vivendo diversamente da noi: sta vivendo contro l’ordine morale del mondo. A quel punto il confronto pubblico smette di occuparsi soltanto delle regole della convivenza e comincia a stabilire quali forme di vita debbano essere considerate legittime.
Ed è a questo punto che la parabola di Kirk diventa particolarmente interessante.
All’inizio della sua carriera Turning Point USA si presentava soprattutto come un’organizzazione conservatrice legata al libero mercato, al governo limitato e alla libertà individuale. Kirk stesso, ancora nel 2018, sosteneva l’importanza della separazione tra Chiesa e Stato. Negli anni successivi il baricentro cambiò.
Kirk cominciò a parlare sempre più esplicitamente di una battaglia spirituale per il futuro dell’America. Il conflitto non era più soltanto fra repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, tasse alte e tasse basse. Era diventato uno scontro fra la cristianità e quelli che venivano rappresentati come i suoi nemici: il leftismo, il wokeismo, il marxismo, l’Islam.
Nel 2020 arrivò a elogiare Donald Trump perché, secondo lui, comprendeva le cosiddette “sette montagne” dell’influenza culturale: religione, governo, media, istruzione, cultura, intrattenimento e affari. Il progetto diventava così una strategia per riconquistare l’intera società, non soltanto per vincere le elezioni.
Nacque poi TPUSA Faith, dedicata all’organizzazione di cristiani e pastori, con l’obiettivo dichiarato di “eliminare il wokeismo dal pulpito americano”.
Questo passaggio è importante perché mostra l’evoluzione della sua destra: dalla difesa del libero mercato e della libertà individuale alla guerra culturale come progetto complessivo di trasformazione sociale. Quando il confronto viene descritto come una battaglia spirituale, l’avversario rischia di smettere di essere semplicemente qualcuno con cui si perde un’elezione. Diventa qualcuno che rappresenta il male.
Ed è una trasformazione pericolosa qualunque sia il colore di chi la compie.
Per questo trovo singolare la maniera in cui oggi Kirk viene ricordato come apostolo del dialogo e della libertà. La libertà di parola che difendeva era reale e importante. Ma conviveva con una visione fortemente anti-progressista, con una rilettura assai problematica delle conquiste del movimento per i diritti civili, con un tradizionalismo marcato sul ruolo delle donne, con l’ostilità verso la cultura LGBTQ e con una progressiva saldatura fra cristianesimo e potere.
Questo, sia chiaro, non significa che ogni suo sostenitore fosse razzista, misogino, omofobo o teocratico. Sarebbe una sciocchezza speculare a quella che gli si rimprovera. Un movimento può attirare persone per ragioni molto diverse: rabbia verso le élite, insofferenza verso il linguaggio progressista, convinzioni economiche, fede religiosa, paura del cambiamento, semplice simpatia per un comunicatore efficace. La società reale è sempre più disordinata dei suoi manifesti.
Kirk aveva talento nel prendere paure e frustrazioni già presenti nella società americana e trasformarle in una narrazione coerente. Il mondo contemporaneo gli appariva come una macchina progressista che aveva sottratto agli americani qualcosa: autorità, famiglia tradizionale, religione, prestigio nazionale, una certa idea di mascolinità, un certo ordine culturale. La sua risposta consisteva nel promettere di riprenderselo.
È una formula antica, adattata magnificamente ai social: qualcuno vi ha portato via il vostro mondo e io vi indicherò il colpevole.
Dopo la sua morte, la trasformazione in simbolo ha ricevuto un’accelerazione naturale. La morte violenta rende facilmente il leader un martire e il martire, a differenza dell’uomo in carne e ossa, non deve più rispondere alle domande scomode. Non deve correggere una posizione, ammettere un errore, spiegare una contraddizione. È morto, dunque ha avuto l’ultima parola.
Il movimento che Kirk ha lasciato continua a celebrarlo come figura centrale e la retorica della battaglia spirituale è rimasta fortemente presente nell’organizzazione. La vedova Erika Kirk ha assunto la guida di Turning Point.
È comprensibile che una famiglia pianga un marito e un padre. È comprensibile che gli amici lo ricordino con affetto. Una democrazia adulta dovrebbe però riuscire a tenere insieme due pensieri semplici: si può condannare l’assassinio di Charlie Kirk e, nello stesso tempo, continuare a criticare duramente le sue idee.
Anzi, sarebbe proprio questo il modo più serio di rispettare la libertà di parola che Kirk diceva di amare tanto.
Ricordarlo soltanto come vittima significa cancellare tutto il resto. Io preferisco ricordarlo intero: il comunicatore capace, il costruttore di consenso, l’uomo che aveva capito come trasformare la provocazione in spettacolo e il risentimento in appartenenza, ma anche il leader che sosteneva posizioni molto precise sulla razza, sul ruolo delle donne, sull’identità di genere e sul rapporto fra cristianesimo e potere.
