
Assistiamo a uno spettacolo che, da uomo di sinistra, mi addolora molto più di quanto riesca a farmi arrabbiare. Perché la rabbia, in fondo, presuppone ancora la speranza che qualcosa possa essere corretto. Qui, invece, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un organismo che continua a respirare soltanto per inerzia. La sinistra italiana attraversa una crisi che non è soltanto elettorale o organizzativa: è una crisi culturale, morale e ideale. Ha smarrito il linguaggio, ha dimenticato le domande e sembra vivere esclusivamente della convinzione che basti detestare l’avversario per meritare il governo del Paese.
Da insegnante di storia e filosofia ho sempre diffidato delle parole trasformate in formule magiche. Ogni volta che un concetto smette di essere interrogato e diventa una liturgia, perde la sua forza. L’antifascismo, che dovrebbe rappresentare un patrimonio civile condiviso, viene spesso agitato come una clava identitaria invece che come una riflessione permanente sulla democrazia. È un errore enorme. Perché quando un valore diventa uno slogan, smette di convincere e comincia semplicemente a dividere. Intanto il pensiero critico lascia il posto a una sociologia da salotto che interpreta il mondo attraverso categorie sempre più autoreferenziali e sempre meno capaci di misurarsi con la realtà quotidiana degli italiani. Eppure permane un senso di superiorità morale quasi aristocratico, come se bastasse proclamarsi dalla parte giusta della storia per esserlo davvero. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: macerie culturali, incapacità di parlare al Paese reale e una progressiva irrilevanza che viene puntualmente attribuita agli elettori, mai a sé stessi.
Non serve evocare continuamente Pasolini, Calvino o Vittorini come reliquie di un’età dell’oro. Anzi, viene quasi da sorridere pensando che molti di quei grandi intellettuali, con il loro gusto per la provocazione e la loro insofferenza verso ogni conformismo, probabilmente oggi verrebbero trattati come elementi problematici, se non apertamente espulsi dalla comunità dei “puri”. Basterebbe osservare chi occupa oggi il dibattito pubblico nell’area progressista. Personaggi che sostengono di dialogare con gli extraterrestri. Opinionisti che arrivano a citare i Protocolli dei Savi di Sion come se fossero strumenti di analisi geopolitica. Figure che, anziché essere confinate ai margini, trovano ascolto, protezione e perfino prestigio in ambienti che un tempo avrebbero fatto della razionalità il proprio vessillo.
È questa la classe dirigente che dovrebbe rappresentare un’alternativa credibile? Una classe dirigente incapace di indicare una direzione, ma abilissima nell’individuare ogni giorno un nuovo nemico da colpire. L’automobilista, il piccolo imprenditore, il proprietario di casa, il commerciante, il professionista, il cittadino che semplicemente desidera vivere senza sentirsi costantemente sotto processo. Ogni gesto ordinario sembra dover essere reinterpretato come una colpa da espiare. In questa visione manca completamente quella funzione storica che la sinistra aveva saputo esercitare nei suoi momenti migliori: comprendere le trasformazioni della società invece di limitarsi a giudicarle.
La frattura diventa ancora più evidente osservando la guerra in Ucraina. Qui la questione supera la tattica parlamentare e investe direttamente la dimensione morale della politica. Un Paese invade un altro Paese. Bombarda città, deporta bambini, cancella intere comunità. E davanti a questo scenario si continua ad ascoltare chi minimizza la minaccia russa, chi liquida ogni allarme come propaganda occidentale, chi arriva persino a sostenere che il pericolo sia stato inventato.
Ancora più grave è il silenzio di chi avrebbe il dovere di parlare. Silvia Salis ed Elly Schlein ripetono con convinzione che “vinceremo”, ma quando si tratta di esprimere con chiarezza il sostegno alla resistenza ucraina o di assumere una posizione netta sugli incontri con Volodymyr Zelensky, il volume si abbassa improvvisamente fino quasi a scomparire. Quel silenzio viene spesso presentato come prudenza diplomatica. Io continuo a considerarlo, invece, una forma di deresponsabilizzazione morale.
