
Il 7 ottobre non è soltanto una data. Per me è stata una presa di coscienza. Ricordo le ore successive, i numeri ancora incerti, le notizie frammentarie che arrivavano dal sud di Israele. E ricordo soprattutto una cosa: mentre ancora non si capiva l’ampiezza della strage, sui social c’era già chi festeggiava. Bandiere palestinesi, slogan, cori. Poi sono arrivate le immagini. Le case, i kibbutz, il Nova Festival, i cadaveri, gli ostaggi trascinati a Gaza. E insieme alle immagini è arrivata una parola che da allora mi provoca un riflesso quasi fisico: “contestualizzare”. Una parola apparentemente innocente, diventata spesso un anestetico morale. Perché comprendere il contesto è necessario. Usarlo per diluire un massacro fino a renderlo quasi invisibile è un’altra cosa.
Lo dico subito: io non sono ebrea. Non ho una storia familiare da difendere e non ho alcun interesse personale a trasformare Israele in un Paese infallibile. Proprio per questo mi irrita l’idea che prendere sul serio l’antisemitismo debba essere considerato una forma di appartenenza. Posso difendere un principio senza possederne il passaporto.
Il 7 ottobre furono uccise circa 1.200 persone e 251 furono prese in ostaggio e portate a Gaza. Le indagini internazionali hanno documentato uccisioni deliberate di civili, rapimenti, torture e violenze sessuali. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discussione seria. Non la conclusione, ma l’inizio. Invece, praticamente dall’8 ottobre, è cominciato il processo inverso: ridurre il 7 ottobre a una conseguenza inevitabile di qualcos’altro. Occupazione, insediamenti, 1948, 1967, Stati Uniti, Netanyahu. Sono tutti temi reali. Alcuni sono indispensabili per capire il conflitto. Ma una spiegazione storica non è un alibi morale. Se bastasse trovare una causa precedente per assolvere il crimine successivo, la storia diventerebbe un immenso codice penale nel quale nessuno è mai responsabile di nulla.
Nel frattempo ho visto persone che si definiscono femministe mettere in dubbio le violenze sessuali subite dalle israeliane. Ho visto giornalisti trattare una fonte come oro colato semplicemente perché confermava la propria tesi. Ho visto l’etichetta “sionista” usata come sinonimo di “ebreo”, come se cambiare una parola bastasse a rendere rispettabile un pregiudizio antico. E ho visto l’errore opposto: parlare di palestinesi e Hamas come se fossero la stessa cosa. Non lo sono. Hamas ha governato Gaza, ha costruito una macchina militare e politica, ha represso i propri oppositori e ha trasformato la causa nazionale palestinese in un progetto nel quale la distruzione di Israele occupa un posto centrale. Ma i palestinesi non sono Hamas. Esistono milioni di persone che vogliono vivere, lavorare, crescere i figli e avere uno Stato. Ridurle all’organizzazione che le ha governate significa negare proprio quella dignità che molti sostengono di voler difendere.
Allo stesso modo Israele non è Netanyahu. Israele è una società attraversata da conflitti politici profondissimi, nella quale esiste una parte democratica, liberale e favorevole a una soluzione negoziata. Esiste persino una cosa che nel dibattito occidentale sembra talvolta una creatura mitologica: un israeliano che difende l’esistenza del proprio Stato e contemporaneamente vuole cambiarne radicalmente la politica. È il caso di Yair Golan. Ex vice capo di stato maggiore dell’IDF, il 7 ottobre corse nel sud e partecipò alle operazioni di soccorso dei civili. Oggi guida The Democrats, una formazione che si definisce liberale, democratica e sionista e sostiene sicurezza, uguaglianza, pace e libertà. Questa posizione dovrebbe essere normale. Invece è diventata quasi sovversiva per una parte del dibattito pubblico, perché mette in crisi una caricatura molto comoda: quella di un Israele monolitico, militarista e impermeabile alla democrazia. La realtà è più scomoda. Si può essere sionisti e democratici. Si può voler proteggere Israele e volere due Stati. Si può considerare Hamas un’organizzazione terroristica e giudicare fallimentare l’occupazione. Si può condannare Netanyahu senza desiderare la scomparsa dello Stato ebraico.
