Mosca ha due teste

Con Vannacci a destra e Conte a “sinistra” — virgolette obbligatorie per l’Azzeccagarbugli del Tavoliere — il Cremlino ha in Italia una partita nella quale può guadagnare anche senza vincere le elezioni. Se il centrodestra imbarca Futuro Nazionale, può conquistare la maggioranza parlamentare ma ritrovarsi con una linea estera condizionata proprio da Vannacci e dal suo partito. Se invece lo tiene fuori, rischia di consegnare il governo a un centrosinistra nel quale Conte ha trasformato il rifiuto della prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv in una precisa discriminante. Le posizioni dei due non sono identiche. Anzi: sono profondamente diverse. Ed è proprio questo il punto. Si può fare il gioco di Mosca in modi differenti: uno può passare dall’esaltazione della forza nazionale e dalla demolizione dell’ordine liberale; l’altro dalla convinzione che la pace si ottenga soprattutto adattandosi ai rapporti di forza imposti dall’aggressore. Cambia la strada. La destinazione strategica può essere simile: un’Europa più debole, più divisa e meno capace di sostenere Kyiv. E la Russia ringrazia.

L’obiettivo dell’imperialismo russo è ormai difficile da ignorare. Putin ha trasformato l’invasione dell’Ucraina nella guerra attraverso la quale Mosca cerca di ridefinire gli equilibri dello spazio post-sovietico e, più in generale, i rapporti di forza in Europa. Dopo l’Ucraina, i Paesi baltici e la Moldavia appartengono a scenari molto diversi, ma vengono inevitabilmente osservati attraverso questa lente. Per consolidare la propria posizione, il Cremlino ha interesse a un’Europa divisa e militarmente dipendente. La guerra ibrida contro gli Stati europei — disinformazione, cyberattacchi, operazioni di influenza e altre forme di pressione — è documentata dalle istituzioni europee. Questo non significa che ogni esponente che contesta la strategia occidentale sia un agente russo. Significa guardare agli effetti concreti delle sue posizioni invece di inventare regie segrete.

Futuro Nazionale va dunque osservato per quello che propone. Vannacci rivendica una linea fondata sull’interesse nazionale, critica la prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv, guarda con forte diffidenza all’integrazione europea e sostiene una drastica riduzione delle competenze dell’Unione. Non occorre immaginare telefonate segrete con il Cremlino per capire perché una simile impostazione possa risultare funzionale agli interessi russi: basta chiedersi cosa accadrebbe a una coalizione di governo se pochi parlamentari diventassero indispensabili per approvare una determinata strategia estera. La politica, qualche volta, è meno misteriosa di quanto sembri. Si chiama aritmetica.

Per questo il Parlamento dovrebbe pretendere un quadro serio delle interferenze straniere nel sistema italiano. Il Copasir ha gli strumenti per occuparsene: servirebbero verifiche sulle eventuali fonti di finanziamento, analisi delle operazioni di influenza e, per quanto possibile, conclusioni pubbliche prima del voto. Una democrazia adulta non deve avere paura di sapere chi cerca di influenzarla. Deve avere paura, semmai, di non volerlo sapere.

Ma c’è un piano più profondo. Voglio fare una cosa deliberatamente provocatoria: voglio provare a leggere Vannacci attraverso la categoria del fascismo e Conte attraverso quella del vichysmo. Non perché siano letteralmente Mussolini e Pétain — sarebbe una sciocchezza storica — ma perché queste due esperienze illuminano due atteggiamenti diversi davanti alla crisi dell’ordine europeo. Due modi, per dirla brutalmente, nei quali si può finire a fare il gioco russo.

