
La vita è, prima di ogni altra cosa, saper scegliere cosa viene prima. Vale in politica come sul lavoro, negli affari, nei rapporti umani e perfino sui campi di battaglia: chi non sa ordinare le urgenze finisce inevitabilmente per soccombere. Dwight Eisenhower, uomo di guerra e poi presidente degli Stati Uniti, lo aveva capito perfettamente, tanto da consegnarci quella che oggi chiamiamo Matrice di Eisenhower. Una trovata di buon senso, prima ancora che di organizzazione. E Eisenhower, bisogna riconoscerlo, fu anche un uomo di destra serio, di quella destra che aveva combattuto una guerra mondiale, governato un Paese e costruito autostrade invece di passare le giornate a indignarsi su Facebook. Immaginiamo la scena più semplice. Squilla il telefono. Qualcuno bussa alla porta. Il lavandino trabocca d’acqua. E, nel frattempo, il salotto prende fuoco. Che cosa facciamo? Rispondiamo al telefono. Perché evidentemente qualcuno avrà pur avuto un buon motivo per chiamare. Il problema della politica contemporanea è spesso tutto qui: la difficoltà di distinguere ciò che è importante da ciò che semplicemente produce rumore.
Prendiamo il velo integrale nelle scuole italiane. È una questione della quale si può discutere? Certamente. È opportuno stabilire quali siano le condizioni necessarie perché una scuola possa garantire identificabilità, sicurezza, comunicazione e piena partecipazione alla vita scolastica? Naturalmente. Una democrazia adulta dovrebbe riuscire perfino a discuterne senza trasformare ogni ragazza velata nell’avanguardia di un esercito invasore. Ma davvero qualcuno vuole sostenere che il velo integrale sia oggi una delle emergenze esistenziali dell’Italia? Davvero? Nel Paese nel quale un ragazzo può passare anni tra contratti precari e stipendi ridicoli, nel quale la sanità pubblica costringe troppe persone a scegliere tra attese interminabili e pagamento di tasca propria, nel quale interi pezzi della pubblica amministrazione sembrano ancora organizzati secondo criteri che avrebbero fatto sbuffare persino un funzionario borbonico, il grande dramma nazionale sarebbe stabilire con quale frequenza una studentessa possa entrare in classe con il volto coperto? Abbiamo un’economia che fatica da anni a produrre crescita robusta, salari che per molti lavoratori non garantiscono più una vera autonomia, giovani qualificati che guardano all’estero perché qui trovano condizioni spesso incompatibili con le loro aspettative e servizi pubblici che funzionano troppo spesso in modo diseguale. Abbiamo il problema della casa, quello della produttività, quello della precarietà, quello di una pubblica amministrazione che può trasformare una pratica semplice in un’odissea. Sono questioni che incidono ogni giorno sulla vita concreta di milioni di persone e che richiedono scelte, investimenti, competenza e tempo. Il velo integrale può essere discusso, regolamentato, persino vietato in determinati contesti: semplicemente non appartiene allo stesso ordine di urgenza. E questa distinzione conta, perché governare significa anche decidere dove mettere le proprie energie. Se tutto diventa emergenza, nulla lo è più davvero.
Personalmente non considero affatto scandalosa la soluzione francese, né trovo irragionevole discutere del divieto di coprire il volto in determinati contesti nei quali l’identificazione della persona è necessaria. Dipendenti pubblici, forze armate, magistratura, conducenti di veicoli: sono ambiti nei quali riconoscibilità e sicurezza possono avere una funzione concreta. La legislazione italiana conosce da decenni limitazioni all’uso di mezzi che rendano difficoltosa l’identificazione, a partire dalla Legge Reale del 1975. Insomma, una questione regolamentare può rimanere tale. Possiamo discutere dove sia ragionevole chiedere che il volto resti visibile, quali siano le eccezioni, quali le sanzioni e quali le garanzie. Il problema nasce quando da una norma sul volto si pretende di ricavare una teoria sulla libertà della persona che quel volto lo porta. Ed è proprio a questo punto che entra in scena la parola più nobile e più abusata di tutte: emancipazione.
