
Il mondo di Churchill, De Gaulle, Eisenhower e Roosevelt non esiste più. E non tornerà. Possiamo continuare a evocarlo nelle commemorazioni e nelle fotografie in bianco e nero, ma quella stagione è finita. E forse è bene ricordare che non fu affatto un’età dell’oro: basti pensare agli imperi coloniali, alla guerra fredda, alle discriminazioni che attraversavano le società occidentali.
Quegli uomini, tuttavia, avevano compreso una cosa che oggi sembra sfuggirci: dopo una catastrofe non basta vincere. Bisogna costruire. Istituzioni, alleanze, regole, limiti al potere, organismi internazionali, meccanismi di cooperazione. Il dopoguerra occidentale nacque da questa consapevolezza. La forza degli Stati Uniti venne esercitata anche per costruire un sistema nel quale gli stessi Stati Uniti potessero prosperare insieme ai propri alleati. Quel patto, con tutte le sue contraddizioni, si è progressivamente logorato. Oggi è saltato. Rimpiangerlo serve a poco. La domanda è molto più scomoda: che cosa intendiamo costruire adesso?
Guardiamo anzitutto all’America Latina, dove una nuova onda conservatrice sta attraversando il continente. Il Brasile ne offre una fotografia quasi perfetta: Jair Bolsonaro è stato condannato, mentre il figlio Flávio Bolsonaro si è imposto elettoralmente, e dall’altra parte Luiz Inácio Lula da Silva continua a rappresentare la principale alternativa, riproponendo una contrapposizione che sembra ormai incapace di produrre una vera via d’uscita.
Ogni Paese ha naturalmente la propria storia. Il Brasile ha conosciuto una dittatura militare; il Cile Pinochet; l’Argentina Videla. Gran parte dell’America Latina porta ancora addosso le cicatrici di decenni nei quali esercito, oligarchie e potenze straniere hanno deciso il destino di intere generazioni. Sarebbe dunque miope leggere tutto attraverso una sola lente. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che sta accadendo. Una parte decisiva della nuova destra latinoamericana nasce dalla crisi dei vecchi populismi e dal fallimento di quelle esperienze che promettevano emancipazione sociale attraverso la spesa, la retorica antiamericana, la redistribuzione senza basi solide e una concezione dello Stato spesso ridotto a macchina di consenso. Quando quelle promesse si consumano, arriva qualcuno che dice: basta, adesso pensiamo a noi. È una formula potentissima. E proprio per questo pericolosa.
La nuova destra non si limita più a promettere ordine, sicurezza e mercato. Recupera simboli e figure che fino a pochi anni fa sembravano definitivamente consegnati alla storia. Pinochet e Videla tornano a essere riabilitati in settori dell’opinione pubblica. La dittatura viene trasformata in una parentesi necessaria, l’autoritarismo in una prova di efficienza, la democrazia in un lusso che ci si può permettere soltanto quando tutto funziona. È la stessa mutazione che abbiamo visto affermarsi negli Stati Uniti con Donald Trump: il passato viene riscritto in funzione del presente, le istituzioni vengono trattate come ostacoli, l’avversario come un nemico interno, la forza come una virtù sufficiente a giustificare quasi tutto. Non è una semplice restaurazione della destra del Novecento. È qualcosa di più moderno e, proprio per questo, più insidioso.
In Europa il problema assume una forma diversa ma conduce nella medesima direzione. Per decenni il centro conservatore ha svolto una funzione quasi dimenticata: fare argine. Poteva essere duro sull’immigrazione, severo sui conti pubblici, liberale sull’economia, persino culturalmente conservatore. Ma considerava le istituzioni democratiche, l’integrazione europea e l’alleanza occidentale parte del perimetro invalicabile. Quel perimetro si è spezzato.
