
Secondo quanto affermato da Francesca Albanese in un video, il termine «antisemitismo» sarebbe nato nell’Ottocento per indicare un’avversione verso le popolazioni semitiche in generale e avrebbe poi finito per riferirsi agli ebrei perché erano questi, nell’Europa dell’epoca, i principali destinatari di quell’ostilità. Una spiegazione suggestiva. Peccato che la storia della parola sia un pochino meno elastica. Il termine tedesco Antisemitismus viene infatti coniato nel 1879 dal pubblicista tedesco Wilhelm Marr, proprio all’interno di una campagna politica contro gli ebrei. Marr pubblica quell’anno Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum e fonda la Lega degli Antisemiti. Lo conferma anche lo United States Holocaust Memorial Museum, che indica nel 1879 la nascita del termine e in Marr il suo coniatore.
Naturalmente questo non significa che prima del 1879 nessuno avesse mai detestato un ebreo. Sarebbe una scoperta storica degna di un Nobel. L’ostilità verso gli ebrei è molto più antica della parola che oggi utilizziamo per definirla e, per secoli, ebbe in Europa una forte componente religiosa. Si parlava di ebrei in quanto appartenenti alla religione ebraica, si costruivano accuse teologiche contro di loro, si imponevano discriminazioni e si alimentavano superstizioni che arrivavano fino alle famigerate accuse di omicidio rituale.
Nell’Ottocento prende però forma qualcosa di diverso. Con Marr l’ostilità antiebraica viene riformulata in termini politici e razziali. L’ebreo non è più semplicemente l’adepto di una religione considerata falsa o ostile: diventa il membro di una presunta razza, definita attraverso l’origine e ritenuta incompatibile con la nazione tedesca. La differenza è sostanziale. Se il problema è la religione, la conversione può teoricamente risolverlo. Se il problema è la razza, la conversione diventa irrilevante: l’ebreo rimane ebreo anche se diventa cristiano, ateo o non pratica alcuna religione.
Non è una sottigliezza da seminario universitario. È precisamente il principio sul quale si costruirà una parte fondamentale della persecuzione nazista. Le leggi di Norimberga, per esempio, stabilirono criteri genealogici per classificare gli individui come ebrei: la fede professata non era determinante. Una persona battezzata e perfettamente assimilata poteva essere perseguitata come ebrea sulla base della propria ascendenza. La conversione non cancellava l’etichetta razziale attribuita dallo Stato nazista.
Arriviamo così ad Auschwitz, che rappresenta un piccolo inconveniente per l’interpretazione puramente linguistica della faccenda. Gli ebrei deportati nei campi di sterminio non erano lì perché appartenenti a una generica categoria di popolazioni «semitiche». Erano perseguitati in quanto ebrei, secondo la definizione razziale costruita dall’ideologia nazista. L’Olocausto fu la persecuzione sistematica e l’assassinio di circa sei milioni di ebrei europei da parte della Germania nazista e dei suoi alleati e collaboratori.
I nazisti non avevano bisogno di consultare un atlante delle lingue semitiche per decidere chi deportare. Avevano registri anagrafici, genealogie, leggi razziali e una macchina amministrativa costruita proprio per identificare gli ebrei. La questione era talmente specifica che l’appartenenza religiosa poteva essere irrilevante: ciò che contava, agli occhi dei persecutori, era la presunta origine ebraica.
Vale la pena ricordare Haj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme. Non fu il regista dell’Olocausto, naturalmente, e attribuirgli un ruolo simile sarebbe una sciocchezza storica. Fu però un collaboratore del regime hitleriano: incontrò Hitler a Berlino nel novembre 1941, svolse attività di propaganda antiebraica e collaborò al reclutamento di musulmani per formazioni tedesche, comprese unità della Waffen-SS. La documentazione dello United States Holocaust Memorial Museum è molto chiara sul suo rapporto con il nazismo.
La cosa interessante è che al-Husseini non aveva affatto bisogno di una teoria linguistica sui «popoli semitici» per individuare il proprio bersaglio. La sua propaganda era esplicitamente antiebraica. Parlava degli ebrei, della loro presunta cospirazione mondiale e della necessità di combatterne la presenza in Palestina. Si può discutere quanto si vuole delle sue motivazioni politiche e del suo ruolo storico, ma trasformare questa vicenda in un problema di indistinguibilità fra ebrei e musulmani significherebbe ignorare ciò che documenti e propaganda ci mostrano.
