
Negli ultimi giorni ho seguito la vicenda del Roma Pride, e c’è un dettaglio che mi è rimasto addosso come una scheggia. Non l’ennesima polemica da social network, non il teatrino prevedibile delle accuse reciproche, ma qualcosa di più profondo, di più rivelatore. Keshet Italia, l’unica associazione LGBTQIA+ ebraica del nostro paese, ha chiesto di partecipare al corteo con il proprio carro storico. La risposta ricevuta dagli organizzatori è stata glaciale: esclusi dal coordinamento, esclusi dal carro, esclusi dalla scena pubblica. Senza un vero confronto. Senza una discussione aperta. Senza nemmeno il coraggio politico di rivendicare apertamente la scelta. La colpa? Non aver pronunciato, con sufficiente zelo liturgico, la formula rituale di dissociazione dal governo israeliano.
Ed è qui che il fatto smette di essere una semplice controversia interna a una manifestazione e diventa il sintomo di una malattia più ampia. Perché questo schema ormai si ripete ovunque. Il 25 aprile, che dovrebbe essere la festa civile più larga e condivisa della Repubblica, è stato progressivamente trasformato in un recinto identitario dove il diritto morale di partecipare sembra dipendere dalla perfetta adesione a un preciso vocabolario politico. Non basta più riconoscersi nei valori antifascisti. Occorre inginocchiarsi davanti all’intero pacchetto ideologico del momento, pena l’espulsione simbolica dalla comunità dei “giusti”.
Anche il Primo Maggio, festa universale del lavoro, ha assunto spesso il tono di una liturgia esclusiva. Il lavoratore concreto, quello che esce all’alba per prendere un treno regionale, quello che ha paura di perdere il posto o di non riuscire a pagare l’affitto, sparisce dietro una sovrastruttura performativa fatta di slogan internazionali pronunciati come formule sacramentali. Il palco diventa un tribunale morale permanente. E guai a deviare di mezzo passo dalla linea consentita: si viene immediatamente sospinti nel cono d’ombra del sospetto etico.
Perfino le commemorazioni di Falcone e Borsellino — momenti che dovrebbero appartenere alla coscienza collettiva nazionale — sono state trascinate dentro questa dinamica tossica. La sorella di Borsellino ha dovuto chiedere pubblicamente di non trasformare quelle giornate in occasioni di divisione politica. È un fatto che dovrebbe inquietarci enormemente. Perché quando persino il dolore civile condiviso viene sequestrato da un’identità di parte, significa che qualcosa si è spezzato nel nostro modo di concepire lo spazio pubblico.
Continuo a pensare che serva un nome per descrivere questa deriva. Io lo chiamo maccartismo sentimentale. Non esistono commissioni parlamentari, non esistono liste nere ufficiali, nessuno viene convocato davanti a un tribunale ideologico in senso formale. Tutto avviene in maniera molto più sottile e per questo più efficace. La comunità emotiva decide quali parole siano lecite e quali no. Stabilisce il perimetro morale dell’accettabile. E soprattutto produce una pressione psicologica enorme affinché ciascuno esibisca pubblicamente la propria purezza.
La questione reale, a quel punto, smette di contare. Non importa davvero cosa tu pensi di Gaza, di Israele, dell’Ucraina o di qualunque altro conflitto. Conta il rito pubblico dell’adesione. Conta il lessico. Conta la postura morale esibita davanti al gruppo. La politica si trasforma così in una gigantesca liturgia identitaria dove il dissenso non viene discusso ma patologizzato. Chi devia non è soltanto “in errore”: viene percepito come contaminato.
Osservo tutto questo con un senso crescente di amarezza perché proviene, nella maggior parte dei casi, da ambienti che si autodefiniscono democratici, progressisti, inclusivi. Eppure l’inclusione contemporanea assomiglia sempre più a quella delle sette religiose: calorosa con chi ripete il catechismo, violentemente ostile con chi introduce una sfumatura imprevista. La cultura del dubbio — che dovrebbe essere il cuore stesso della tradizione democratica e umanistica europea — viene progressivamente sostituita dalla cultura della conformità emotiva.
Nelle scuole, nelle università, nel giornalismo, nei mondi culturali, si respira sempre più spesso una forma di auto-censura preventiva. Le persone imparano a sorvegliare da sole le proprie parole. Levigano gli spigoli del pensiero. Eliminano le esitazioni, cancellano le ambivalenze, semplificano artificialmente la complessità pur di evitare il rischio dell’umiliazione pubblica. È una dinamica profondamente impoverente. La libertà autentica non consiste nel ripetere formule approvate dalla comunità di riferimento; consiste nella possibilità di formulare pensieri imperfetti, dubbi incompleti, riflessioni ancora incerte.
I social network, naturalmente, aggravano tutto. Gli algoritmi premiano la reazione istantanea, il giudizio categorico, la semplificazione morale. Ogni tema diventa un referendum permanente tra puri e impuri. La sfumatura viene punita perché rallenta il meccanismo dell’indignazione collettiva. E così la discussione pubblica si trasforma in una successione di micro-ortodossie feroci, incapaci di tollerare persino la minima deviazione.