La neutralità davanti a un’aggressione raramente è davvero neutrale. Se assisto a un uomo che viene picchiato per strada e scelgo di tacere per non compromettere i rapporti con chi lo sta aggredendo, sto compiendo una scelta. Magari meno appariscente, forse più elegante dal punto di vista retorico, ma pur sempre una scelta. Ogni omissione produce conseguenze. Ogni esitazione comunica qualcosa. E la storia europea dovrebbe averci insegnato che le ambiguità, davanti agli imperialismi, finiscono quasi sempre per favorire gli aggressori.
Anche sul terreno economico il quadro appare desolante. La proposta sembra ridursi a una redistribuzione che presuppone una ricchezza inesauribile da tassare e a un ricorso sistematico al deficit come soluzione universale. È una narrazione rassicurante, perché promette benefici immediati senza affrontare il problema della loro sostenibilità. Peccato che la realtà abbia l’abitudine di presentare il conto.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza terminerà nel 2026. Quelle risorse straordinarie hanno rappresentato un’occasione irripetibile, ma non potranno diventare una rendita permanente. Nel frattempo il Paese continua a crescere con ritmi inferiori all’uno per cento, la produttività resta inchiodata, i salari reali faticano a recuperare il terreno perduto e il debito pubblico continua a rappresentare un vincolo enorme per qualsiasi governo futuro. Sarebbe questo il momento di discutere seriamente di innovazione, ricerca, formazione, semplificazione amministrativa, concorrenza, capitale umano. Invece il dibattito si consuma spesso attorno alla legge elettorale, quasi che modificare il meccanismo con cui si assegnano i seggi possa sostituire la mancanza di un progetto credibile per il Paese.
A rendere ancora più amaro questo scenario è il cinismo che sembra attraversare l’intero progetto del cosiddetto Campo Largo. L’obiettivo appare uno soltanto: vincere. Non convincere. Non costruire una visione condivisa dell’Italia. Vincere. Qualunque alleanza diventa accettabile, qualunque contraddizione viene rimossa, qualunque incoerenza può essere giustificata purché serva ad arrivare a Palazzo Chigi.
Una coalizione costruita esclusivamente contro qualcuno, tuttavia, difficilmente riesce a governare per qualcosa. Conte ed Elly Schlein hanno scelto registri differenti, sensibilità diverse, persino linguaggi opposti. Eppure, sulla Russia, i loro silenzi e le loro omissioni finiscono per convergere in una medesima zona grigia che lascia spazio a interpretazioni pericolose. Gli elettori hanno il diritto di sapere che cosa stanno scegliendo. Perché il voto non riguarda soltanto le promesse pronunciate nei comizi; riguarda anche le parole che si preferisce non dire.
Naturalmente sarebbe disonesto fingere che l’attuale maggioranza rappresenti un modello virtuoso. Assistiamo con troppa frequenza a provvedimenti che sembrano ignorare il metodo scientifico, a forme di assistenzialismo che distribuiscono consenso più che sviluppo, a un riformismo economico che procede con lentezza esasperante. Le occasioni perdute sono numerose e le criticità altrettanto evidenti.
Il punto, però, è proprio questo. Una democrazia vive della qualità delle sue alternative. Quando l’opposizione rinuncia alla profondità culturale, all’autonomia critica e alla capacità di elaborare un’idea credibile di futuro, l’intero sistema democratico si impoverisce. Da uomo che ha trascorso una vita nella sinistra, continuo a pensare che il Paese abbia bisogno di una forza progressista autorevole, competente e profondamente europea. Ma quella forza, oggi, semplicemente non la vedo.
