
Donald Trump ha riassunto la propria politica estera in due mosse. Prima annuncia un’intesa con Vladimir Putin per le forniture di diesel russo e allenta temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni. Poi dichiara che l’Ucraina dovrebbe scegliersi un altro presidente. Putin ottiene un’apertura economica, Volodymyr Zelensky una lezione di democrazia impartita dalla Casa Bianca. Nel frattempo, l’Ucraina continua a essere invasa e bombardata.
Trump ha presentato l’accordo come una risposta alla crescita dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, aggravata dalla crisi energetica legata alla guerra con l’Iran. L’intesa prevede una prima fornitura di oltre 300 mila tonnellate di diesel, con ulteriori consegne annunciate per i mesi successivi. Resta da verificare quanto l’operazione riuscirà davvero a incidere sui prezzi. Il vantaggio immediato per Mosca, invece, è più facile da individuare: riaprire uno spazio commerciale per i propri prodotti energetici e incassare denaro mentre prosegue la guerra contro l’Ucraina.
Trump ha un talento raro: riesce a presentare qualsiasi giravolta come una prova della propria genialità. Se concede qualcosa a Putin, è perché sa negoziare; se mette sotto pressione Zelensky, è perché sa negoziare; se gli alleati protestano, evidentemente non hanno capito la genialità della negoziazione. Non occorre attendere i risultati: basta annunciare l’accordo, accendere le telecamere e proclamarsi vincitori.
La questione è semplice: che cosa avrebbe ottenuto Washington in cambio dell’allentamento delle restrizioni? Quali impegni verificabili avrebbe assunto Mosca? E perché il costo dell’operazione dovrebbe ricadere proprio sull’Ucraina, che da anni subisce l’aggressione russa? Se l’obiettivo è abbassare i prezzi dei carburanti, occorre dimostrare che l’accordo possa riuscirci in misura significativa. Se invece il risultato è offrire nuove entrate alla Russia senza ottenere concessioni concrete, chiamarlo successo non lo trasforma in tale.
Ma l’America di Trump non è tutta d’accordo con Trump. Al Congresso si sta preparando una risposta bipartisan. Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick ha annunciato un disegno di legge per bloccare qualsiasi acquisto di petrolio russo, con il nome di Ronald Reagan Peace Through Strength Act, la legge di Ronald Reagan sulla pace attraverso la forza. Il richiamo è eloquente: mentre il presidente cerca un’intesa energetica con Putin, alcuni suoi colleghi vogliono impedire che il denaro americano alimenti le risorse del Cremlino.
Fitzpatrick intende portare il testo al voto della Camera anche senza il consenso della leadership, attraverso una discharge petition: la procedura consente di forzare l’esame di una proposta se raccoglie le firme di almeno 218 deputati. Il repubblicano prevede un sostegno molto ampio; il collega Don Bacon ha già dichiarato che appoggerà l’iniziativa. Per ora il provvedimento è stato annunciato, non approvato, e il percorso parlamentare resta da compiere. Ma il segnale è chiaro: la contestazione dell’intesa con Mosca attraversa anche il Partito repubblicano.
La contraddizione americana diventa ancora più evidente il 10 ottobre 2026, quando Trump invoca la necessità che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, accusando Zelensky di non essere riuscito a concludere un accordo. È una dichiarazione che rovescia i termini della questione. La Russia ha invaso un Paese sovrano, ma a essere messo sotto esame è il presidente del Paese aggredito, perché non ha accettato una soluzione gradita a Washington.
La democrazia, evidentemente, è sacra quando porta alla Casa Bianca il candidato giusto; altrove può diventare una questione da ridiscutere su suggerimento americano. Zelensky può essere criticato, come qualsiasi capo di governo, e le scelte ucraine possono essere discusse. Ma decidere chi debba guidare l’Ucraina spetta agli ucraini, non al presidente degli Stati Uniti.
