Live Like An Angel, Die Like A Devil

Quando i Venom pubblicarono Welcome to Hell, nel 1981, io non ero ancora nata. Non ho quindi vissuto la loro esplosione, lo scandalo, le copertine, le reazioni scandalizzate a quei tre scalcagnati di Newcastle che sembravano essersi messi in testa di portare il rock direttamente all’Inferno. Sono arrivata ai Venom molto dopo, come si arriva a molte delle cose importanti della musica: andando all’indietro. Per capire da dove venissero certe sonorità, certe estetiche, certe idee di estremismo musicale, prima o poi si finisce davanti a loro. E a quel punto diventa inevitabile chiedersi come abbiano fatto tre musicisti tutt’altro che virtuosi a lasciare un’impronta tanto enorme.

Perché i Venom avevano un talento musicale discutibile e un’idea chiarissima: superare in musica tutti i limiti dell’oltraggio esistenti fino a quel momento. Presero i riff dei Judas Priest, la velocità e il volume dei Motörhead, l’impatto scenico dei Kiss, il suono terroso e greve dei primi Black Sabbath e lo spirito corrosivo del punk. Misero tutto insieme e decisero che ogni elemento dovesse essere portato contemporaneamente al massimo grado di eccesso. Non erano necessariamente migliori dei musicisti da cui prendevano ispirazione. Spesso erano molto peggiori. Ma avevano capito che non serviva inventare tutto da zero: bastava combinare quelle influenze in una maniera che nessuno aveva ancora osato proporre.

Da questo punto di vista Welcome to Hell e Black Metal sono dischi straordinariamente intelligenti proprio perché non hanno alcuna intenzione di sembrare intelligenti. I riff sono elementari, la produzione è rozza, l’esecuzione spesso approssimativa. Ma c’è una tale convinzione nel modo in cui tutto viene spinto oltre il limite da trasformare i difetti in una dichiarazione estetica. I Venom non cercavano di suonare meglio. Cercavano di suonare più cattivi, più rumorosi e più indecenti.

Il loro immaginario satanico seguiva esattamente la stessa logica. Più che un sistema filosofico o un’adesione a qualche oscura tradizione esoterica, sembrava il risultato di un adolescente lasciato solo davanti a una videoteca con accesso illimitato ai film della Hammer, a Mario Bava, a Zé do Caixão, ai fumetti Marvel e a un negozio di costumi teatrali. Il Satana dei Venom mi sembra molto più vicino al Son of Satan della Marvel che a un grimorio medievale. Non c’era alcun bisogno di andare a caccia di messaggi subliminali: il Capro Satanico era spiattellato in copertina, Satana compariva nei titoli, c’erano la Contessa Bathory, l’Inferno, le esequie premature, le streghe e tutto il repertorio disponibile.

Pelle, borchie, luci, effetti pirotecnici artigianali e un’attitudine da festa di paese organizzata da occultisti ubriachi completavano il quadro. Era talmente esplicito da diventare quasi innocente. E soprattutto era perfettamente coerente con lo spirito punk dei Venom: niente autorizzazioni, niente legittimazione, niente desiderio di essere rispettabili.

Il problema fu che quella porta l’avevano davvero aperta. Dopo Welcome to Hell e Black Metal, e con At War with Satan ancora capace di dimostrare che il trio aveva qualcosa da dire, dagli Stati Uniti arrivò una generazione di musicisti che prese quella lezione e la sviluppò con una competenza tecnica infinitamente superiore. Metallica, Slayer e compagnia erano più veloci, più duri, più precisi e molto più organizzati.

È un po’ come John Belushi che sfonda una porta a spallate e si ritrova immediatamente travolto dalla gente che aspettava proprio che qualcuno la aprisse: lui entra per primo, ma dietro di lui arriva una folla molto più numerosa, organizzata e attrezzata. I Venom avevano fatto saltare il lucchetto del metal estremo; Metallica, Slayer e gli altri arrivarono subito dopo e si presero l’intero edificio. Avevano aperto la strada, ma non erano attrezzati per percorrerla fino in fondo.