È precisamente questa complessità che dovrebbe interessarci. Eppure, mentre discutiamo continuamente di ciò che Israele dovrebbe fare, parliamo molto meno di ciò che dovrebbe accadere alla società palestinese dopo Hamas. Qui si misura la serietà delle nostre intenzioni. Distruggere un’organizzazione armata senza creare un’alternativa politica significa lasciare intatto il terreno sul quale quella stessa organizzazione — o una versione ancora peggiore — può rinascere. Hamas non è comparsa dal nulla: la sua crescita è stata favorita da una combinazione di radicalizzazione religiosa, fallimenti politici, sostegni esterni, debolezza dell’Autorità Palestinese e assenza di una prospettiva credibile. L’occupazione e il fallimento del processo di pace hanno contribuito a creare questo terreno. Raccontare la storia senza questi elementi sarebbe propaganda. Raccontarla come se Hamas fosse soltanto il prodotto inevitabile dell’oppressione sarebbe altrettanto semplicistico.
La stessa misura deve valere per Israele. L’attacco del 7 ottobre non ha cancellato il diritto internazionale. Le vittime civili di Gaza non sono una nota a piè di pagina. Le operazioni militari israeliane devono essere giudicate sulla base dei fatti, delle responsabilità individuali e delle norme applicabili. Essere stati attaccati non concede a uno Stato una licenza morale illimitata. Ma vale anche il contrario: la sofferenza palestinese non rende il 7 ottobre meno atroce. Una madre palestinese che perde il figlio sotto le bombe non soffre meno perché Hamas ha iniziato la guerra. Un ragazzo israeliano rapito e ucciso non soffre meno perché esistono l’occupazione e gli insediamenti. La morte non cambia nazionalità quando attraversa il confine.
Forse è proprio qui che la memoria europea ha cominciato a mostrarmi una contraddizione che faccio fatica a ignorare. Per decenni abbiamo portato studenti ad Auschwitz, letto Anna Frank, pronunciato “mai più”. Giustamente. Ma i morti sono più facili da amare dei vivi. I morti del 1944 non hanno un esercito, un governo, una politica estera o un primo ministro da criticare. Sono vittime senza complicazioni. Gli ebrei vivi invece sono una questione molto più difficile. Hanno uno Stato, un esercito, governi discutibili, politiche discutibili. E hanno paura. Una paura che dopo il 7 ottobre è tornata a essere concreta, fisica, familiare. Pretendere di comprenderla significa ricordare perché lo Stato ebraico è nato e perché, per molti israeliani, la sicurezza nazionale non è una metafora; non richiede di approvare ogni scelta israeliana.
La storia europea dovrebbe renderci particolarmente sensibili a questo punto. Gli ebrei europei avevano creduto nell’integrazione. Avevano parlato le lingue dei Paesi nei quali vivevano, servito negli eserciti, costruito carriere e famiglie. Poi arrivò un regime che stabilì che tutto questo non contava. Un uomo poteva essere perfettamente tedesco e, allo stesso tempo, essere considerato un problema perché ebreo. Quando sento dire che Israele dovrebbe semplicemente fidarsi della benevolenza altrui, dunque, mi viene in mente quanto poco la storia europea autorizzi questo ottimismo.
Per questo il 7 ottobre ha cambiato il mio rapporto con Israele. La mia critica è rimasta, anzi si è fatta più esigente: proprio perché considero seria la sua esistenza, considero seria anche la responsabilità delle sue scelte. Uno Stato che pretende sicurezza deve essere giudicato anche per il modo in cui la persegue. La sua esistenza e la sicurezza dei suoi cittadini non sono negoziabili. Il sionismo può essere discusso nelle sue diverse forme. La politica di qualsiasi governo israeliano può essere contestata. La soluzione dei due Stati può essere sostenuta o criticata. Quello che rifiuto è trasformare l’esistenza di Israele nella variabile sacrificabile del problema.
Sono passati tre anni e il rischio è che il 7 ottobre venga lentamente sommerso da altre narrazioni. Alcune saranno fondate, altre meno; il problema è che la memoria contemporanea sembra incapace di sopportare due tragedie contemporaneamente. Deve sceglierne una. Deve trovare il buono e il cattivo. Deve assegnare medaglie e colpe. La realtà rifiuta questa comodità. Il 7 ottobre furono uccisi civili israeliani e stranieri, uomini, donne, bambini, anziani. Furono presi ostaggi. Furono commessi crimini gravissimi. Da allora Gaza è stata devastata e migliaia di palestinesi sono morti. Le due realtà possono stare nella stessa frase senza che una cancelli l’altra. Anzi, devono. Ricordare il 7 ottobre significa impedire che quelle vittime vengano cancellate dal racconto successivo. Ricordare Gaza significa riconoscere che una popolazione non può essere condannata alla guerra perpetua perché i suoi leader hanno scelto il terrorismo.
