Marx e la Morale della Resistenza

Marx, se potesse assistere a certi cortei occidentali del 2026, probabilmente guarderebbe la scena con la stessa espressione di un vecchio professore costretto ad ascoltare uno studente che cita Hegel senza averlo mai letto. Non scandalizzato: deluso. E forse anche leggermente divertito. Perché la fascinazione che una parte della sinistra radicale contemporanea prova verso Hamas, Hezbollah o l’universo teocratico degli ayatollah iraniani non rappresenta un’evoluzione del pensiero marxista, ma quasi la sua caricatura grottesca.

Non per ragioni occidentaliste, atlantiste o liberal-capitaliste — categorie che oggi vengono agitate come amuleti tribali — ma per qualcosa di molto più semplice e, oserei dire, molto più marxiano: Marx detestava l’idea che la liberazione umana potesse passare attraverso il sacro, il misticismo, la subordinazione dell’individuo a un’autorità metafisica. Per lui la religione era una forma di alienazione: il sintomo reale di una sofferenza reale, certo, ma anche uno strumento che trasformava il conflitto sociale in obbedienza spirituale.

E invece eccoci qui, nel 2026, con ragazzi che si definiscono anticapitalisti e progressisti mentre romanticizzano movimenti che considerano l’omosessualità una degenerazione, la donna una creatura subordinata e la libertà di espressione una fastidiosa concessione occidentale. La storia, quando vuole essere ironica, sa essere davvero impietosa.

Dopo il crollo del comunismo storico, una parte della sinistra occidentale ha lentamente smesso di ragionare in termini di classe, produzione, rapporti economici, emancipazione concreta. Troppo faticoso. Molto più semplice adottare una visione elementare, quasi infantile: se qualcuno combatte contro gli Stati Uniti o contro Israele, allora deve essere automaticamente “dalla parte giusta della storia”. Una specie di Risiko morale giocato nei collettivi universitari con il poster di Che Guevara appeso storto accanto alla moka.

Il problema è che Marx giudicava le forze storiche in base a ciò che producevano nella realtà materiale: maggiore libertà oppure nuova oppressione. Oggi invece una parte dell’estrema sinistra giudica i movimenti quasi esclusivamente in base alla loro collocazione anti-occidentale. Poco importa se siano autoritari, confessionali, militaristi o profondamente reazionari. Se disturbano Washington, allora diventano “resistenza”.

È qui che si apre il grande equivoco romantico del nostro tempo.

Movimenti rigidamente religiosi, patriarcali e ostili ai diritti individuali vengono descritti con il linguaggio epico della liberazione rivoluzionaria. Hamas diventa “anticoloniale”, Hezbollah “resistente”, gli ayatollah iraniani addirittura “anti-imperialisti”. E confesso che ogni volta che sento definire “rivoluzionario” un sistema che obbliga le donne a coprirsi i capelli sotto minaccia del carcere mi viene in mente mia zia Mirella, che negli anni Settanta considerava rivoluzionario farsi la permanente senza chiedere il permesso al marito. Almeno lei aveva il buon gusto della concretezza.

Marx avrebbe probabilmente interpretato l’islamismo radicale come una risposta reale a condizioni reali di oppressione e umiliazione storica. Non era cieco davanti alle dinamiche coloniali. Ma avrebbe visto anche il meccanismo attraverso cui quella rabbia sociale viene convertita in identità religiosa e disciplina teocratica. Non emancipazione universale, ma mobilitazione spirituale. Non liberazione dell’individuo, ma sua fusione dentro una comunità sacrale governata dall’alto.

In altre parole: non la fine dell’alienazione, ma una sua versione armata e liturgica.

Ed è abbastanza surreale osservare giovani occidentali cresciuti tra Erasmus, iPhone e brunch vegani celebrare strutture che, se potessero, proibirebbero metà delle libertà che questi ragazzi considerano normali quanto il Wi-Fi. Una scena che possiede qualcosa di tragicomico, come un vegetariano che si iscrive con entusiasmo all’associazione nazionale dei macellai convinto di stare combattendo il sistema.

La cosa interessante è che questo fenomeno non riguarda più soltanto piccole frange estremiste. Negli Stati Uniti, ad esempio, questa impostazione è ormai maggioritaria dentro buona parte del movimento pro-Palestina. E il linguaggio che un tempo apparteneva esclusivamente alla sinistra radicale ha iniziato a filtrare nel centrosinistra, nei sindacati, nei campus universitari, perfino in ambienti liberal moderati.

Qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale, ho sentito una rappresentante universitaria definire Israele “l’entità sionista”. L’espressione mi ha colpita non tanto per la radicalità, quanto per la familiarità con cui veniva pronunciata. Come se certi slogan fossero ormai formule automatiche, lessico standard di una comunità identitaria. E lì ho avuto una strana sensazione déjà-vu: la stessa rigidità linguistica dei vecchi movimenti ideologici, dove le parole servivano più a certificare l’appartenenza che a comprendere la realtà.

Perché il punto più delicato, e anche più umano, è proprio questo: molti di questi ragazzi non arrivano a certe posizioni attraverso un percorso strutturato. Ci arrivano emotivamente. La tragedia di Gaza è stata per molti il primo trauma geopolitico vissuto in diretta sui social. Video, immagini, bombardamenti, dolore continuo. Una formazione costruita dentro TikTok, Instagram e thread infiniti, senza mediazioni culturali, senza organizzazioni solide, senza una vera educazione storica o teorica.

Questo movimento infatti non ha una direzione vera. Nessun partito lo guida realmente. Semmai accade il contrario: i partiti inseguono il linguaggio del movimento per paura di sembrare tiepidi, vecchi o “complici”.