La loro stessa rozzezza, che all’inizio era stata un’arma, divenne progressivamente un limite. A questo si aggiunsero formazioni instabili, rapporti personali complicati e una gestione della carriera che raramente dava l’impressione di essere affidata a persone completamente sobrie. I Venom finirono per diventare una caricatura dei Venom: una sorte piuttosto ironica per un gruppo nato proprio dall’esagerazione.

Cronos, però, è rimasto. Lo scorso luglio l’ho visto al Luppolo in Rock. Non fu una performance memorabile: l’ho visto in altre occasioni francamente scazzato e annoiato, e anche stavolta non sembrava esattamente un uomo divorato dal sacro fuoco della performance. Ma il concerto fu dignitoso e, soprattutto, ebbe per me un interesse particolare perché permetteva di vedere il mito nella sua forma reale.

Sul palco non c’era l’immagine congelata del 1982. C’era un uomo di sessant’anni suonati che continuava a portare in giro il nome Venom, accompagnato da Rage e Dante. Mantas e Abaddon, i due compagni della formazione classica, appartengono ormai alla storia anche per le ragioni meno nobili possibili: rapporti deteriorati, separazioni e quella proverbiale capacità dei musicisti rock di trasformare decenni di collaborazione in una guerra civile permanente.

Eppure bastavano poche note. Un riff, quella voce, il basso. Non serviva che Cronos tornasse giovane e non sarebbe stato nemmeno interessante. Per qualche minuto riaffiorava l’idea originaria: quella di prendere il metal, strappargli via ogni residuo di buona educazione e vedere cosa succede quando lo si spinge fino al limite.

Si possono raccontare i Venom attraverso le genealogie del thrash, del black e del death metal, elencare le band che hanno influenzato e quelle che hanno influenzato loro. Tutto corretto. Ma prima della genealogia c’erano tre deficienti di Newcastle che facevano musica rozza ad altissimo volume e avevano deciso che tutto dovesse essere più sporco, più rumoroso e più offensivo.

In questo senso penso anche ai Plasmatics di Wendy O. Williams, più o meno contemporanei e dall’altra parte dell’Atlantico. Musicalmente erano un’altra cosa, naturalmente, ma condividevano una medesima insofferenza per la rispettabilità. Il rock non deve necessariamente aspirare all’elevazione spirituale. A volte può limitarsi a fare casino, sporcarsi le mani e mandare al diavolo il buon gusto.

Conrad Lant è morto a 63 anni, immediatamente commemorato pure da Mantas e Abaddon. Perché il rock è anche questo: puoi passare anni a odiarti e poi ritrovarti a spiegare al mondo quanto fosse importante la persona che fino all’altro ieri non volevi vedere nemmeno in fotografia. Ma Cronos appartiene ormai a quella categoria di personaggi che hanno superato la propria biografia. Non serve congelarlo nel 1982, con le borchie, il pentacolo e il trucco da film dell’orrore. È sufficiente far partire Welcome to Hell e lasciare che quei riff facciano il loro lavoro.

Conrad Lant è morto. Cronos no.

(Margherita Nanni)

Prompt:

