Russia First

Donald Trump ha costruito la propria carriera politica promettendo di rimettere l’America al primo posto. Uno slogan semplice, efficace, perfetto per convincere gli elettori che qualcuno, prima di lui, abbia svenduto il Paese. Il problema comincia quando si passa dagli slogan alle decisioni concrete: alcune delle scelte della Casa Bianca sembrano infatti difficili da conciliare con gli interessi strategici che Trump sostiene di voler difendere.

Jacob Kaarsbo, già senior analyst del servizio d’intelligence militare danese, il Forsvarets Efterretningstjeneste, dove ha lavorato per quindici anni, sostiene una tesi radicale: Trump sarebbe da tempo un asset russo, una figura che il Cremlino avrebbe coltivato attraverso rapporti con Putin, oligarchi e apparati russi fin dagli anni Novanta. L’analista richiama anche il ruolo che il denaro russo avrebbe avuto nel sostenere l’impero imprenditoriale di Trump e la scarsa incisività delle sanzioni contro Mosca approvate dal Congresso americano. Sono accuse pesanti, che richiedono prove solide. Ma la questione può essere affrontata anche da un’altra prospettiva: quali risultati producono le decisioni del presidente americano, al di là delle sue eventuali motivazioni personali?

L’ultimo esempio è un accordo sul diesel russo che, per dimensioni e conseguenze, assomiglia più a un gesto politico che a una soluzione energetica per gli Stati Uniti. Il primo carico in arrivo sarebbe inferiore al consumo americano di diesel nell’arco di ventiquattr’ore. Una quantità marginale per un Paese delle dimensioni degli Stati Uniti, che potrebbe compensarla aumentando di appena il quattro per cento le importazioni dal Canada. Il beneficio per l’approvvigionamento americano appare dunque minimo, mentre l’operazione offre a Mosca l’occasione di dimostrare che può ancora trovare interlocutori negli Stati Uniti nonostante la guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali.

Se l’obiettivo fosse davvero garantire maggiore sicurezza energetica agli americani, esisterebbero alternative più semplici, a partire dal Canada, già integrato nel sistema commerciale nordamericano. Washington si assume invece il costo politico di riaprire una porta alla Russia per importare una quantità di carburante facilmente sostituibile. Si ottiene poco, si complica la propria posizione diplomatica e si può comunque presentare il risultato come una vittoria. Un capolavoro di efficienza, almeno secondo i criteri della comunicazione presidenziale.

La faccenda diventa ancora più surreale se si considera la situazione energetica russa. Secondo le informazioni riportate da Kaarsbo, Mosca avrebbe vietato le esportazioni di diesel mentre le difficoltà interne si aggravavano: circa il novanta per cento delle regioni segnalerebbe carenze e il settantacinque per cento starebbe razionando le vendite. La Russia sarebbe arrivata persino a importare diesel dalla Corea del Sud. Il Paese che ha fatto dell’energia una delle proprie principali armi di pressione internazionale si trova quindi alle prese con problemi di approvvigionamento sul mercato interno. In questo contesto, la spedizione verso gli Stati Uniti assume un significato che va oltre il suo valore commerciale: mostra quanto sia difficile isolare economicamente Mosca quando Washington stessa apre nuovi canali di scambio.

Una singola spedizione non risolve i problemi strutturali dell’economia russa e non modifica da sola gli equilibri della guerra. Il suo interesse sta soprattutto nella sproporzione tra il modesto ritorno energetico per gli Stati Uniti e il valore politico dell’operazione. È un dettaglio che merita attenzione anche per un’altra ragione: nella ricostruzione di Kaarsbo, i prezzi elevati del carburante sarebbero legati soprattutto alla guerra condotta da Trump contro l’Iran, più che agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, spesso indicati come causa delle tensioni sul mercato. La Casa Bianca contribuirebbe così a creare una parte del problema e cercherebbe poi una soluzione attraverso un accordo con Mosca. America First, certo. Purché nessuno chieda di controllare i conti.