Nel caso di Vannacci, il riferimento al fascismo serve a mettere a fuoco una precisa idea della nazione e del potere: una comunità assediata, un’identità da difendere, il pluralismo trattato come debolezza, la forza elevata a criterio di ordine. È questa la matrice che mi interessa. Il fascismo italiano non fu soltanto nazionalismo muscolare: fu dittatura, culto del capo, repressione del dissenso, organizzazione totalitaria dello Stato. Ma proprio per questo la sua lezione può essere letta anche attraverso ciò che precedette e alimentò quella trasformazione: la convinzione che la società fosse diventata troppo debole, frammentata e corrotta per difendersi da sola e che servissero disciplina, gerarchia, identità e autorità. Trasportata nell’Europa di oggi, questa mentalità porta facilmente a guardare con sospetto tutto ciò che limita la sovranità nazionale: l’Unione, le istituzioni comuni, i vincoli multilaterali, perfino l’idea che la sicurezza europea dipenda dalla capacità di agire insieme. Il risultato sarebbe un continente di Stati più soli, ciascuno intento a trattare con le potenze che ha davanti. Per Mosca, un interlocutore ideale.

Con Conte il paragone è diverso. Per capire quello che chiamo vichysmo bisogna ricordare cos’era Vichy: la Francia sconfitta del 1940, il regime di Pétain che, invece di continuare la guerra contro la Germania nazista, scelse la collaborazione con il vincitore e costruì la propria legittimità sulla promessa di salvare il Paese adattandosi alla nuova realtà dei rapporti di forza. È questo atteggiamento che mi interessa come metafora. Non la collaborazione formale con un occupante, che ovviamente non esiste nell’Italia contemporanea, ma l’idea che davanti a una potenza aggressiva la strada più ragionevole sia accettarne sostanzialmente le condizioni, chiamando questa rinuncia realismo, pragmatismo o ricerca della pace.

Ecco i due estremi. Vannacci rappresenta, nella mia lettura, la via della forza identitaria: rendere l’Europa più nazionale, più chiusa, più diffidente verso le proprie istituzioni comuni. Conte rappresenta la via dell’adattamento: ridurre il confronto con la Russia accettandone progressivamente i rapporti di forza come dato naturale. Uno dice: torniamo a essere nazioni forti e pensiamo ciascuno per sé. L’altro: smettiamo di alimentare il conflitto e troviamo un accordo con chi oggi dispone della forza militare. Ricette opposte, dunque, che possono produrre lo stesso effetto: una risposta europea meno coesa alle pressioni russe.

Il canarino nella miniera, a quel punto, torna a essere il popolo ebraico. Non perché gli ebrei debbano diventare il simbolo permanente delle nostre colpe europee, ma perché la loro storia permette di riconoscere rapidamente il momento in cui una società comincia a considerare una minoranza come un corpo estraneo. L’antisemitismo contemporaneo cambia linguaggio con straordinaria disinvoltura. Può vestirsi da neonazismo, complottismo, fanatismo religioso, antioccidentalismo oppure da un antisionismo che perde progressivamente di vista il confine tra critica a uno Stato e demonizzazione degli ebrei. Basta leggere certi commenti online per scoprire quanto vecchi schemi siano tornati a circolare con una confezione aggiornata: élite onnipotenti, banche controllate da qualcuno, guerre organizzate nell’ombra, popoli manipolati da poteri occulti. I Protocolli dei Savi di Sion hanno cambiato grafica, ma il software è rimasto sorprendentemente simile.

E mentre una parte della destra e della sinistra ripete che “AfD va capita”, sarebbe interessante osservare cosa succede quando la comprensione diventa pratica amministrativa. A Heidenau, in Sassonia, il consiglio comunale ha votato, con il sostegno di CDU e AfD, contro la posa di nuove Stolpersteine, le pietre d’inciampo dedicate alle vittime del nazismo. La motivazione ufficiale riguarda il modo in cui questi piccoli monumenti vengono collocati sui marciapiedi e la possibilità di ricordare le vittime in altri luoghi. Alcuni familiari delle vittime hanno sostenuto la scelta. Non è dunque corretto trasformare la vicenda nello slogan secondo cui “la CDU vuole cancellare la Shoah”. Il dato resta però significativo: mentre l’estrema destra torna a conquistare spazio, una comunità decide di togliere dalla quotidianità una forma concreta della memoria delle persecuzioni.