Il voto oscilla, si sposta rapidamente, premia la protesta, punisce l’establishment e soprattutto si polarizza. La destra radicale non ha più bisogno di conquistare interamente il centro: le basta spostarlo. E una parte del centro, per paura di perdere voti, finisce per inseguirla. È così che l’estremo diventa progressivamente normale. Le prossime elezioni decisive in Francia, Germania, Italia e Polonia diranno molto più della composizione dei rispettivi parlamenti. Diranno se l’Europa avrà ancora la forza di considerarsi un soggetto oppure se continuerà a comportarsi come un continente che aspetta dagli altri la propria definizione.
Perché mentre noi discutiamo di leadership, coalizioni e percentuali, il mondo intorno a noi è cambiato. Trump considera l’Europa un concorrente debole, Putin la considera uno spazio da dividere e intimidire, Xi Jinping la considera soprattutto un mercato e una variabile strategica. Un’Europa incapace di difendere i propri interessi sarà inevitabilmente costretta a scegliere quale potenza servire. La questione è ancora più grande perché sta cambiando il modo stesso in cui si produce ricchezza. L’intelligenza artificiale, l’automazione, le grandi piattaforme tecnologiche e la concentrazione del capitale stanno creando un’economia nella quale il vantaggio competitivo dipenderà sempre più dalla capacità di controllare infrastrutture, dati, tecnologia e conoscenza. Gli Stati Uniti partono da una posizione dominante. La Cina dispone di una capacità industriale che l’Europa non può ignorare. La Russia possiede un’altra cosa: la capacità, spesso brutale, di utilizzare la forza.
Noi abbiamo il mercato unico, una grande industria, università straordinarie, risparmio privato e competenze scientifiche. Ma continuiamo a comportarci come se tutto questo potesse sopravvivere automaticamente. Non sopravviverà automaticamente.
E arriviamo così all’Italia, che ha un problema ancora più elementare: abbiamo trasformato la politica economica in una gara a chi promette meglio il beneficio immediato. Salario minimo, bonus, incentivi, trasferimenti, nuovo debito: ogni proposta può avere una sua ragione, ma la somma di queste proposte non costituisce una strategia di sviluppo. Una società adulta dovrebbe avere il coraggio di dirlo.
Le pensioni si pagano con il lavoro di chi oggi produce. La sanità si paga con una base economica solida. La scuola si finanzia con risorse adeguate e continuità. Il welfare, quello vero, richiede produttività, occupazione, salari dignitosi, imprese competitive, investimenti e uno Stato capace di spendere bene ciò che raccoglie. Da trent’anni l’Italia è intrappolata in una stagnazione che ha impoverito le prospettive di intere generazioni. Ora anche la Francia mostra crepe che fino a ieri sembravano impensabili. Possiamo continuare a discutere di come dividere una torta che smette di crescere, oppure affrontare finalmente il problema della sua dimensione.
Questa non è una bestemmia neoliberista. È aritmetica. La sinistra dovrebbe avere il coraggio di parlare di sviluppo senza consegnarne il significato alla destra: innovazione, lavoro qualificato, industria, ricerca, infrastrutture, transizione energetica. Non basta promettere protezione; bisogna creare le condizioni perché quella protezione possa durare.
E arriviamo alla questione dalla quale dipende tutto il resto: l’Ucraina. La difesa dell’Europa si gioca oggi a Kyiv. Non perché l’Ucraina sia un simbolo astratto della democrazia occidentale, ma perché lì si decide se un grande Stato possa aggredire un Paese vicino, conquistare territori, distruggere città e poi sedersi al tavolo delle trattative pretendendo che il risultato della guerra diventi il nuovo diritto internazionale.
Se la Russia vincesse, il problema non sarebbe soltanto il destino dell’Ucraina. Sarebbe il messaggio consegnato al mondo: la forza paga. Le frontiere possono essere cambiate con la guerra. Gli Stati più deboli devono semplicemente sperare che il proprio vicino più forte abbia appetiti limitati. E allora sì, potremmo ritrovarci dentro una nuova Yalta. Ma questa volta l’Europa non sarebbe fra i vincitori. Potrebbe essere semplicemente l’oggetto della trattativa fra altri.