Questa dovrebbe essere la soglia minima del giornalismo: guardare i fatti anche quando danneggiano la propria tesi, cambiare idea quando le prove lo impongono, dare un volto alle vittime prima di trasformarle in argomenti. Il vero interrogativo, allora, non è soltanto come ricordare il 7 ottobre. È come impedire che diventi il precedente di altri 7 ottobre e che Gaza diventi il laboratorio del prossimo ciclo di radicalizzazione. Per farlo serviranno un’alternativa palestinese credibile, istituzioni capaci di sostituire Hamas, sicurezza per Israele, libertà per i palestinesi e una classe dirigente israeliana capace di comprendere che la forza militare può vincere battaglie senza necessariamente costruire una pace.
È molto più difficile di uno slogan. Proprio per questo è l’unica strada che valga la pena percorrere.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: Il 7 ottobre non è solo una data: è stata una presa di coscienza. Ricordo le ore successive, i numeri incerti, e già sui social chi esultava, sventolava bandiere palestinesi come celebrazione. Poi le immagini, l’orrore. E subito quella parola che mi disgusta: “contestualizzare”. Davanti a 1.200 uccisi e ostaggi trascinati a Gaza, qualcuno spiegava perché quell’orrore andava ridimensionato. Vi ricordo una cosa: io non sono ebrea.
parte 1: A cancellare la memoria del pogrom, gli antisemiti travestiti da antisionisti hanno iniziato l’8. ‘Femministe’ che negano gli stupri, ‘progressisti’ che ignorano i soldi del mondo islamista per la propaganda pro-Hamas, giornalisti che credono solo ad Al Jazeera, italiani che non distinguono i palestinesi da Hamas. Ritorna l’accusa del sangue. Liliana Segre insultata nel silenzio. Bologna e Torino invase da folle che il 7 ottobre festeggiano. Una funzionaria Onu celebrata per le sue dichiarazioni antisemite.
parte 2: Per decenni abbiamo fatto viaggi ad Auschwitz, letto Anna Frank, detto “mai più”. Ma la memoria che funziona solo per gli ebrei morti non serve. È facile commuoversi per il 1944: non chiedono nulla, non hanno esercito, non hanno Stato. Difficile accettare gli ebrei vivi, e uno Stato ebraico che difende i suoi cittadini. Tra memoria dei morti e solidarietà con i vivi c’è una distanza che non riesco più a non vedere.
parte 3: Per questo il 7 ottobre ha cambiato il mio rapporto con Israele. Israele si può criticare, come ogni Stato. Ma la sua esistenza e la sicurezza dei suoi cittadini non sono negoziabili. Il sionismo si discute nelle sue forme, ma il suo nucleo è che gli ebrei abbiano un luogo dove la sicurezza non dipenda dalla benevolenza altrui. L'esperienza insegna che sugli europei non possono mai fare affidamento.
parte 4: Non trascuriamo neppure l’accanimento contro i democratici israeliani anti-Netanyahu e chi li appoggia. Penso a The Democrats di Yair Golan, ex vice capo IDF, che il 7 ottobre corse a salvare i sopravvissuti al Nova. Un partito sionista, liberal-democratico, che vuole due Stati e combatte Netanyahu. Le folle ‘antisioniste’ li odiano perché dimostrano che un altro Israele esiste. Sono un ostacolo al ‘dal fiume al mare’.
parte 5: Sono passati tre anni, e i negatori cercano di inghiottire il 7 ottobre sovrapponendogli altre iniziative. Presto inghiottiranno una memoria più vasta, mai digerita dai nipoti degli aguzzini nazifascisti e stalinisti. Il dopoguerra è stato solo latenza. Oggi bisogna ricordare, uno per uno, i fatti e le vittime del 7 ottobre 2023. Ma ricordare non basta. Dobbiamo anche interrogarci su come Hamas sia diventata egemone e su quale alternativa laica sia stata soffocata. Per non consegnare a nessuno — israeliani e palestinesi — un futuro di sola violenza.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre.
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