L’antisemitismo, naturalmente, ci spiegheranno ancora una volta che non c’entra. Non c’entra quando si riscrivono le responsabilità della Shoah. Non c’entra quando si attribuisce agli ebrei europei ciò che fa il governo israeliano. Non c’entra quando una persona viene aggredita perché ebrea e qualcuno risponde che bisogna prima capire cosa succede a Gaza. Non c’entra mai. È una curiosa patologia linguistica: l’antisemitismo sembra essere l’unica forma di odio che debba presentarsi personalmente all’anagrafe prima di poter essere riconosciuta.

Il problema europeo, tuttavia, non si risolve con le etichette. Restano da decidere la capacità autonoma di difesa dell’Europa, il rapporto con gli Stati Uniti, il sostegno all’Ucraina e l’ordine di sicurezza da costruire dopo la guerra. Nel frattempo bisogna affrontare interferenze straniere, disinformazione, crescita delle forze nazionaliste e una nuova vulnerabilità culturale nei confronti del complottismo. Continuare a rimandare significa lasciare che siano gli eventi a prendere queste decisioni al posto nostro.

Esiste ancora una porta europea da cui passare, anche se è sempre più stretta. È quella di un accordo trasversale sulle questioni fondamentali: sostegno all’Ucraina, rafforzamento della difesa comune, piena lealtà atlantica e contrasto alle interferenze straniere. Il cosiddetto Terzo Polo è piccolo, fragile e attraversato da ambizioni personali che spesso sembrano avere più energia delle sue percentuali elettorali. Ma proprio per questo dovrebbe comprendere che la leadership viene dopo. Prima vengono le condizioni.

La discriminante, allora, non deve essere necessariamente destra o sinistra. Deve essere verificabile. Qual è la posizione sull’aggressione russa? Quale sostegno si intende garantire a Kyiv? Quale ruolo si assegna alla NATO? Quanta difesa europea si è disposti a finanziare? Come si intende contrastare le interferenze straniere? E quale atteggiamento si assume davanti alla riscrittura della memoria e alla normalizzazione dell’antisemitismo? Su queste domande possono emergere alleanze diverse da quelle tradizionali. Ma devono poggiare su impegni pubblici, non sulla speranza che, una volta arrivati al governo, tutti dimentichino quello che avevano promesso.

La Russia, in fondo, non ha bisogno che l’Italia diventi filorussa. Le basta che diventi incapace di decidere. Non ha bisogno di conquistare la maggioranza di un Parlamento europeo. Le basta che le maggioranze si rompano ogni volta che devono assumere una responsabilità. E non ha bisogno che gli europei smettano di ricordare Auschwitz. È sufficiente che comincino a considerare quella memoria un fastidio, qualcosa da spostare altrove, una pietra che si può togliere dal marciapiede perché “tanto il nome della vittima lo possiamo ricordare anche da un’altra parte”.

La storia raramente ricomincia nello stesso modo. Cambia parole, simboli, protagonisti e uniformi. Quello che tende a ripresentarsi sono i meccanismi: la ricerca del nemico interno, la fascinazione per il potere forte, la rinuncia alla responsabilità in cambio della promessa di stabilità, la manipolazione della memoria. Per riconoscerli serve una cosa terribilmente poco spettacolare: guardare i fatti, uno per uno. È molto meno divertente di una tifoseria. Ma, a differenza della tifoseria, serve a capire dove stiamo andando.