Nella stessa giornata, un attacco russo a Zaporizhzhia ha ucciso civili. Mentre Trump tratta con Putin e rimprovera Zelensky, le bombe russe continuano a colpire città ucraine. Il presidente americano sembra interessato soprattutto a ottenere un accordo da esibire come vittoria personale. Una fotografia con una stretta di mano, però, non basta a garantire che Mosca rispetti gli impegni o rinunci a nuove aggressioni.
A quanto pare, nel mondo trumpiano consultare gli alleati è una perdita di tempo: molto meglio telefonare al capo del problema e annunciare che il problema è risolto. Ma la Russia non ha abbandonato i propri obiettivi in Ucraina e le aperture economiche non sono, da sole, una strategia diplomatica. Se Mosca incassa e continua a combattere, l’affare sarà stato vantaggioso per il Cremlino, non per la sicurezza europea.
L’Europa dovrebbe smettere di comportarsi come se la propria sicurezza fosse una prestazione esterna rinnovabile di anno in anno. L’autonomia strategica non significa rompere con gli Stati Uniti, né fingere che il sostegno americano non sia stato importante. Significa evitare che la difesa del continente dipenda dagli umori di un presidente che può cambiare linea da un giorno all’altro e trattare con Putin senza un accordo condiviso con gli alleati.
Servono capacità militari, produzione industriale, coordinamento e una strategia credibile di lungo periodo. Soprattutto, occorre sostenere l’Ucraina finché non esistano condizioni per un accordo che non si limiti a ratificare le conquiste russe. Una tregua che permettesse a Mosca di riorganizzarsi e ripartire all’attacco sarebbe soltanto una pausa, pagata dagli ucraini e potenzialmente dagli europei.
Il sostegno a Kyiv deve accompagnarsi a obiettivi chiari e a una discussione adulta sui costi, sui limiti e sulle condizioni di un eventuale accordo. Non si tratta di promettere una guerra senza fine, ma di evitare che la parola «pace» diventi un modo elegante per chiedere alla vittima di arrendersi.
In Italia, del resto, le ambiguità verso Mosca non sono una novità né un incidente di percorso. Se ricordate un mio recente articolo, avevo descritto il Campo largo come un’area attraversata da una linea di sostanziale acquiescenza verso la Russia, con Giuseppe Conte nella parte che ho definito, senza troppi giri di parole, la linea Vichy: quella di chi, davanti all’aggressione, finisce per chiedere soprattutto alla vittima di fare concessioni, mentre le responsabilità dell’aggressore scivolano sullo sfondo. Una posizione che può presentarsi come pacifismo, prudenza o realismo, ma che rischia di coincidere con gli obiettivi del Cremlino.
Fuori dal Campo largo, l’altra testa di ponte è Roberto Vannacci, con un sovranismo che, quando si tratta della Russia, sembra dimenticare proprio quella sovranità nazionale che proclama di difendere. Il linguaggio e la collocazione sono diversi, ma il risultato può convergere: indebolire il sostegno all’Ucraina, delegittimare la risposta europea e presentare le pretese di Mosca come esigenze da comprendere, se non addirittura da soddisfare. Da una parte il presunto realismo, dall’altra la sfida alle élite; in mezzo, una Russia che può incassare i dividendi di entrambe le narrazioni.
Per questo il Campo largo non può cavarsela con qualche dichiarazione di principio sull’Europa o con formule generiche sulla pace. Il PD e il Movimento 5 Stelle devono chiarire quale sostegno intendano garantire all’Ucraina, quali condizioni ritengano irrinunciabili in un negoziato e se riconoscano davvero a Kyiv il diritto di decidere il proprio futuro. Conte, in particolare, non può invocare la diplomazia come risposta universale senza spiegare che cosa dovrebbe fare l’Ucraina e che cosa, invece, dovrebbe essere richiesto a Putin. Se le concessioni sono sempre attese da una parte sola, non siamo davanti a una strategia di pace: siamo davanti a una resa presentata con un nome più presentabile.
