
Quello che sta succedendo a Washington non si vedeva dai tempi del Vietnam. E non perché qualche generale abbia rilasciato un’intervista lamentandosi della Casa Bianca: a Washington capita con la stessa frequenza con cui piove a Londra. La novità è molto più seria. I vertici militari americani hanno messo per iscritto che prolungare l’attuale impegno contro l’Iran sta consumando risorse necessarie anche altrove. Nel linguaggio del Pentagono si chiama non-concur: non sono d’accordo con l’ordine, ma lo eseguirò. Tradotto dal burocratese: signor presidente, faccio quello che mi chiede. E intanto metto agli atti che glielo avevo sconsigliato.
Il Secretary of Defense Orders Book del 14 agosto è precisamente il genere di documento che nessuno scrive per essere letto sui giornali il giorno dopo. Viene prodotto due volte al mese e serve a fotografare disponibilità di navi, aerei, personale e sistemi d’arma, oltre a raccogliere le valutazioni dei comandanti prima che il Pentagono distribuisca le forze. Secondo l’inchiesta del Washington Post, i vertici di European Command, Pacific Command e Southern Command, insieme al capo delle operazioni navali, hanno espresso formalmente il proprio dissenso rispetto al prolungamento fino al 2027 di parte dello schieramento americano in Medio Oriente. Non siamo davanti a generali in pensione che criticano il presidente davanti alle telecamere, ma a ufficiali in servizio che registrano il dissenso dentro la catena di comando e poi eseguono l’ordine. È una forma di obbedienza con ricevuta di ritorno.
I numeri spiegano perché abbiano deciso di lasciare quella ricevuta. L’ammiraglio Daryl Caudle ha segnalato che appena un quarto dei cacciatorpediniere della Marina è pronto a essere impiegato, mentre il comandante di European Command, Alexus Grynkewich, ha avvertito che la sottrazione continua di risorse al proprio teatro limita la capacità di assolvere alle missioni assegnate. Il problema riguarda soprattutto la Marina, sottoposta da mesi a un ritmo di impiego straordinario: navi ed equipaggi vengono mantenuti fuori base più a lungo, mentre la manutenzione arretrata riduce ulteriormente la disponibilità della flotta.
Le munizioni rendono il conto ancora più pesante. La guerra ha consumato enormi quantità di intercettori e armi di precisione, al punto che Washington ha dovuto accelerare la produzione industriale per ricostituire le scorte. Secondo una stima del Congressional Budget Office, al primo agosto il conflitto era già costato agli Stati Uniti circa 38 miliardi di dollari e il ritmo della spesa avrebbe aggiunto altri 3 miliardi al mese; il CBO ha inoltre segnalato che la carenza di munizioni potrebbe richiedere anni per essere colmata.
Gli Stati Uniti sono una potenza globale: ogni nave trasferita dal Pacifico al Medio Oriente è una nave che non presidia il Pacifico; ogni intercettore utilizzato per proteggere una base americana nella regione non può essere contemporaneamente disponibile altrove. Il Washington Post ha riferito che anche gli alleati asiatici sono preoccupati per l’erosione delle scorte americane e per il trasferimento verso il Medio Oriente di capacità considerate essenziali per contenere la Cina.
La traiettoria della guerra rende il problema ancora più evidente. Ad aprile Trump minacciava di distruggere ponti e centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto Hormuz. La guerra avrebbe dovuto esercitare una pressione sufficiente a imporre rapidamente una soluzione. Sei mesi dopo, invece, il conflitto è ancora in stallo e l’Iran continua a essere in grado di minacciare lo stretto. Reuters descrive ormai la situazione come un conflitto prolungato che ha prodotto perdite militari enormi senza ottenere una capitolazione iraniana.
La diplomazia ha prodotto nel frattempo una situazione quasi surreale. Il memorandum di Islamabad, firmato a Versailles il 17 giugno, prevedeva un percorso verso il cessate il fuoco e la riapertura di Hormuz. Nel documento compariva anche un programma di ricostruzione iraniano da 300 miliardi di dollari, cifra che Trump ha successivamente respinto come interpretazione dei Democratici, chiarendo che gli Stati Uniti non avrebbero finanziato un fondo di quella entità. La precisazione è doverosa: quei 300 miliardi non erano un assegno americano a Teheran. Ma il contrasto con le minacce di aprile resta evidente. Si era passati dalla prospettiva di demolire l’infrastruttura iraniana a discutere di come ricostruirla.
Hormuz e Bab el-Mandeb sono due passaggi distinti, ma appartengono alla stessa rete strategica. Hormuz è l’imboccatura del Golfo Persico e il principale sbocco marittimo delle esportazioni energetiche dei Paesi del Golfo. Bab el-Mandeb collega invece il Mar Rosso al Golfo di Aden: per le navi che devono raggiungere il Mediterraneo attraverso Suez è il cancello meridionale della rotta. Se viene messo sotto pressione Hormuz, viene minacciato il flusso energetico in uscita dal Golfo; se viene messo sotto pressione Bab el-Mandeb, viene minacciata la grande rotta commerciale che collega Asia, Golfo e Mediterraneo.
La richiesta saudita del 10 settembre di un intervento americano contro gli Houthi aveva quindi un significato più ampio di una disputa yemenita. Riyadh chiedeva a Washington di intervenire direttamente contro la forza che stava mettendo sotto pressione Bab el-Mandeb mentre gli Stati Uniti erano già impegnati a concentrare risorse attorno all’Iran e a Hormuz. La risposta americana è stata di fatto un rifiuto dell’intervento diretto. Nelle settimane successive Trump ha anche fatto marcia indietro su attacchi che erano stati valutati contro gli Houthi, nonostante le pressioni saudite. Reuters riferisce che Riyadh ha continuato a condurre propri attacchi mentre gli Houthi hanno rafforzato la loro posizione nello Yemen.
