Quando la realtà restituisce il conto della lavanderia

La crisi della Spagna di Pedro Sánchez non è soltanto una crisi di governo. È qualcosa di più profondo, di più simbolico: è l’epifania del collasso del progressismo occidentale, il momento in cui la retorica costruita nei laboratori del consenso si schianta contro la realtà delle nazioni. Per anni Sánchez è stato presentato come il modello perfetto del leader progressista europeo: giovane, fluido, mediatico, rassicurante per Bruxelles, amato dalle redazioni internazionali e dai professionisti della morale televisiva. In Italia lo osservavano quasi con invidia, perché la sinistra nostrana non riusciva più a produrre figure credibili senza trasformarle in meme nel giro di sei mesi. Sánchez sembrava il prodotto definitivo: il tecnocrate con il sorriso umano, l’uomo capace di vendere austerità, multiculturalismo e precarietà con il linguaggio motivazionale di LinkedIn.

Poi però è successo l’imprevisto che il progressismo contemporaneo non riesce mai davvero a contemplare: gli spagnoli reali hanno iniziato a incazzarsi sul serio.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’amnistia concessa ai separatisti catalani. Un’operazione compiuta non per riconciliare la Spagna, ma per salvare una maggioranza parlamentare tenuta insieme con il filo interdentale del trasformismo. Sánchez ha sacrificato l’idea stessa di unità nazionale pur di restare incollato alla poltrona, ed è qui che milioni di spagnoli hanno percepito qualcosa di profondamente offensivo: non una scelta discutibile, ma un tradimento simbolico. Le immense manifestazioni di Madrid non sono state soltanto proteste di partito. Erano il ritorno improvviso del Paese reale dentro una scena anestetizzata dalla propaganda istituzionale.

Ed è proprio questo il peccato originale dell’attuale ortodossia progressista europea: l’idea che formule astratte possano sostituire il governo concreto della realtà. “Inclusione”, “sostenibilità”, “transizione”, “resilienza”: parole ripetute come mantra liturgici dentro conferenze patinate e summit internazionali, mentre la vita quotidiana delle persone peggiora. I diritti senza una casa diventano retorica pubblicitaria. La sostenibilità senza trasporti accessibili diventa una tassa morale contro il ceto medio. L’ambientalismo trasformato in religione burocratica finisce per colpire proprio chi vive lontano dalle metropoli privilegiate. E l’inclusione senza sicurezza produce soltanto quartieri degradati dove il cittadino onesto si sente straniero a casa propria.

La verità che le élite progressiste non riescono più ad accettare è molto semplice: non esiste libertà senza responsabilità, e non esiste solidarietà senza ordine.

Quando poi questi governi falliscono sui due grandi terreni decisivi — confini e potere d’acquisto — entra in scena il riflesso condizionato più codardo della politica contemporanea: “Ce lo chiede l’Europa”. È la formula magica con cui intere classi dirigenti hanno tentato di sterilizzare la democrazia. Un paravento perfetto per trasferire ogni decisione impopolare verso entità lontane, tecnocratiche, impersonali. Bruxelles diventa il confessionale dove i governi scaricano le proprie colpe. La sovranità nazionale viene svuotata lentamente, non con i carri armati ma con le direttive, i parametri, i vincoli, i tavoli tecnici. E guai a contestare questo meccanismo: vieni immediatamente catalogato come populista, retrogrado, pericoloso.

Nel frattempo il mondo di Sánchez è assediato dalle vicende giudiziarie: le inchieste che coinvolgono la moglie Begoña Gómez, il fratello David e diversi uomini del suo entourage hanno incrinato ulteriormente la narrazione moralistica del sanchismo. Ma il punto, in fondo, va oltre i codici penali. La questione è culturale e perfino antropologica. Se costruisci la tua legittimità sulla presunta superiorità morale rispetto agli avversari, allora la realtà sarà spietata quando emergeranno le tue contraddizioni. Per anni una certa sinistra occidentale non si è limitata a governare: ha preteso di educare i popoli, di rieducarli linguisticamente, psicologicamente, culturalmente. E quando fai il sacerdote civile della virtù, basta una crepa per trasformare il pulpito in una ghigliottina.

Il copione, del resto, è identico ovunque. A Parigi come a Londra, fino a Washington. Prima arriva il grande repertorio dei diritti astratti, poi arrivano gli effetti collaterali concreti sulla vita delle persone: inflazione, insicurezza, immigrazione fuori controllo, impoverimento energetico, crisi identitaria. E allora le nazioni reagiscono. Le destre crescono non perché i popoli siano improvvisamente “diventati cattivi”, come ripetono istericamente certi editorialisti col ditino alzato, ma perché gli esseri umani cercano protezione, ordine, continuità storica. Cercano realtà.