1. Quando i Venom debuttarono con Welcome to Hell, nel 1981, io non ero ancora nata. Sono arrivata a loro molto dopo, ripercorrendo a ritroso l’albero genealogico della musica che amavo: per capire da dove venissero certe sonorità e certe estetiche sono finita prima o poi anche davanti a loro. Voglio partire da questa distanza temporale e generazionale, perché per me i Venom non sono stati una scoperta contemporanea alla loro esplosione, ma uno di quei gruppi che si incontrano quando si comincia a scavare nelle origini della musica che ci piace.
2. I Venom erano tre scalcagnati di Newcastle upon Tyne con un talento musicale discutibile e un’idea molto chiara: superare in musica tutti i limiti dell’oltraggio esistenti fino a quel momento. I riff dei Judas Priest, la velocità e il volume dei Motörhead, l’impatto scenico dei Kiss, il suono terroso e greve dei primi Black Sabbath, l’incoscienza e lo spirito corrosivo del punk: tutto insieme, tutto a volume 11. Non erano necessariamente migliori dei musicisti da cui prendevano ispirazione, anzi spesso erano molto peggiori: la loro forza stava nell’aver capito che si potevano prendere tutti quegli elementi e spingerli contemporaneamente verso l’eccesso.
3. Il tutto era condito da un immaginario horror e satanico estremamente grossolano e almeno altrettanto saporito, costruito sulle visioni notturne dei film della Hammer, di Mario Bava e di Zé do Caixão, oltre che sui fumetti: il satanismo dei Venom mi sembra molto più vicino al Son of Satan della Marvel che a un grimorio esoterico. Vestiti di pelle e borchie, con luci ed effetti pirotecnici artigianali e non esattamente rassicuranti, resero rapidamente obsoleta qualsiasi discussione sui presunti messaggi satanici nascosti nella musica: il Capro Satanico era spiattellato in copertina, Satana, la Contessa Bathory, l’inferno scatenato in terra, esequie premature e tutto il resto erano espliciti e ostentati in canzoni rozze e ignoranti, suonate male e prodotte peggio, ma eseguite con un’energia incontenibile.
4. Dopo due album incredibili come Welcome to Hell e Black Metal e un terzo, At War with Satan, comunque più che valido, la stella dei Venom si offuscò rapidamente. I loro pregi diventarono presto il loro difetto maggiore quando dagli Stati Uniti emersero le orde del thrash metal: Metallica, Slayer e compagnia erano più duri, veloci ed estremi dei Venom, sapevano suonare e avevano una professionalità che al trio di Newcastle era spesso completamente estranea. I Venom avevano scoperchiato un vaso di Pandora che finì per travolgerli: come John Belushi che sfonda una porta e poi viene travolto da tutti quelli che arrivano dietro di lui per accaparrarsi l’armadio dei liquori. Troppo disorganizzati, troppo rozzi e incapaci di gestire sé stessi e i propri rapporti, finirono rapidamente la loro missione e negli anni successivi diventarono spesso una caricatura di ciò che erano stati.
5. Lo scorso venerdì Cronos è morto. Io lo avevo visto appena a luglio al Luppolo in Rock: non fu una performance memorabile, ma fu comunque migliore di altre occasioni in cui l’avevo visto apparire francamente scazzato e annoiato. Mi interessa ricordarlo anche attraverso questo incontro ravvicinato e tutt’altro che mitologico: sul palco c’era un uomo di sessant’anni suonati che continuava a portare in giro il nome dei Venom assieme a un paio di raccattati (Mantas e Abaddon oggi commemorano Cronos, ma in perfetto stile rock, fino all'altro ieri si odiavano cordialmente), non un’icona congelata nel 1982. Eppure bastavano poche note perché tornasse fuori qualcosa di quell’idea originaria.
6. Il bello dei Venom, alla fine, è proprio la loro irriducibilità. Presi al loro meglio, saranno sempre quel gruppo di zozzi sottoproletari di Newcastle che facevano musica di merda ad altissimo volume e avevano deciso che tutto doveva essere più sporco, più rumoroso e più offensivo. Il loro nome non può essere speso per fare bella figura con le persone rispettabili, né con chi crede che il rock debba aspirare all’elevazione per diventare cultura. Anzi, credo che pochi siano stati onesti quanto loro nell’elevare lo schifo a cifra stilistica. Penso ai Plasmatics, grosso modo negli stessi anni ma dall’altra parte dell’Atlantico: esperienze diverse, ma la stessa insofferenza per la rispettabilità. Conrad Lant è morto, ma Cronos è immortale.

articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.

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