Il difficile mestiere di non buttare via tutto

Va bene l’autocritica, ma non l’autolesionismo.

Parole al vento, le mie, me ne rendo conto. Ma mentre guardo l’Occidente discutere incessantemente di quanto sia colpevole, arretrato, sfruttatore, ingiusto e sostanzialmente responsabile di quasi ogni male del pianeta, comincio a domandarmi se non abbiamo perso una distinzione piuttosto elementare: quella tra correggere i propri errori e decidere che, poiché qualcosa è imperfetto, debba essere demolito. Una civiltà adulta dovrebbe saper guardare criticamente la propria storia senza trasformare l’autocritica in una forma di penitenza permanente. L’Occidente ha prodotto guerre, colonialismo, discriminazioni e disuguaglianze, ma anche istituzioni rappresentative, libertà individuali, crescita economica, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. Non tutto quello che abbiamo costruito merita di essere difeso, ma sarebbe altrettanto curioso considerarlo nel suo complesso un errore storico.

Questa distinzione torna utile anche per capire quello che sta succedendo a Berlino. Le elezioni per l’Abgeordnetenhaus hanno mostrato una città politicamente molto divisa: Die Linke è diventata la forza più votata, con il 25,7 per cento, mentre AfD ha ottenuto il 16,3 per cento. CDU, Verdi e SPD hanno seguito con percentuali inferiori. Non mi interessa trasformare questi numeri in una profezia sulla Germania. Mi interessa piuttosto quello che raccontano di una città dove, per ragioni molto diverse, stanno crescendo domande radicali sul modo in cui una società dovrebbe organizzarsi.

A destra, l’AfD propone una linea molto restrittiva sull’immigrazione e sull’integrazione e contesta alcune delle principali scelte europee e tedesche, dalla transizione energetica ad altri aspetti dell’integrazione sovranazionale. A sinistra, Die Linke punta invece a rafforzare molto il ruolo pubblico nell’economia e soprattutto nell’edilizia residenziale. La casa è probabilmente il terreno migliore per capire perché queste idee trovino ascolto.

Berlino è cresciuta molto. Secondo il registro anagrafico, gli abitanti erano circa 3,39 milioni nel 2010 e sono arrivati a 3,91 milioni alla fine del 2025. La serie ufficiale basata sul Censimento 2022 restituisce invece una cifra più bassa, circa 3,70 milioni nel 2025: una differenza che dipende dai diversi criteri statistici utilizzati. In ogni caso, la pressione sulla casa è evidente. Nel frattempo gli appartamenti sono aumentati molto meno rapidamente. Alla fine del 2025 Berlino disponeva di circa 2,07 milioni di abitazioni, appena lo 0,5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nel 2025 ne sono state completate circa 11.000, contro oltre 15.000 nel 2024 e quasi 19.000 nel 2019.

Quando una città cresce e le case non crescono abbastanza, succede una cosa piuttosto poco ideologica: gli appartamenti diventano più difficili da trovare e più costosi. Berlino ha provato a intervenire direttamente sui prezzi. Nel 2020 fu introdotto il Mietendeckel, un sistema molto rigido di congelamento e limitazione degli affitti. Gli affitti interessati dalla misura diminuirono, ma si ridusse anche il numero degli appartamenti pubblicizzati sul mercato. Il DIW documentò una forte contrazione dell’offerta; uno studio dell’ifo arrivò a stimarla fino al 60 per cento. Nel 2021 la Corte costituzionale federale dichiarò nullo il provvedimento per una questione di competenza legislativa. Non significa che ogni regolazione degli affitti produca lo stesso risultato. Significa che la difficoltà di una città come Berlino non si risolve soltanto stabilendo quanto dovrebbe costare un appartamento. Gli appartamenti, spiace dirlo, devono pur sempre esistere.

Die Linke propone di andare molto più avanti. Il partito sostiene l’applicazione del referendum del 2021 sulla cosiddetta Vergesellschaftung, cioè il trasferimento alla proprietà pubblica degli appartamenti appartenenti alle società private con più di 3.000 unità, affidandoli a una gestione orientata al bene comune. Il referendum ebbe un risultato netto: il 57,6 per cento dei partecipanti votò a favore, pari al 42,3 per cento degli aventi diritto. Non fu dunque una fantasia di qualche militante. È una proposta che ha ricevuto un consenso democratico significativo.

Il problema arriva dopo lo slogan. Quanto costerebbe l’operazione? Come verrebbero determinati gli indennizzi? Come sarebbe finanziata? E soprattutto: come verrebbe gestito nel lungo periodo un patrimonio enorme? La proprietà pubblica può produrre buoni risultati; può anche produrre pessima amministrazione. Quella privata non è una garanzia di efficienza eterna. Dipende da come si governa il patrimonio, da quanto si investe nella manutenzione, da quali incentivi esistono e da quanto è seria l’amministrazione che lo gestisce.