Il populismo di sinistra prepara inevitabilmente il terreno a quello di destra. È una dinamica quasi matematica. Quando il potere passa anni a colpevolizzare paure legittime, quelle paure si accumulano nel silenzio e poi esplodono nel segreto dell’urna. L’elettore magari tace al bar, annuisce in ufficio, evita discussioni sui social per non essere linciato moralmente, ma poi entra nella cabina elettorale e presenta il conto. È lì che tutta la propaganda terapeutica del progressismo contemporaneo si dissolve. Perché un conto è l’ideologia, un altro è arrivare a fine mese. Un conto è il sermone cosmopolita delle élite urbane, un altro è vivere nei quartieri dove gli effetti delle loro decisioni diventano carne viva.

Il progressismo occidentale sta morendo perché ha confuso l’enunciazione dei principi con il governo della realtà. Ha creduto che bastasse nominare il Bene per produrlo. Ha trasformato la politica in una gigantesca operazione linguistica, dove cambiare le parole sembrava più importante che cambiare il mondo. Ma i popoli europei, lentamente, stanno tornando a chiedere cose antiche e perfino banali: sicurezza, dignità, stabilità, identità, continuità storica.

Gli elettori perdonano quasi tutto. Perdono le promesse tradite, i compromessi, perfino certi disastri economici. Quello che non perdonano è la spocchia dell’infallibilità ideologica. Non perdonano l’arroganza di chi, dopo aver fallito, continua pure a spiegarti che il problema sei tu.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: La crisi della Spagna di Pedro Sánchez è l'epifania del collasso del progressismo occidentale, l'ennesimo crollo di un governo costruito solo sull'ingegneria del consenso e sulla manipolazione linguistica. Populismo di sinistra, per essere precisi. Per anni Sánchez è stato il feticcio perfetto di una certa sinistra europea, importato persino in Italia perché da noi non si riusciva più a generare un leader credibile. Ma poi, dentro quella bolla asettica, ha fatto breccia l'incazzatura degli spagnoli reali.

parte 1: La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l'amnistia concessa ai separatisti catalani pur di salvare la poltrona. Una marea umana è scesa in piazza a Madrid per ricordare che esiste ancora un Paese reale, stufo di essere sacrificato sull'altare della governance di Bruxelles. Il peccato originale di questa ortodossia è proprio questo: pretendere che formule astratte come "sostenibilità" e "inclusione" possano sostituire il governo concreto della realtà. I diritti senza una casa diventano retorica, la sostenibilità senza trasporti accessibili diventa un divieto di esistere per chi non può permettersi un'auto elettrica, l'inclusione senza sicurezza disarma il cittadino onesto. Niente libertà senza responsabilità.

parte 2: E quando i governi di sinistra falliscono su confini e potere d'acquisto, scatta il riflesso condizionato: "Ce lo chiede l'Europa". Un paravento perfetto per blindare le decisioni e sottrarle al giudizio dei popoli. Intanto, le vicende giudiziarie assediano il mondo di Sánchez – dalla moglie Begoña Gómez al fratello David, fino ai fedelissimi – ma la condanna storica prescinde dai codici penali. Se fondi la tua legittimità sulla presunta superiorità antropologica, non puoi stupirti se poi la realtà ti chiede conto delle tue miserie domestiche.

parte 3: Lo stesso copione si ripete a Parigi, Londra, Washington. Prima somministrano il repertorio dei diritti astratti, poi arrivano gli effetti collaterali sulla vita delle persone in carne e ossa. E allora le nazioni reagiscono, e le destre crescono. Il populismo di sinistra prepara la strada a quello di destra. Non perché i popoli siano diventati cattivi, ma per una sobria sottrazione: cercano la concretezza della realtà contro l'astrazione del dogma. Nel segreto dell'urna, le paure reali – represse e colpevolizzate dal potere – prendono il sopravvento su tutta la propaganda terapeutica.

parte 4: Il progressismo muore perché ha confuso l'enunciazione dei principi con il governo della realtà. Muore perché, invece di proteggere i cittadini, pretende di spiegare a chi subisce i danni del mondo globale che la sua paura è solo una "percezione". Gli elettori perdonano tutto: retromarce, scivoloni, persino disastri sociali. Quello che non perdonano è la spocchia dell'infallibilità ideologica. Non perdonano il farsi spiegare, da chi ha fallito, che il fallimento erano loro.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente.

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