A questo punto sento già il bisogno di tranquillizzare qualcuno, perché ormai funziona così: bisogna esibire subito il lasciapassare morale prima ancora di esprimere un ragionamento. Dunque lo dichiaro apertamente: io disprezzo il governo israeliano. Trovo molte delle sue politiche devastanti e moralmente inaccettabili. Ecco, adesso potete respirare. Potete continuare a leggere senza temere di esservi imbattuti in un “mostro sionista”. Potete persino condividere questo articolo senza compromettere il vostro capitale reputazionale.
Però permettetemi una rivelazione sconvolgente nella sua banalità: il governo israeliano non coincide con tutti gli israeliani. E gli ebrei sparsi per il mondo non sono ambasciatori automatici delle decisioni di Netanyahu. Non sono responsabili per nascita. Non portano inciso sulla pelle un vincolo di corresponsabilità etnica. Pensavo fosse una conquista minima della civiltà democratica occidentale aver compreso questo principio elementare. Evidentemente mi sbagliavo.
Ah, dimenticavo un’altra cosa: non sono ebreo. Non ho alcun interesse identitario personale nella questione. Semplicemente provo un disgusto profondo per ogni forma di inquisizione morale. Perché la storia europea — che qualcuno ama evocare solo quando fa comodo — dovrebbe averci insegnato che il momento in cui si comincia a stabilire chi può parlare e chi no, chi è puro e chi è contaminato, chi merita la piazza e chi va escluso dal corteo, è esattamente il momento in cui una società smette lentamente di essere libera.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Negli ultimi giorni ho seguito la vicenda del Roma Pride, e c’è un dettaglio che mi ha colpito più di altri. Non si tratta dell’ennesima polemica sull’esclusione di questo o quel gruppo. Il fatto è questo: Keshet Italia, l’unica associazione LGBTQIA+ ebraica del nostro paese, ha chiesto di partecipare al corteo con il proprio carro storico. Ebbene, gli organizzatori del Roma Pride hanno negato loro l’accesso al coordinamento e l’uso del carro. Li hanno esclusi. Punto. Non c’è stato un dibattito, non c’è stato un confronto sulle reciproche posizioni. Solo un allontanamento, silenzioso e deciso. La colpa: non aver preso pubblicamente le distanze dal governo israeliano.
parte 1: E mentre pensavo a questo, ho realizzato che non è un caso isolato. È diventato un metodo. La stessa dinamica si ripete da anni su altre ricorrenze che dovrebbero essere di tutti. Il 25 aprile, per esempio: la Festa della Liberazione è stata gradualmente trasformata in una festa di parte, con bandiere e slogan che escludono chiunque non ripeta il catechismo giusto. Il Primo Maggio, che dovrebbe unire i lavoratori di ogni colore politico e religione, si è ridotto a un palco per propaganda anti-israeliana e anti-occidentale, con la bandiera palestinista sventolata come unico simbolo ammesso. Persino le commemorazioni di Falcone e Borsellino sono state contaminate: cori contro lo “Stato fascista” hanno costretto la sorella del magistrato a chiedere di non dividere. La lotta alla mafia, patrimonio di tutti, è diventata brand di parte.
parte 2: Mi chiedo: come chiamiamo questo fenomeno? Io lo chiamo maccartismo sentimentale. Non c’è una commissione, non ci sono liste nere ufficiali. Nasce dal basso, dal ricatto emotivo della comunità. Una causa magari legittima smette di essere terreno di discussione e diventa un dispositivo identitario. Non importa cosa pensi realmente di Gaza, di Israele, dell’Ucraina. Conta solo che tu esibisca il lessico corretto, le parole sacramentali. Chi non lo fa non viene semplicemente contestato: viene degradato moralmente, trattato come impuro. Il rogo simbolico di un’idea è tornato a essere un rito di purificazione collettiva.
parte 3: Il paradosso più triste è che tutto questo avviene dentro ambienti che si credono democratici e inclusivi. Ma l’inclusione, oggi, funziona come in una setta: accogliente con chi ripete il catechismo, spietata con chi devia di un millimetro. Il risultato non è solo censura, ma auto-censura preventiva. Le persone cominciano a sorvegliare da sole le proprie parole, a limare dubbi e sfumature per paura dell’umiliazione pubblica. Soprattutto negli ambienti culturali, dove la reputazione morale è il vero capitale. E i social, con i loro algoritmi che premiano la reazione immediata e netta, amplificano micro-ortodossie feroci. Così, in un mondo dove tutti parlano di libertà, sempre meno persone si sentono davvero libere di formulare un pensiero incompleto, problematico, autentico.
parte 4: Dimenticavo: io disprezzo il governo israeliano. Lo dico per rincuorarvi, così siete sicuri di non aver letto l'articolo di un mostro sionista. Potete condividerlo senza sensi di colpa. Però vi confido un segreto: il governo israeliano è una cosa, non tutti gli israeliani sono ebrei, e gli ebrei residenti in tutto il mondo non c'entrano nulla, che approvino o meno. Non è un grosso sforzo, ce la potete fare. Ah, ulteriore dimenticanza: non sono ebreo. Non mi piace l'inquisizione.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
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