Una cosa, però, mi sembra abbastanza evidente: trasferire la proprietà non costruisce una sola casa in più. Se domani Berlino diventasse proprietaria di centinaia di migliaia di appartamenti, il giorno dopo avrebbe esattamente lo stesso numero di appartamenti. Per averne di più bisogna costruirli, recuperare quelli inutilizzati quando ha senso farlo, trasformare gli edifici dove possibile, semplificare le procedure e permettere agli investimenti di arrivare dove servono. Nel 2025 Berlino ha autorizzato 13.754 nuove abitazioni e ne ha completate circa 11.000. È un divario che dice molto più di tante dichiarazioni programmatiche. Una città che cresce deve costruire. Non è una teoria economica particolarmente sofisticata. È semplicemente una caratteristica del mondo fisico.

Il problema della casa è reale, la frustrazione è comprensibile e la richiesta di intervento pubblico non nasce dal nulla. Ma la discussione berlinese mostra quanto sia facile cercare una soluzione cambiando il meccanismo invece di affrontare il problema concreto. La stessa sfiducia, con forme diverse, attraversa ormai buona parte dell’Occidente. A sinistra cresce la diffidenza verso il mercato e verso la proprietà privata; a destra, in alcune forze radicali, cresce la diffidenza verso istituzioni liberali, apertura internazionale e alcune delle regole costruite negli ultimi decenni. Non sono fenomeni equivalenti e sarebbe assurdo metterli sullo stesso piano. Ma entrambi raccontano una perdita di fiducia nel sistema dentro il quale siamo cresciuti.

Forse dovremmo recuperare una posizione un po’ meno teatrale. Non tutto ciò che abbiamo costruito è sacro e non tutto è sbagliato. Alcune cose vanno cambiate, altre difese, altre ancora semplicemente amministrate meglio. È una posizione poco spettacolare, lo ammetto. Ma con gli anni ho imparato a diffidare delle soluzioni spettacolari.

L’Occidente non ha bisogno di adorare il proprio passato. Ha bisogno di ricordare che molte delle libertà e delle opportunità che oggi consideriamo normali sono il risultato di istituzioni costruite lentamente, spesso attraverso errori, correzioni e compromessi. Demolire è sempre più facile. Costruire richiede tempo.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: Va bene l’autocritica, ma non l’autolesionismo. Parole al vento, le mie, me ne rendo conto: oggi siamo in piena fase di autolesionismo occidentale. Quello per cui siamo colpevoli di tutto e dobbiamo distruggere ogni singola conquista in nome di... cosa, esattamente?

parte 1: L’Occidente è diventato il centro economico e politico del pianeta grazie a tre ingredienti: libertà politica, capitalismo di mercato e innovazione tecnologica. In due secoli hanno moltiplicato il reddito pro capite, ridotto la povertà, finanziato lo Stato sociale e aumentato il peso globale dei Paesi occidentali. Oggi, però, sono proprio questi tre pilastri a essere messi in discussione dall’interno.

parte 2: L’esempio più recente arriva dalla Germania: alle elezioni regionali avanza l’AfD, estrema destra, mentre a Berlino vince la Die Linke, estrema sinistra. L’AfD rifiuta la libertà e parte delle nuove tecnologie; la Linke rifiuta il capitalismo e l’economia di mercato. Il suo programma per Berlino prevede tetto agli affitti, esproprio degli immobili delle società con più di 3000 appartamenti e gestione collettiva.

parte 3: Berlino è passata da 3,3 a 3,93 milioni di abitanti dal 2010, ma l’offerta non è cresciuta abbastanza, anche per l’opposizione di sinistra e Verdi a nuove costruzioni. L’esproprio non aumenterebbe l’offerta: come con il blocco del prezzo delle mascherine nel 2020, rischierebbe solo di far aumentare la domanda artificialmente, creando scarsità, liste d’attesa e fuga dalla città.

parte 4: Nel lungo periodo, la gestione pubblica o cooperativa rischia di essere meno efficiente di quella privata: manutenzione peggiore, costi più alti, affitti maggiori e degrado degli immobili. Se poi l’indennizzo fosse a prezzo di mercato, gli affitti dovrebbero aumentare subito per coprire i costi. La misura non risolve la crisi abitativa, nella migliore delle ipotesi non cambia nulla, nella peggiore la incancrenisce.

parte 5: Il problema non riguarda solo Berlino. L’irrazionalità anticapitalista attraversa tutta la sinistra occidentale, da Mélenchon a Mamdani. Il rischio, a ben vedere, è quello di finire come l’Argentina peronista o il Venezuela chavista. Con una destra neofascista e illiberale e una sinistra neocomunista e altrettanto illiberale in economia, una parte consistente dell’Occidente potrebbe restare bloccata nella crescita economica e civile per decenni.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi

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