La petroliera Minerva Zen, partita da San Pietroburgo il 22 settembre e diretta a Wilmington, è il simbolo materiale dell’operazione. Una nave attraversa l’Atlantico e porta carburante russo negli Stati Uniti mentre la guerra in Ucraina continua. Comprare energia non equivale automaticamente a sostenere un conflitto, ma il commercio internazionale non vive nel vuoto: la scelta dei partner, i tempi e le condizioni di un accordo hanno un significato particolare quando sono in gioco sanzioni e sicurezza europea.

Kaarsbo collega l’apertura americana anche alla possibilità che Putin stia stringendo una rete di ricatti personali attorno a Trump. La sua ipotesi è che il presidente russo cerchi di sfruttare informazioni compromettenti, o kompromat, per indurre Washington a fare pressione sull’Ucraina. In questa ricostruzione, la riduzione della condivisione d’intelligence con Kyiv diventerebbe una leva decisiva: meno informazioni a disposizione degli ucraini significherebbero maggiori difficoltà nel contrastare gli attacchi russi e più pressione sul governo di Volodymyr Zelensky affinché accetti condizioni sfavorevoli.

L’esistenza di un sistema di ricatti personali richiede prove e non può essere trattata come un fatto accertato soltanto perché offre una spiegazione suggestiva. Il problema militare, però, è concreto: l’intelligence condivisa con Kyiv contribuisce alla capacità ucraina di individuare minacce e organizzare la difesa. Una sua eventuale riduzione avrebbe conseguenze operative, indipendentemente dalle ragioni che la determinassero. È su queste conseguenze che dovrebbe concentrarsi il dibattito, anziché trasformare ogni analisi in un processo alle intenzioni di Trump.

Anche il quadro diplomatico merita attenzione. Gli incontri e i negoziati organizzati a Miami e Gedda potrebbero essere interpretati come tentativi di costruire una soluzione alla guerra, ma resta il dubbio che servano soprattutto a guadagnare tempo, mantenendo aperto il dialogo con Washington mentre la Russia continua a perseguire i propri obiettivi. Se i colloqui diventano un modo per rinviare decisioni difficili, attenuare le sanzioni e dividere gli alleati occidentali, la diplomazia rischia di trasformarsi in un esercizio di gestione del conflitto anziché in uno strumento per concluderlo.

In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo di Kirill Dmitriev, interlocutore russo coinvolto nei contatti con gli americani. Secondo le ricostruzioni citate dall’analista, sul tavolo ci sarebbero anche accordi economici di ampia portata: il possibile ripristino del Nord Stream, con il sostegno dell’AfD tedesca; l’acquisto di attività estere di Lukoil per circa venti miliardi di dollari, coinvolgendo investitori degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar; e un possibile allentamento delle sanzioni contro la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, alleato fondamentale di Putin. Si tratta di ipotesi e trattative da distinguere dagli accordi effettivamente conclusi. Il loro insieme suggerisce comunque che il dialogo con Mosca possa includere la riapertura di importanti canali economici mentre la guerra è ancora in corso.

Il Nord Stream è molto più di un tubo sul fondo del Baltico. È stato uno strumento con cui la Russia ha costruito dipendenze economiche e politiche in Europa, sfruttando la necessità tedesca di energia a basso costo. Ripristinarlo significherebbe rimettere sul tavolo una delle principali vulnerabilità strategiche emerse negli ultimi anni. Quanto agli asset di Lukoil e alle sanzioni bielorusse, la domanda è semplice: quale contropartita concreta riceverebbero gli Stati Uniti e i loro alleati? Se la risposta fosse soltanto la promessa di Putin di comportarsi finalmente da interlocutore ragionevole, saremmo davanti a una fiducia mal riposta che la storia recente ha già ampiamente sconsigliato.

Trump ha fatto della propria capacità di concludere accordi una parte essenziale della sua immagine pubblica. Ogni controversia diventa una trattativa, ogni alleanza una voce di bilancio, ogni avversario qualcuno con cui sedersi a un tavolo per ottenere un vantaggio immediato. Il problema è che gli Stati non sono aziende da ristrutturare e la sicurezza internazionale non si misura soltanto in termini di guadagno a breve termine. Un’intesa può convenire a una cerchia di operatori economici e contemporaneamente compromettere gli interessi strategici del Paese che la promuove. Si può concludere un affare e ritrovarsi in una posizione peggiore di prima.