Questo non è il conservatorismo nel senso rispettabile che la parola dovrebbe avere in una democrazia. Il conservatorismo, nella sua versione migliore, conserva ciò che ritiene prezioso e diffida delle rivoluzioni improvvisate. La reazione guarda invece al presente e sogna di riportare indietro l’orologio.
Kirk si spostava sempre più verso la seconda categoria.
La santificazione è una forma molto elegante di censura: elimina tutto ciò che disturba il ritratto.
E io, da giornalista, ho sempre avuto una certa diffidenza per i ritratti troppo belli.
Charlie Kirk non era un santo e non era soltanto il mostro che i suoi avversari più infervorati vorrebbero dipingere. Era qualcosa di più interessante e, proprio per questo, più inquietante: un comunicatore di talento che aveva saputo dare una forma organizzata a un vasto sentimento di perdita culturale.
La sua morte lo ha trasformato in un simbolo. Il compito di una società libera è impedire che il simbolo cancelli la storia.
Perché le idee, a differenza degli uomini, non muoiono insieme a chi le ha sostenute. E quelle di Charlie Kirk sono ancora lì. Più che un martire, dunque, sarebbe bene ricordare ciò che fu davvero: uno degli interpreti più efficaci di una destra americana che aveva smesso di chiedere semplicemente di conservare il proprio mondo e aveva cominciato a volerlo riconquistare.
Con gli interessi.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: A un anno dalla sua morte, mentre l'estrema destra occidentale lo trasforma in un idolo e in un martire, sento il bisogno di ricordare cosa c'era davvero al centro del pensiero di Charlie Kirk. Perché santificare un uomo significa cancellare le sue idee, e le sue idee erano tutt'altro che innocue: erano una crociata reazionaria contro tutto ciò che di civile e umano è stato conquistato negli ultimi sessant'anni.
parte 1: Kirk si presentava come un difensore della "libertà di parola", ma quella libertà era solo un contenitore vuoto. Il suo vero obiettivo era smantellare la cultura progressista, che definiva una "patologia in diffusione". Non voleva convincere: voleva umiliare. I suoi "dibattiti" nei campus universitari non erano confronti tra pari, ma spettacoli costruiti per demolire avversari scelti perché giovani, inesperti o privi di piattaforme. La libertà di parola era la sua arma, non il suo principio.
parte 2: Il cuore pulsante del suo pensiero era il razzismo, mascherato da "difesa dei valori occidentali". Kirk definì il Civil Rights Act del 1964 — la legge che pose fine alla segregazione razziale — un "errore" e un'"arma anti-bianca". Disse che quando vedeva un pilota nero pensava: "Spero proprio che sia qualificato". Attaccò Martin Luther King Jr., definendolo "awful" e "non una brava persona". E sostenne che le donne nere in posizioni di potere erano lì solo per le politiche inclusive, non per merito. Non era "discorso politico": era disprezzo razziale puro.
parte 3: La misoginia era altrettanto centrale. Kirk diceva alle donne di "rifiutare il femminismo" e "sottomettersi al marito". Sosteneva che le donne dovessero privilegiare matrimonio e figli invece delle carriere. La contraccezione, secondo lui, creava "donne giovani arrabbiate e amareggiate" che poi diventavano "il partito dell'amarezza". Il suo ideale di donna era una madre obbediente, chiusa in casa, senza ambizioni proprie. Un patriarcato che lui stesso, con il suo linguaggio, rendeva esplicito.
parte 4: Sul genere e sulla sessualità, Kirk non si limitava a criticare: disumanizzava. Definì la transizione di genere una "bugia" e il movimento trans "uno dei più distruttivi contagi sociali della storia umana". Disse che essere transgender era "un dito medio alzato verso Dio". La sua opposizione ai diritti LGBTQ non era politica: era teologica, ontologica, un rifiuto della loro stessa esistenza.
parte 5: Il suo pensiero, infine, si è evoluto in qualcosa di ancora più radicale: il nazionalismo cristiano. Se nel 2018 Kirk si presentava come un libertario favorevole alla separazione tra chiesa e Stato, negli ultimi anni abbracciò la visione di una "battaglia spirituale" tra "la cristianità" e "l'american way of life" da un lato, e il "leftismo e l'Islam" dall'altro. Fondò persino TPUSA Faith, con la missione di "eliminare il wokismo dal pulpito americano". La sua crociata non era più solo politica: era una guerra santa.
parte 6: Quindi sì, ricordiamolo il "core" del suo pensiero. Non era un uomo coraggioso che diceva verità scomode. Era un uomo che ha costruito un impero sull'odio, sulla paura e sul risentimento. Il suo pensiero non era conservatorismo: era reazione. Non era dibattito: era propaganda. E santificarlo oggi significa solo una cosa: che quella stessa reazione è ancora viva, e sta cercando nuovi martiri.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.
Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.
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