E allora si produce quella miscela curiosa che vediamo oggi: radicalismo emotivo, moralismo assoluto, slogan identitari e una fortissima pressione conformista interna. Chi prova a introdurre complessità viene trattato come un disturbatore della liturgia.

Da ragazza giravo anch’io con Marx sottobraccio. Litigavo con i miei compagni perché mi rifiutavo di trasformare ogni discussione in una messa ideologica. Poi sono passate davanti ai miei occhi tutte le grandi infatuazioni della sinistra occidentale: Mao, Fidel, il Che trasformato in merchandising da centro sociale chic. E ogni volta il copione era identico: il nemico dell’Occidente diventava automaticamente puro, romantico, quasi santo.

Poi bastava osservare meglio per scoprire che quel santo incarcerava dissidenti, perseguitava omosessuali, censurava giornali o considerava le donne una categoria accessoria dell’umanità.

A un certo punto mi sono stancata. Non della politica, ma dell’idolatria. Perché c’è qualcosa di profondamente adolescenziale nell’incapacità di distinguere tra un popolo oppresso e chi pretende di rappresentarlo attraverso il fanatismo religioso o l’autoritarismo.

Oggi rivedo esattamente quella dinamica. Cambiano i manifesti, cambia la grafica Instagram, cambia persino il font dei volantini — molto più elegante rispetto ai ciclostili tragicomici dei miei tempi — ma la logica resta identica. Hamas diventa “resistenza”, gli ayatollah “rivoluzionari”, e intanto ragazze occidentali con la tote bag e l’acqua frizzante bio spiegano il Medio Oriente come se stessero recensendo una serie Netflix particolarmente impegnata.

Io ormai osservo con un certo affetto antropologico. Mi siedo, guardo il teatrino e penso che forse ho fatto bene a smettere di militare tanti anni fa. Le mode passano. L’incapacità di guardare la realtà senza trasformarla in una favola ideologica, invece, sembra avere una sorprendente immortalità.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Marx guarderebbe con estrema diffidenza, se non con aperto disprezzo, alla fascinazione che una parte della sinistra radicale contemporanea mostra verso movimenti come Hamas o Hezbollah e verso l'universo teocratico degli ayatollah iraniani. Non per ragioni occidentaliste, ma per un motivo più radicale: per Marx la religione politica è una forma di alienazione, una struttura ideologica che trasforma il conflitto sociale reale in obbedienza metafisica. Una rivoluzione autentica, per lui, emancipa l'essere umano dalla trascendenza politica, non sostituisce il capitale con Dio né il borghese con il prete armato.

parte 1: Dopo il crollo del comunismo storico, una parte della sinistra occidentale ha progressivamente sostituito il criterio marxista della lotta di classe con una rozza logica geopolitica binaria: il nemico del nemico diventa automaticamente un amico. L'antiamericanismo e l'antagonismo verso l'Occidente finiscono così per prevalere su qualsiasi analisi della natura reale dei movimenti sostenuti. Marx giudicava le forze storiche in base ai rapporti di produzione e al grado di libertà concreta che producevano; oggi una parte dell'estrema sinistra tende a giudicarle solo in funzione della loro opposizione all'egemonia occidentale.

parte 2: Da qui il paradosso: movimenti rigidamente religiosi, patriarcali, autoritari, ostili ai diritti individuali vengono presentati come "resistenti" o addirittura "rivoluzionari". Ma Marx avrebbe visto nell'islamismo radicale una coscienza rovesciata, una risposta reale a condizioni di oppressione che però trasforma la rabbia sociale in identità religiosa e disciplina teocratica. Non una soggettività rivoluzionaria universale, ma qualcosa di simile alle vecchie alleanze tra trono e altare europee: l'organizzazione del malcontento attraverso il sacro, la promessa metafisica al posto della liberazione materiale.

parte 3: Questa fascinazione non riguarda solo piccole frange della sinistra radicale italiana. Se vai in America, ti accorgi che si tratta della maggioranza del movimento pro-Pal. E il modo di leggere la questione israelo-palestinese, un tempo confinato alla sinistra radicale, oggi coinvolge uno spettro molto più ampio che arriva al centrosinistra. Ho sentito con le mie orecchie, a una manifestazione sindacale, una rappresentante di un sindacato universitario definire Israele "l'entità sionista".

parte 4: C'è infine una frattura generazionale sul tema. Avere queste posizioni è molto spesso il ragazzo che ha iniziato a fare politica con la tragedia di Gaza e si è formato da solo sul tema Palestina. Perché va sempre ricordato: questo movimento non ha una direzione politica e non lo indirizza alcun partito, che al massimo segue a ruota.

parte 5: Da ragazza giravo con il libro di Marx sottobraccio e litigavo con i miei compagni perché non volevo trasformare ogni dibattito in un rosario laico. Poi ho visto passare l'idolatria per Mao, per Fidel, per Che stampato sulle magliette. E alla fine ho mollato, quando ho capito che per certa sinistra il nemico del nemico era automaticamente un santo, a prescindere da quanto quel santo odiasse le donne, i gay, la libertà di pensiero. Oggi rivedo la stessa identica commedia: cambiano i manifesti, ma la logica è quella. Hamas diventa 'resistenza', gli ayatollah diventano 'rivoluzionari', e intanto loro girano con l'acqua frizzante nelle borse di tela dicendo di stare dalla parte degli oppressi. Io mi siedo, guardo, e penso: 'Cara, hai fatto bene a smettere di militare. Le mode passano, l'incapacità di guardare la realtà senza un filtro ideologico, invece, è eterna'

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.

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