La contraddizione con America First è evidente. Se l’interesse nazionale americano è davvero la bussola di Trump, quale vantaggio giustifica operazioni energetiche marginali, aperture economiche verso Mosca e pressioni sulla nazione invasa? La capacità di negoziare non si misura dal numero di accordi conclusi, ma dalle condizioni ottenute e dalle conseguenze che ne derivano. Un presidente non può rivendicare ogni intesa come una vittoria soltanto perché è riuscito a firmarla.

Il Congresso conserva strumenti per controllare l’esecutivo e limitare decisioni che compromettano gli interessi del Paese. Kaarsbo individua proprio nelle istituzioni americane un possibile argine, ma invita anche i leader europei a smettere di aspettare che Washington corregga da sola la propria rotta. Rafforzare la difesa comune, sostenere l’Ucraina e coordinare le sanzioni diventa indispensabile per ridurre la dipendenza dalle oscillazioni della Casa Bianca. L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti in ogni campo, ma può evitare di lasciare che le proprie scelte di sicurezza dipendano interamente da quelle di un singolo presidente.

Resta una domanda: quanto a lungo gli alleati americani possono ignorare la distanza tra le promesse di Trump e le sue decisioni? Le accuse di Kaarsbo richiedono verifiche; le scelte della Casa Bianca meritano un giudizio fondato sui loro effetti. America First è uno slogan. La sicurezza di un continente, purtroppo, non lo è.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web

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\- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
\- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.

[SCALETTA E CONTENUTI]:
Queste non sono teorie complottiste da social: sono notizie e analisi sostenute da esperti come **Jacob Kaarsbo**, ex senior analyst ed esperto di intelligence per il **Danish Defence Intelligence Service** (Servizio d’Intelligence della Difesa Danese / **Forsvarets Efterretningstjeneste**), dove ha prestato servizio per 15 anni. Secondo Kaarsbo, l’accordo sul diesel tra Trump e Putin non è una semplice questione energetica, ma qualcosa di molto più grave.
Kaarsbo sostiene che Trump sia da anni un **asset russo**. I suoi legami con Putin, gli oligarchi e i servizi russi risalgono agli anni ’90: senza i soldi russi, dice, il suo impero societario sarebbe fallito. Per questo non avrebbe mai applicato davvero le sanzioni approvate dal Congresso.
L’accordo sul diesel, presentato come una maxi-intesa, sarebbe in realtà un **regalo in ritardo a Putin**. I prezzi alti del diesel non dipendono dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe, ma dalla guerra di Trump contro l’Iran. I volumi previsti sono troppo bassi: il primo carico copre meno di 24 ore di consumo USA; basterebbe aumentare del 4% le importazioni dal Canada.
La Russia ha vietato l’export di diesel, il 90% delle regioni segnala carenze e il 75% ha razionato le vendite, arrivando a importare dalla Corea del Sud. Perché allora chiudere l’accordo? Secondo Kaarsbo, Putin vuole **stringere la rete di ricatti e kompromat** su Trump e spingere gli USA a premere sull’Ucraina, riducendo il supporto d’intelligence a Kyiv. Non a caso la petroliera **Minerva Zen** è partita da San Pietroburgo il 22 settembre ed è diretta a Wilmington.
I negoziati di Miami e Gedda sarebbero solo manovre dilatorie. Dietro le quinte, con **Kirill Dmitriev**, si discutono accordi energetici: ripristino dei gasdotti **Nord Stream** con l’appoggio dell’**AfD** tedesca; acquisto degli asset esteri di **Lukoil** per 20 miliardi con investitori di UAE e Qatar; allentamento delle sanzioni sulla **Bielorussia** di Lukashenko.
Se ancora non aveste capito: secondo questa analisi, Trump sta scongelando Putin e la sua rete eversiva. Solo il Congresso potrebbe bloccare questa deriva, ma da europei Kaarsbo esorta i leader europei a prendere in mano la situazione, senza attendere che l’America torni in sé.

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