Il quadro è quello di due strozzature marittime differenti ma collegate, con Washington costretta a distribuire risorse fra la protezione di Hormuz, la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e gli altri teatri strategici. Non significa che gli Stati Uniti abbiano semplicemente “chiuso” o abbandonato i due stretti. Significa che il margine per aprire un secondo grande impegno operativo si è ristretto.
La reazione del Pentagono aggiunge un elemento istituzionale. Dopo l’inchiesta del Washington Post, i documenti associati al Secretary of Defense Orders Book sono stati rimossi dal portale interno classificato SIPRNet, un sistema utilizzato dalle forze armate americane. Il dipartimento non ha reso pubblico il motivo preciso della rimozione; il fatto è stato confermato da fonti interne al Pentagono. Il gesto non modifica le valutazioni contenute nel documento, ma mostra quanto Washington consideri delicata la pubblicazione di informazioni sulla disponibilità effettiva delle forze e sui dissensi dei comandanti.
Sarebbe però un errore trasformare tutto questo nella favola del “Pentagono contro Trump”. Il controllo civile delle forze armate resta un principio fondamentale della democrazia americana. Il non-concur è significativo proprio perché rimane dentro quella logica: il comandante espone il rischio, il ministro decide, l’apparato esegue. Il militare non diventa un attore politico soltanto perché ritiene sbagliata una scelta presidenziale.
La storia americana offre due precedenti istruttivi. Dal Vietnam nacquero le riflessioni che sarebbero confluite nelle dottrine Weinberger e Powell: obiettivi definiti, risorse adeguate, sostegno politico e soprattutto una risposta alla domanda più scomoda di tutte: come finisce la guerra? Dall’Iraq arrivò invece la “revolt of the generals”, quando nel 2006 alcuni comandanti in pensione attaccarono pubblicamente Donald Rumsfeld per la conduzione del conflitto. La lezione istituzionale fu la stessa, anche se in forme diverse: il presidente decide l’impiego della forza, ma l’apparato militare deve fare i conti con le conseguenze operative delle decisioni politiche.
Il dissenso arriva mentre la guerra è ancora in corso e riguarda una questione molto concreta: la sostenibilità dello sforzo. I comandanti stanno dicendo che l’operazione ha raggiunto un punto nel quale prolungarla significa compromettere manutenzione, disponibilità delle navi, addestramento e capacità di rispondere ad altre crisi. L’amministrazione può considerare accettabili quei rischi. Ma ormai sono stati messi agli atti.
Il Pentagono deve pensare alla prossima guerra, alla prossima crisi nel Pacifico, alla manutenzione delle navi, alla ricostituzione degli arsenali e agli impegni verso gli alleati. Un presidente può sostenere che una guerra sia sotto controllo; un ammiraglio deve sapere quante navi potrà mandare in mare fra sei mesi.
La politica decide dove andare, ma alla fine è la logistica a stabilire quanto a lungo si può continuare.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: quello che sta succedendo a Washington non si vedeva dai tempi del Vietnam. I vertici delle forze armate americane hanno messo per iscritto che la guerra in corso non è più sostenibile. In termini tecnici è un “non-concur”, cioè dissenso formale con obbedienza.
parte 1: Nel Secretary of Defense Orders Book del 14 agosto, i comandi per Europa, Indo-Pacifico e America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto all’ordine di prolungare fino al 2027 il dispiegamento di oltre cinquantamila uomini in Medio Oriente con la formula: non siamo d’accordo, ma obbediremo. È un documento d’archivio, scritto per il futuro: servirà a stabilire chi aveva avvertito e chi, ciononostante, ha ordinato.
parte 2: I numeri fanno tremare i polsi. L’ammiraglio Daryl Caudle ha messo a verbale che solo un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare. Il generale Alexus Grynkewich, che comanda in Europa, ha detto di non avere navi sufficienti per i propri compiti. E tutti insieme hanno segnalato che le scorte di Patriot, THAAD e Tomahawk sono esaurite. Il Washington Post ha pubblicato lo scoop il 30 agosto.
parte 3: Il contesto spiega tutto. Ad aprile il presidente Trump prometteva di distruggere ogni centrale elettrica e ogni ponte dell’Iran. A giugno firmava a Versailles il memorandum di Islamabad: fine delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati e un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi da destinare… al nemico. Due giorni dopo definiva quei trecento miliardi una fake news dei democratici. Oggi, con Hormuz mai riaperto, accetta di fatto la chiusura dei due stretti della penisola arabica. Il 10 settembre l’Arabia Saudita ha chiesto un intervento contro gli Houthi e si è vista rifiutare.
parte 4: La reazione della Casa Bianca è stata la certificazione che la lettura è corretta. Il portavoce del Pentagono ha parlato di tradimento e pochi giorni dopo il dipartimento ha rimosso dalla rete interna classificata i documenti in questione. Il Pentagono ha smesso di credere che questa guerra possa essere vinta e ha cominciato a scontare in anticipo la sconfitta politica di chi l’ha voluta. Non solo quella elettorale di novembre: il calcolo è più lungo.
parte 5: Dal Vietnam nacque la dottrina Weinberger-Powell; dall’Iraq la rivolta dei generali contro Rumsfeld. Ogni volta l’apparato esce dalla crisi intatto, con un bilancio accresciuto, mentre il conto politico lo paga l’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Questa volta l’inquilino è Trump, e scaricare un presidente in caduta è un’operazione facile.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.
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