(Serena Russo)

Prompt:

Intro: Con Vannacci a destra e Conte a "sinistra" (virgolette obbligatorie per l'Azzeccagarbugli del Tavoliere), il Cremlino ha in Italia una partita in cui vince comunque. Se il centrodestra imbarca Futuro Nazionale, può vincere le elezioni ma con una politica estera ostaggio proprio di Vannacci e del suo partito: l’alleato più ambiguo, oggettivamente funzionale al disegno del Cremlino, anche senza bisogno di attribuirgli una regia moscovita. Se invece lo respinge, rischia di consegnare la vittoria a un centrosinistra egemonizzato da Conte, con lo stesso esito strategico. In entrambi i casi, il sostegno all’Ucraina e il rilancio della sicurezza europea diventano materia di trattativa. E la Russia vince.

parte 1: L’obiettivo dell’imperialismo russo è chiaro: riportare sotto controllo lo spazio dell’ex Unione Sovietica. Dopo l’Ucraina, i paesi baltici e la Moldavia sono i fronti più esposti. Per arrivarci, Putin ha bisogno che l’unità europea si spezzi. Germania, Francia e Italia sono da tempo bersaglio di una guerra ibrida fatta di disinformazione, finanziamenti opachi e sponde politiche. Futuro Nazionale va letto in questo quadro: non serve attribuirgli una regia moscovita per coglierne la funzione. Anche ridimensionato, a un partito basta spostare pochi punti decisivi per rendere ricattabile un’intera coalizione. Per questo il Parlamento dovrebbe chiedere al Copasir un’indagine sulle interferenze straniere nel sistema politico italiano, con audizioni riservate ma conclusioni pubbliche prima del voto.

parte 2: Ma c’è un piano più profondo, che non riguarda solo la geopolitica. La proposta di Vannacci è apertamente nazifascista; quella di Conte è vichyista (spiega la repubblica di Vichy brevemente). L’Italia e l’Europa sono schiacciate in questa morsa, e il canarino nella miniera è di nuovo il popolo ebraico: la sua storia viene riscritta alla Goebbels, mentre crescono esclusione, minacce e aggressioni, che troppi sofisti ogni giorno provano spudoratamente a giustificare. Basta leggere i commenti miserabili online per capire in quale poltiglia propagandistica da “Protocolli” sono state diseducate generazioni del lungo dopoguerra. “AfD va capita”, ripetono a destra e a sinistra.

parte 3: A Heidenau l’hanno capita benissimo anche nella Cdu: insieme hanno votato per impedire la posa di nuove pietre d’inciampo nelle strade della città. I nomi delle vittime del nazismo, secondo loro, potranno essere ricordati altrove. L’antisemitismo, ci spiegheranno, non c’entra mai. Nemmeno quando si decide di cancellare dalla vita quotidiana la memoria dei perseguitati. Questo non è un dettaglio: è il cuore morale della stessa deriva illiberale che indebolisce l’Europa e favorisce chi vuole spezzarla.

parte 4: Esiste però una porta di politica europea da cui si può ancora passare, anche se è sempre più stretta. Quella del Terzo Polo, che ahinoi è piccola, fragile, irrilevante. Ma la posta oggi è più alta delle ambizioni personali: unità d’azione subito, questione della leadership dopo. A questa nuova formazione spetta un gesto preciso: dichiararsi pronta a sottoscrivere un patto nazionale ed europeo con chiunque ne accetti le discriminanti. Sostegno all’Ucraina fino a una pace giusta, rilancio della difesa comune europea, piena lealtà atlantica.

parte 5: La discriminante non è più destra o sinistra: è Kyiv. Se Fratelli d’Italia e Forza Italia scelgono questo patto invece di Vannacci, i riformisti devono essere disponibili a governare con loro. Se a sceglierlo è un centrosinistra capace di liberarsi dall’ipoteca di Conte, vale lo stesso. Chi accetta quella linea spezza la tenaglia. Chi la rifiuta, consapevole o no, gioca la partita di Mosca. E la stessa discriminante vale per la memoria: chi cancella le pietre d’inciampo, chi riscrive la storia e chi normalizza l’antisemitismo non sta “capendo” nessuno. Sta solo preparando il terreno a un nuovo disastro.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

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