“It’s Clobbering Time”: anatomia di un meme

Ci sono frasi che nascono per esigenze molto modeste. Tipo: un tizio sta per menare qualcuno e vuole avvertirlo. Fine. Poi, per ragioni che nessuno aveva programmato, quella frase esce dal fumetto, entra nella musica hardcore, finisce nel wrestling e alla fine la conoscono milioni di persone che della sua origine non sanno assolutamente nulla. “It’s Clobbering Time” è una di queste.

La frase appartiene naturalmente a Ben Grimm, alias la Cosa dei Fantastici Quattro. Siamo nel 1964 e Stan Lee e Jack Kirby hanno a disposizione un omone di roccia arancione, permanentemente incazzato e con la delicatezza diplomatica di un bulldozer: cosa dovrebbe dire prima di prendere qualcuno a cazzotti? “È il momento di procedere all’interazione fisica”? No. “It’s Clobbering Time”, molto più correttamente. Nel fumetto la frase ha innanzitutto una funzione narrativa molto semplice: è il segnale che la Cosa sta per passare dalle parole alle mani. Diventa però anche una firma del personaggio, una di quelle formule che bastano da sole a evocarlo. Non è più soltanto una battuta dentro una scena: è una frase riconoscibile, pronta a essere estratta dalla storia e utilizzata altrove.

In Italia, peraltro, qualcuno ebbe la brillante idea di tradurla come “È tempo di distruzione”. Una scelta comprensibile, certo, ma piuttosto solenne per uno che, in sostanza, sta dicendo: “Adesso volano le mazzate”. “È tempo di mazzate” sarebbe stato probabilmente molto più aderente allo spirito dell’originale, oltre che infinitamente più Ben Grimm. Ma evidentemente nel doppiaggio e nell’adattamento italiano del fumetto ogni tanto abbiamo avuto paura che la Cosa sembrasse un po’ troppo… concreta.

Poi, nel 1989, succede qualcosa di completamente diverso: la frase smette di essere una battuta di un supereroe e diventa il titolo di una canzone hardcore. I Sick Of It All pubblicano Blood, Sweat & No Tears, il loro primo album, e dentro ci mettono “It’s Clobbering Time”. Non siamo più nel mondo narrativo della Marvel. La Cosa non sta pronunciando la frase e nessuno sta cercando di ricostruire una scena dei Fantastici Quattro. La band prende semplicemente una formula che conosce e la trasforma in un oggetto musicale.

I Sick Of It All amano i fumetti, conoscono Ben Grimm e quella frase gli piace. Ma, soprattutto, “It’s Clobbering Time” ha esattamente il tipo di energia che serve a una band hardcore: è breve, aggressiva, immediata, quasi fatta per essere gridata. Non occorre costruirci sopra una teoria della contaminazione culturale. A dei ragazzi che fanno hardcore piace la Cosa e pensano che quella frase sia un titolo perfetto. Fine. Il contesto, però, cambia completamente: nel fumetto “It’s Clobbering Time” è la minaccia annunciata da un personaggio; nel disco diventa un segnale identitario, qualcosa che appartiene all’immaginario della band e al suo modo di stare dentro la scena hardcore newyorkese. La frase è la stessa, ma non sta più facendo lo stesso lavoro.

Qualche anno dopo arriva CM Punk. Conosce i fumetti, conosce i Sick Of It All e comincia a usare “It’s Clobbering Time” già nel circuito indipendente. Quando arriva alla WWE nel 2005, la frase viaggia con lui. Nel wrestling cambia ancora funzione. Non è più il titolo di una canzone e non è più semplicemente una battuta appartenente a un personaggio dei fumetti. Diventa una catchphrase: qualcosa da pronunciare davanti a un pubblico, prima o durante lo scontro, fino a diventare associato direttamente alla persona che la usa.

E soprattutto entra in un mezzo capace di farla circolare ben oltre i confini delle due comunità che l’avevano preceduta. Un lettore di fumetti può riconoscere immediatamente Ben Grimm. Un ascoltatore hardcore può pensare ai Sick Of It All. Ma uno spettatore del wrestling può conoscere perfettamente “It’s Clobbering Time” senza avere mai letto un Fantastic Four e senza sapere minimamente chi siano i Sick Of It All.

Richard Dawkins, quando introdusse il concetto di meme in The Selfish Gene, indicava tra le caratteristiche decisive fedeltà, fecondità e longevità. Questa frase le mostra abbastanza bene tutte e tre. La fedeltà sta nel fatto che la formula rimane riconoscibile. La fecondità nella sua capacità di adattarsi a contesti diversi: prima una vignetta, poi una canzone, poi un ring televisivo. La longevità, invece, è quasi imbarazzante da dimostrare: una frase nata negli anni Sessanta continua a circolare nel 2026.

Non è necessario conoscere la genealogia per trasmettere qualcosa. La frase può arrivare a qualcuno attraverso CM Punk, che magari non sa nulla della sua prima apparizione nei fumetti. Oppure attraverso i Sick Of It All, senza che l’ascoltatore abbia mai letto una storia della Cosa. Il passaggio non conserva necessariamente tutte le informazioni precedenti. Conserva ciò che serve. È una specie di archeologia al contrario: il reperto sopravvive anche quando si è perso il museo da cui proviene.