Vedo invece un deserto intellettuale che si traveste da rivoluzione, un conformismo che si presenta come ribellione e una classe dirigente che sembra più interessata alla liturgia dell’identità che alla fatica del governo. Intanto l’Italia resta immobile, osservando con crescente disincanto uno spettacolo che avrebbe il dovere di offrire speranza e che invece riesce soltanto ad alimentare sfiducia. Per chi, come me, ha creduto che la sinistra fosse anzitutto un esercizio quotidiano di giustizia e responsabilità, questa non è soltanto una sconfitta elettorale. È una sconfitta culturale. Ed è, forse, la più dolorosa di tutte.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Assistiamo a uno spettacolo sconfortante: la sinistra italiana non è semplicemente in crisi, è in coma irreversibile. Culturale, morale e politico. Quella che un tempo era la casa della memoria, dei diritti e della giustizia sociale, oggi si regge su macerie e sull'unico collante dell'odio per l'avversario. Parole come "antifascismo" vengono usate come un mantra vuoto, mentre il pensiero critico lascia spazio a una sociologia da salotto che non regge al primo urto con la realtà. Il bello è che questi signori si sentono ancora depositari di un suprematismo etico, ma intorno a loro – come giustamente osservato – ci sono solo macerie culturali e umane.
parte 1: Non serve fare i professori nostalgici citando Pasolini, Calvino o Vittorini – che oggi probabilmente verrebbero espulsi per eresia – ma basta guardare i fatti. I "volti di rilievo" di questa area politica sono individui che parlano con gli alieni o che citano i Protocolli dei Savi di Sion come manuali geopolitici, il tutto mentre vengono accolti a braccia aperte da magistrati e pezzi dell'establishment. Questa è la classe dirigente che dovrebbe rappresentare l'alternativa? Gente che non sa più cosa difendere, ma sa benissimo cosa attaccare: e attacca sempre e comunque il vivere quotidiano degli italiani.
parte 2: Passiamo alla guerra, che è il vero spartiacque morale. Mentre un impero invade, bombarda e deporta, assistiamo al "gaslighting" di chi definisce la minaccia russa "inventata" e al silenzio assordante di chi guida il principale partito di opposizione. Silvia Salis e Schlein ripetono "vinceremo" come un mantra, ma sulla difesa dell'Ucraina e sull'incontro con Zelensky cala un silenzio tombale. Attenzione: il silenzio di fronte all'aggressione non è prudenza, è complicità. Se vedo un uomo picchiato in strada e taccio per non alienarmi gli amici del picchiatore, non sono neutrale: sono un fiancheggiatore.
parte 3: E veniamo all'economia, l'altro grande buco nero. Il programma di questa coalizione si riassume in "più tasse a chi ha prodotto e risparmiato" e nella richiesta di più deficit, come se l'Europa dovesse regalarci debito nuovo all'infinito. Ci si dimentica che il PNRR scade nel 2026 e che quella spesa pubblica, spesso improduttiva, va ripagata. Nel frattempo, la crescita italiana è stabilmente sotto l'1%, la produttività è azzerata e i salari reali sono fermi. Ma invece di riflettere su come rilanciare il Paese, l'opposizione litiga sulla legge elettorale, come se cambiare le regole del gioco possa sostituire l'assenza totale di idee.
parte 4: Il filo conduttore è un cinismo spaventoso. L'unico obiettivo dichiarato è "vincere a tutti i costi", anche a costo di calpestare la testa degli italiani pur di imbandire la tavola di magistrati, correnti e gruppuscoli di potere. Il "Campo Largo" si regge su questo: non su un'idea di futuro, ma su un'alleanza contro qualcuno. Conte e Schlein, pur con enfasi diverse, hanno scelto di stare dalla parte della Russia con i loro silenzi e le loro omissioni, e chiunque voti per loro dovrebbe esserne pienamente consapevole.
parte 5: In questo contesto, la destra al governo non scherza affatto: misure antiscientifiche, assistenzialismo inutile e riforme economiche assenti. Ma il punto è che l'alternativa proposta è ancora peggio: è un deserto intellettuale travestito da rivoluzione. Mentre loro si abbracciano in nome di un'ideologia rituale, il Paese guarda sbigottito. Perché se questa è l'unica alternativa, siamo messi davvero male.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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