Il velo, ci viene spiegato, va combattuto per liberare le donne. Un argomento che meriterebbe rispetto, se la preoccupazione per la libertà femminile fosse una costante e non comparisse soltanto quando diventa utile a raccontare lo scontro fra la nostra società e quella degli altri. Perché se davvero il centro della questione è l’autodeterminazione femminile, allora bisogna avere il coraggio di guardare anche dentro casa nostra: alla violenza domestica, ai femminicidi, alle discriminazioni sul lavoro, alla dipendenza economica, alla difficoltà di conciliare maternità e occupazione, all’aborto, a tutte quelle situazioni nelle quali il corpo e la libertà delle donne continuano a essere oggetto di controllo, giudizio e, talvolta, violenza. È difficile prendere sul serio una retorica della protezione femminile quando proviene da chi, in altri contesti, considera una donna responsabile della violenza subita, o tratta l’autodeterminazione sul proprio corpo come una concessione revocabile. La libertà femminile è una questione assai più seria del pezzo di stoffa che copre un volto. Significa scuola, autonomia economica, servizi, tutela giuridica, educazione, contrasto alla violenza. Significa soprattutto riconoscere alle donne una cosa terribilmente semplice: che il loro corpo appartiene a loro. Il punto, allora, non è difendere il velo. È diffidare di chi usa il corpo delle donne come terreno di una battaglia culturale nella quale alle donne stesse viene lasciato curiosamente poco spazio per parlare.
Il controllo sul corpo femminile ha una storia antichissima e attraversa culture molto diverse. Cambiano le giustificazioni, cambiano gli abiti, cambiano le autorità che pretendono di stabilire come una donna debba presentarsi. Il principio resta inquietantemente familiare. La tentazione di trasformare tutto questo in una grande battaglia identitaria, del resto, non è soltanto italiana. La vediamo negli Stati Uniti con il MAGA, nel Regno Unito con Reform e in diverse destre europee: questioni culturali ad altissima visibilità occupano il centro della scena mentre problemi assai più prosaici — salari, produttività, servizi, casa, istruzione — richiederebbero risposte molto più difficili da vendere in uno slogan. Un ospedale che funziona male richiede personale, organizzazione, investimenti e anni di lavoro. Un giovane sottopagato richiede politiche industriali, formazione, salari migliori e crescita della produttività. Una pubblica amministrazione inefficiente richiede riforme che nessuno può raccontare in trenta secondi. Una donna con il volto coperto, invece, entra perfettamente nell’inquadratura. È immediata. È simbolica. Può diventare il volto — ironia della sorte, proprio il volto — di tutto ciò che secondo il racconto del giorno starebbe minacciando la nostra identità.
Io questa partita non la gioco. Non perché il velo sia intoccabile. Non perché ogni tradizione culturale meriti automaticamente rispetto. E nemmeno perché una società democratica debba rinunciare a stabilire regole comuni. Al contrario: proprio perché considero importanti la libertà individuale, la scuola e lo spazio pubblico, penso che queste questioni meritino una discussione seria e proporzionata. La vera responsabilità di chi governa è però un’altra: riconoscere ciò che viene prima. Dietro ogni statistica economica, ogni riforma amministrativa, ogni percentuale sull’occupazione c’è una persona che vive, lavora, cresce figli, paga un affitto, aspetta un treno, entra in un pronto soccorso, manda un curriculum e si domanda se valga ancora la pena restare.
Il salotto continua a bruciare. Possiamo certamente discutere del telefono. Possiamo anche decidere chi debba bussare alla porta. Ma prima, per carità, spegniamo l’incendio.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: La vita è saper scegliere cosa viene prima. In politica, sul lavoro, negli affari, nei rapporti umani e sui campi di battaglia, chi non ordina le urgenze soccombe. Un concetto ben espresso mediante la “Matrice di Eisenhower”, ideata proprio dal buon Dwight - lui sì, un politico di destra rispettabile e serio. Esempio classico: squilla il telefono, bussano alla porta, il lavandino trabocca, c’è un incendio in salotto. Cosa fai? Se rispondi al telefono, sei un cretino.
parte 1: Il divieto del velo integrale nelle scuole italiane non mi sembra un’emergenza esistenziale per questo paese. Non significa ignorare il problema: significa affrontarlo nel tempo dovuto. E' una questione i priorità. Si può e si deve discutere, ma non ora e non così.
parte 2: Governo corrotto e incompetente, servizi pubblici borbonici, lavoro povero, precariato a 2 euro all’ora, giovani che fuggono all’estero, qualità della vita in caduta libera. Queste sì che sono priorità. Il velo integrale scivola in fondo alla lista.
parte 3: Personalmente non mi dispiace la soluzione francese, né il divieto di coprire il volto per dipendenti pubblici, giudici, forze armate e automobilisti. La Legge Reale del 1975 già lo prevedeva. Se ne può parlare, ma non è urgente.
parte 4: La destra alza gli scudi contro il velo per “proteggere le donne”, ma poi bercia che se una donna viene stuprata “se l’è cercata”. Ignora aborto e femminicidio. La questione non è emancipazione femminile: è controllo e proprietà del corpo delle donne.
parte 5: Come i MAGA, Reform e la destra europea: usano questi temi per coprire un’incompetenza sociale ed economica enorme. No, non abbocco.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico". Niente titoli ai paragrafi.
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