Gli elettori hanno il diritto di sapere che cosa si nasconde dietro queste formule. Chi contesta gli aiuti a Kyiv deve dire che cosa propone al loro posto; chi invoca il negoziato deve indicare quali garanzie pretende da Mosca; chi si proclama sovranista deve spiegare perché la sovranità ucraina dovrebbe valere meno di quella russa. Le etichette non bastano più. Il vecchio trucco di presentare ogni cedimento come una prova di saggezza diplomatica merita di essere chiamato con il suo nome, non premiato con un altro giro di applausi.
La vicenda americana dimostra che la linea di Trump non coincide con quella di tutti gli Stati Uniti. Il Congresso si prepara a contrastare il suo accordo con la Russia proprio nel nome della fermezza verso Mosca. Non è ancora una legge, ma l’iniziativa mostra che esistono istituzioni e parlamentari disposti a contestare le scelte della Casa Bianca.
Il punto non è scegliere tra fedeltà agli Stati Uniti e ostilità verso Washington. È capire che gli interessi europei non possono essere affidati alla speranza che Trump, Putin o qualunque altro leader decida spontaneamente di tutelarli. Un continente che vuole contare deve essere capace di agire, negoziare e difendersi senza aspettare istruzioni.
Trump può continuare a proclamarsi il più grande negoziatore della storia. Putin può cercare di trasformare ogni apertura occidentale in un vantaggio per la Russia. E in Europa ci sarà sempre qualcuno pronto ad applaudire, convinto che assecondare i potenti sia una forma raffinata di realismo. Ma il successo di una trattativa non si misura dagli annunci davanti alle telecamere: si misura dagli impegni ottenuti, dalla sicurezza di chi è stato aggredito e dalla capacità di impedire che l’aggressore torni a colpire. Tutto il resto è pubblicità.
(Serena Russo)
Prompt:
1: L’accordo Trump-Putin sul diesel russo e le dichiarazioni su un “nuovo presidente” per l’Ucraina sono l’ultimo schiaffo a Kiev e alla sicurezza europea. Trump agisce e parla come un asset russo. Ha finalmente gettato la maschera: non è più tempo di ambiguità.
2: L’Europa, però, continua a balbettare. Esprime preoccupazione, rinnova il dialogo, aspetta chiarimenti. I suoi dirigenti sembrano più preoccupati di non irritare la Casa Bianca che di difendere l’autonomia europea. Un continente diviso, con governi che chiedono udienza a Washington uno alla volta, è molto più comodo per il progetto di potere americano.
3: Le dipendenze europee sono reali, a cominciare da quella militare. Proprio per questo avrebbero dovuto spingerci a costruire una difesa comune. Invece diventano l’alibi per rinviarla. Servono una capacità comune di difesa, un sostegno all’Ucraina che non dipenda dagli umori della Casa Bianca, leggi valide anche per i colossi americani e risposte credibili alle pressioni commerciali. Ogni concessione fatta per placare Trump gli insegna quanto convenga minacciare la prossima volta. Cerchiamo anche eventuali opposizioni al piano di Trump interne agli Stati Uniti.
4: Ora però il tema interpella direttamente il Campo largo, il PD e Conte. È il momento di decidere chiaramente da che parte stare. Trump è un nemico dell’Europa e della resistenza democratica ucraina contro l’invasione criminale di Putin e il suo delirio imperialista. Non si può più andare avanti con ambiguità e strategie elettorali.
5: Questi tempi richiedono coraggio, visione e leadership. Una leadership che non asseconda le paure per consenso, ma indica la strada più giusta per proteggere le nostre democrazie sotto attacco. Basta con le «cazzate propagandiste» e con la scusa di trovare un mediatore europeo per parlare con Putin: è semplicemente ridicolo. Chi non condanna Trump come nemico dell’Europa e non sostiene con chiarezza l’Ucraina è fuori dalla Storia.
6: Per me questo sarà l’unico tema su cui deciderò chi votare. Senza una posizione netta, non potrò votare Campo largo. L’Europa deve alzarsi dal tavolo quando serve. A forza di chinarsi per salvare la relazione, finirà per accorgersi che le hanno portato via anche la sedia.
articolo: 1, 2, 3, 4 ,5, 6; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre. Non ripetere i concetti. Non mi mettere link.
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