Il punto fondamentale è dunque abbastanza elementare: «semitico» e «antisemitismo» non sono sinonimi. Il primo termine può avere un significato linguistico e storico molto ampio; il secondo nasce nel 1879 come denominazione di un movimento politico esplicitamente ostile agli ebrei. L’etimologia della parola non può essere utilizzata per cancellarne il significato storico. Altrimenti potremmo prendere qualunque termine composto, risalire ai suoi pezzi e ricostruirne arbitrariamente il significato. È una tecnica che può essere divertente a tavola, ma un po’ meno affidabile quando si scrive la storia.
La conseguenza di questa dilatazione semantica è curiosa: l’antisemitismo rischia di diventare una categoria talmente vasta da perdere proprio la specificità che la rende storicamente utile. Se tutto ciò che riguarda un popolo semitico può essere ricondotto all’antisemitismo, il termine finisce per descrivere molto e spiegare poco. E soprattutto si perde di vista il fenomeno concreto che la parola ha indicato nella storia europea: l’ostilità organizzata e ideologizzata contro gli ebrei.
La distinzione fra antigiudaismo e antisemitismo serve proprio a evitare questo pasticcio. Il primo ha radici antiche e riguarda principalmente l’ebraismo come religione; il secondo è un fenomeno moderno, nato nell’Europa ottocentesca e legato alla trasformazione dell’ostilità antiebraica in una teoria politica e razziale. Sono fenomeni collegati, ma non identici.
Questo, naturalmente, non impedisce di discutere della politica israeliana, del sionismo, della guerra, di Gaza o della questione palestinese. Sono questioni contemporanee che possono essere affrontate sul merito. Proprio per questo sarebbe opportuno non confondere la critica politica con la manipolazione della storia e soprattutto non utilizzare l’etimologia come una specie di passepartout capace di riscrivere il significato delle parole a posteriori.
La linguistica può spiegare l’origine di una parola. Difficilmente può riscrivere la storia di ciò che quella parola è diventata.
Quanto alla ricostruzione di Francesca Albanese, resta una scelta: o si tratta di ignoranza della storia del termine e dell’evoluzione dell’antisemitismo moderno, oppure di una deformazione consapevole funzionale a una precisa lettura politica. Tra le due ipotesi, francamente, conoscendo il personaggio e il contesto nel quale queste cose vengono dette, faccio parecchia fatica a scommettere sulla prima.
Suvvia.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Secondo le ultime dichiarazioni di Francesca Albanese, il termine “antisemita” sarebbe stato coniato nell’800 per indicare l’avversione verso le popolazioni semitiche in generale; poi, siccome in Europa c’erano soprattutto ebrei, sarebbe passato a indicare solo l’odio antiebraico. Per me è una panzana: il termine nasce nel 1879 proprio per indicare l’avversione verso gli ebrei.
parte 1: C’è poi la distinzione tra antigiudaismo e antisemitismo. Prima del 1879 l’avversione verso gli ebrei era soprattutto religiosa: un ebreo convertito al cristianesimo smetteva di essere discriminato come ebreo. Con Marr (spieghiamo chi è) si passa a un odio “di razza”: l’ebreo è tale anche se cristiano, ateo o non religioso. Quindi antisemita = antiebreo, non semplicemente antigiudaico.
parte 2: Arriviamo ad Auschwitz. Secondo la tesi attribuita ad Albanese, gli ebrei ci sarebbero finiti quasi per caso, perché i nazisti non avrebbero distinto tra ebrei e musulmani. Io ironizzo: il gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini, amico di Hitler e reclutatore di SS, avrebbe avuto qualche timida riserva su questa lettura.
parte 3: La conseguenza è che l’antisemitismo come avversione specifica verso gli ebrei si diluisce fino quasi a scomparire. Tutto è antisemitismo, niente è antisemitismo. La stessa persecuzione nazista diventa un fatto quasi casuale: c’erano solo loro lì, hanno avuto la scalogna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
parte 4: Così il vero antisemitismo finirebbe per essere quello verso i musulmani e tutte le popolazioni semitiche, se non tutte quelle non europee. Mica quello verso gli ebrei. Per me è una vera e propria bufala, detta per dolo o per ignoranza - ma qualcosa mi dice che sia dolo.
parte 5: La conclusione è durissima: relativizzare così la persecuzione antiebraica significa svuotare di senso la Shoah e la storia dell’antisemitismo. Suvvia.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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