E questo rende la vicenda più interessante dei soliti discorsi sul “meme” come fenomeno esclusivamente digitale. Qui non abbiamo immagini virali, algoritmi o social network. Abbiamo una frase che attraversa ambienti culturali molto diversi semplicemente perché ogni nuovo gruppo trova un motivo per farla propria. Il fumetto le dà un personaggio. L’hardcore le dà un suono. Il wrestling le dà un volto e un pubblico globale. Tre ambienti distinti, tre funzioni diverse, una stessa sequenza di parole.

Nessun piano quinquennale della cultura pop. Nessun ufficio marketing. Nessuna cabina di regia. Stan Lee e Jack Kirby volevano una battuta per la Cosa. I Sick Of It All volevano un titolo che avesse l’energia giusta. CM Punk aveva una passione per i fumetti, conosceva la band e trovò nella frase qualcosa che funzionava perfettamente per il wrestling. Il resto è trasmissione.

Ed è forse questo il lato più divertente della faccenda: le idee non hanno bisogno di essere profonde per durare. Devono essere riconoscibili, riproducibili e abbastanza elastiche da poter cambiare casa senza perdere la faccia. “It’s Clobbering Time” lo ha fatto per più di sessant’anni. Ogni volta ha perso qualcosa del contesto precedente e guadagnato qualcosa di nuovo.

Tre parole. Tre mondi. Sei decenni. E una quantità spropositata di botte.

(Margherita Nanni)

Prompt:

1. Voglio partire dalla storia di “It’s clobbering time!”, espressione pronunciata da Ben Grimm, la Cosa dei Fantastici Quattro, e diventata nel tempo una delle frasi più riconoscibili del personaggio. Mi interessa ricostruirne brevemente l’origine fumettistica, senza trasformare il pezzo in una storia dei Fantastici Quattro: quello che mi interessa è soprattutto il fatto che una battuta nata dentro una storia abbia cominciato a vivere anche fuori da essa.

2. nel 1989 “It’s Clobberin’ Time” diventa il titolo di una canzone del primo album dei Sick Of It All, *Blood, Sweat & No Tears*. La band, grande appassionata di fumetti, riprende consapevolmente l’espressione di Ben Grimm. Mi interessa il curioso salto fra due ambienti di cultura popolare apparentemente diversi — Marvel e hardcore newyorkese — senza cercare di attribuire alla scelta una profondità che non ha: era una citazione che piaceva ai musicisti e funzionava perfettamente anche nel loro immaginario.

3. Il wreslter CM Punk utilizza “It’s clobbering time!” già nel circuito indipendente e la porta poi nella WWE a partire dal 2005. Punk è appassionato di fumetti e conosce anche i Sick Of It All, quindi il percorso non è casuale: la frase arriva a lui attraverso una genealogia culturale precisa. Con la diffusione globale del wrestling televisivo, però, l’espressione perde progressivamente la necessità di essere conosciuta nella sua forma originaria: milioni di persone possono riconoscere “It’s clobbering time!” senza avere mai letto un fumetto di Stan Lee e Jack Kirby né ascoltato i Sick Of It All.

4. “It’s clobbering time!” mi sembra un esempio particolarmente pulito di elemento culturale che si replica per imitazione, attraversa individui e ambienti diversi e sopravvive modificando il proprio contesto. Voglio applicare i tre criteri indicati da Dawkins — fedeltà di replicazione, fecondità e longevità — mostrando concretamente come la frase li soddisfi.

5. Durante la trasmissione, un meme non deve necessariamente conservare la consapevolezza della propria origine. La frase di Ben Grimm è diventata prima un titolo hardcore e poi una catchphrase del wrestling: ogni passaggio ha aggiunto un nuovo pubblico e un nuovo significato d’uso, senza bisogno che il pubblico successivo conoscesse tutta la genealogia precedente. Fumetti Marvel, hardcore e wrestling sono normalmente trattati come compartimenti separati della cultura pop, mentre una singola frase li attraversa da oltre sessant’anni.

6. Voglio chiudere sulla distanza fra la serietà con cui oggi parliamo di “meme” e la banalità concreta con cui spesso avviene la trasmissione culturale: una battuta inventata per un personaggio dei fumetti può passare a una band hardcore perché ai musicisti piace quel personaggio, arrivare a un wrestler perché piace sia il fumetto sia quella band e infine diventare un fenomeno globale. Non serve che nessuno abbia progettato la diffusione, né che ci sia dietro una strategia culturale: basta che qualcosa sia abbastanza riconoscibile, riproducibile e adatto a essere riutilizzato. Le idee non hanno bisogno di essere profonde per sopravvivere. Basta che sappiano replicarsi.

articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"; niente titoli ai paragrafi; niente espressioni come "c'è qualcosa di", "ed è qui che", "è qui che"

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