Trump, Putin e Xi rappresentano modelli diversi e perseguono interessi diversi. Non serve costruire una caricatura geopolitica per capire che un’Europa debole sarebbe utile a tutti e tre, seppure per ragioni differenti. Una nuova divisione delle sfere d’influenza avrebbe conseguenze enormi sulla nostra sicurezza, sulla nostra autonomia economica e sulla nostra capacità di decidere il futuro.
L’anno che viene potrebbe essere terribile. Ma c’è qualcosa che rischia di essere ancora peggiore: trascorrerlo discutendo di tutto tranne che di ciò che sta realmente accadendo. Litigare sulle formule, sui leader, sulle tifoserie, sui piccoli vantaggi elettorali mentre intorno a noi cambia l’ordine del mondo. Oppure, peggio ancora, tifare per chi ha deciso di iniziare una guerra soltanto perché la propria appartenenza ideologica ci impedisce di vedere la realtà.
A questo punto la nostalgia diventa quasi una forma di pigrizia. Il compito è molto più difficile: assumersi la responsabilità del tempo in cui viviamo. Difendere ciò che ancora funziona, correggere ciò che ha fallito, costruire ciò che manca. Senza aspettare un nuovo Churchill, perché la storia non ci deve un salvatore. Ci chiede cittadini capaci di scegliere, istituzioni capaci di agire, una classe dirigente capace di guardare oltre il prossimo sondaggio.
Non sappiamo quale ordine nascerà da questa crisi. Sappiamo però che lasciarlo costruire agli altri significherebbe accettare il ruolo che avranno scelto per noi. È questa, oggi, la partita. E dobbiamo esserci.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Il mondo di Churchill, De Gaulle, Eisenhower e Roosevelt non esiste più e non tornerà. Non era un’età dell’oro, ma quei leader avevano costruito istituzioni, limiti e alleanze. Oggi quel patto è saltato. Rimpiangerlo non serve.
parte 1: In America Latina c’è un’onda di destra. Il Brasile lo conferma: Bolsonaro figlio eletto, il padre condannato; Lula riproposto senza alternative. Pesano storie nazionali e passati militari, ma soprattutto il fallimento dei populismi terzomondisti. È una nuova destra modello Trump, che riabilita Pinochet e Videla.
parte 2: In Europa il centro conservatore che faceva argine all’estrema destra si è rotto. Il voto fluttua e si polarizza. Le prossime elezioni in Francia, Germania, Italia e Polonia decideranno il futuro dell’UE. Trump vuole depotenziarci, con Putin e in parte Xi: un’Europa debole lascerebbe campo libero a Usa, Russia e Cina, mentre AI e tecnocrazia americana guideranno la produzione.
parte 3: Salario minimo, bonus e nuovo debito non sono un programma. Pensioni e welfare si pagano con la crescita, non con patrimoniali una tantum. Italia da 30 anni e ora Francia lo dimostrano: quel ciclo è fermo. Servono leadership e consapevolezza, non slogan.
parte 4: Siamo a una svolta storica. La difesa dell’Europa si gioca a Kyiv. Se vince la Russia, finiremo nella morsa Trump-Putin-Xi: una nuova Yalta, e non da vincitori. L’anno che verrà sarà terribile; peggio sarà discutere d’altro o tifare per chi ha voluto la guerra.
parte 5: La nostalgia è inutile. Il compito è arginare il peggio: autoritarismo, guerra, vassallaggio, oligarchia digitale, disuguaglianze, crisi climatica. Difendere Ucraina, Europa, Stato di diritto, verità, crescita e coesione sociale non è destra o sinistra: è la condizione per avere ancora un futuro democratico. Dobbiamo esistere ed esserci.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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